Remo Bassetti

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DIECI RAGIONI PER ESSERE FELICI DEL NOBEL AD ANNE CARSON

Di |2026-10-23T12:42:10+01:0023 Ottobre 2026|Limite di velocità|

Perché se dopo Krasznahorkai lo avesse vinto pure Can Xiu, come da pronostici, si sarebbe consacrato il pericoloso principio che la letteratura ha valore solo se non si capisce (il senso, lo stile, una storia, l’autore, lo scopo, il non-scopo, insomma la letteratura stessa).

Perché comincia di solito da dove era rimasto un brano di letteratura, magari duemila anni prima. Scrive senza chiudersi in una stanza, scrive in un giardino compiacendosi di cogliere i frutti della conoscenza da un albero genealogico della letteratura.

Perché ha una sconfinata erudizione e non se ne fa vanto, e neppure se ne vergogna. Dietro ogni parola c’è l’amore per lo studio ma se qualcuno glielo facesse notare potrebbe persino rispondere: ma mi faccia il piacere!

Perché i suoi libri hanno corpo, caratteri. Cioè, le parole sulla pagina si contorcono, si spostano, ogni tanto si scontrano con un disegno o cedono il passo a un’armata di prosa compatta che lascia la polvere dietro gli stivali. Perché la scrittura è una questione troppo seria per lasciare che se ne occupino da sole le parole.

Perché per dare il Nobel alle scrittrici canadesi non c’è bisogno di attingere al bilancino delle indennizzazioni di genere, assegnandolo a una donna in quanto donna. Alice Munro che lo vinse solo tredici anni fa è una grande scrittrice, Margaret Atwood poteva legittimamente vincerlo quest’anno, Anne Carson è una grande scrittrice. Al confronto con le colleghe, gli scrittori canadesi maschi sono degli sfigati.

Perché non cesella frasi celebri o singoli versi immortali da isolare e poi porgere dicendo: guardate che meraviglia. La sua poesia si coglie dentro l’umore, gli umori. La poesia emerge dal contesto, che per giunta viene costruito a mezzo di continue decontestualizzazioni dell’esistente e dell’esistito. 

Perché ha un rispetto sacro per la citazione. Perché si fa beffe della citazione, e magari non la menziona. Perché può prendere un frammento o un personaggio secondario e allargarlo fino a dotarlo di una nuova vita, completamente autonoma, allo stesso modo in cui può miniaturizzare un poema. Remixa.

Perché mescola gli stili con disinvoltura, dal saggio alle poesie, dal racconto a una nota della spesa o un salmo, e si toglie il gusto di camminare in bilico sopra le divisioni. Inventa nuove forme unitarie, nuovi generi. La letteratura non ha finito di farsi, ci ricorda.

Perché in nessun testo aspira a raggiungere una conclusione. È un’oracola dell’incompiutezza.

Perché quando la Giuria l’ha chiamata al telefono per informarla del Nobel si trovava in Islanda e ha risposto: stavo ascoltando il vento.



LA FURIA

Di |2026-10-23T11:59:03+01:0023 Ottobre 2026|Limite di velocità|

Ma le vetrine rotte e i sassi contro le forze dell’ordine saranno mai peggio dei bombardamenti sopra i civili di Gaza? Il saccheggio di qualche negozio sarà una forma di appropriazione illecita più grave di quella che il presidente degli Stati Uniti ha lungamente minacciato di realizzare annettendosi la Groenlandia? La violenza messa in scena dai giovani potrà mai essere in scala paragonabile a quella che le guardie di frontiera messicana o le squadre dell’ICE esercitano contro gli immigrati? La prima spiegazione al modo in cui velocemente degenerano le proteste di di Parigi o Milano – e altre ne arriveranno – sta nella semplice e fisiologica applicazione del principio per cui i modelli comportamentali si diffondono in linea verticale. Ogni giorno le cronache danno conto di come la forza pura e semplice abbia totalmente sovvertito le regole quale criterio ordinatore dei conflitti e delle gerarchie. Ed è una forza ostentata: se il Sessantotto si rivoltò contro le ipocrisie borghesi, le nuove proteste, per ora, prendono atto della schietta brutalità della violenza, e la fanno propria. I due pesi e due misure con cui vengono stigmatizzati dall’autorità rispetto agli ubi maior saranno percepiti come l’ennesima prova di iniquità.

 

In linea di principio non è affatto un male che i giovani contestino l’esistente, nemmeno quando una protesta si tira dietro la coda dell’eccesso. Quelle energie esuberanti, e la paura che incutono nelle classi dirigenti, innescano sovente processi profondi di cambiamento e conducono a un sistema più giusto. In questo senso anche le proteste attuali sono uno scuotimento dall’inerzia. Esse non hanno tuttavia ancora imboccato una direzione, o per quel poco che l’hanno presa si sono disperse in quanto movimento rivendicativo e con istanze etiche e collettive piombando nello sfogo fisico e nel caos predatorio. Indiscriminato, per giunta: cioè non indirizzato contro i simboli della ricchezza ma anche contro i negozi di prossimità (a Parigi, specialmente), ovvero un volto perdente del capitalismo. Non so neppure se alla luce di certe immagini trasudanti trionfalismo dopo un saccheggio le proteste si possano definire espressioni di rabbia. Piuttosto furia. Qualcosa di tellurico, incontrollato, intimamente non metabolizzato se non come sfuggente percezione di non essere visti e riconosciuti. E addosso a tutti, sia quelli per nulla ideologizzati che sono scesi in strada perché c’era casino e l’istinto che hanno sviluppato in mancanza d’altro è di buttarcisi dentro per rendere interessante la giornata, sia quelli partiti con le buone intenzioni, addosso a tutti una certezza: che il futuro viene sottratto loro ogni giorno, che non avranno la stessa aria da respirare, non le stesse brezze d’aria per rinfrescarsi, non il senso della realizzazione del lavoro, non la pratica della cultura come valore, non abbastanza soldi. Facili, dunque, a convertirsi in orda, in preda al risentimento. 

Né aiuta che alle forze dell’ordine venga ordinato di combatterli con il medesimo vigore invece di contenerli, non aiuta inviare da parte dello Stato (in quel momento le forze dell’ordine sono lo Stato: così appaiono ai ragazzi. Lo Stato: quelli che hanno di fronte, e nessun altro) il messaggio che non sono abbastanza forti per vincere sul piano della violenza. Perché i ragazzi sono ostinati, ma soprattutto perché è esattamente da quel campo che gli altri dovrebbero sfilarli, quello della violenza. Al contrario scappa persino la mano nel distribuirla, la violenza, a volte per razzismo personale o per mancanza di addestramento; e devono mettersi davanti i genitori, gli insegnanti, i bidelli per provare a lasciar intendere che no, i ragazzi non vanno presi a manganellate, e non è solo questione che in termini di problem solving è improduttivo.  È che è immorale, e diventerà anche questo parte del problema.

Una scena iconica di queste proteste, al momento così identitarie con ciò per cui si protesta, sono le foto che le frange più estreme si scattano durante gli atti di vandalismo, tecnicamente impeccabili secondo la filosofia dei social introdotta dai produttori tech, e passivamente subite. In Francia qualcuno reclama che i video in diretta vadano limitati quando ci sono simili manifestazioni, per impedire l’aggregazione. Raccontato così, non è diverso da quel che hanno pensato da parecchio in Cina: soprattutto, però, è meschino isolare un pezzetto delle distorsioni sociali prodotte dalla tecnologia invece di affrontare la questione per intero, la svendita delle regole comuni alle multinazionali monopoliste della tecnologia. Quanto è miserabile caricare sulle spalle della generazione X la colpa di filtrare il mondo e i sentimenti attraverso il dispositivo, come se non glielo avessero messi in mano gli adulti, magari a un anno e mezzo affinché si intrattenessero senza rompere i coglioni ai genitori, e con dentro quella scia di contenuti balordi che funge da detonatore delle loro frustrazioni e ansie, e da modello per le loro inadeguatezze. Perché questo è il punto, alla fine. Non si tratta di discutere se giustificare o meno i ragazzi. Si tratta di smettere di giustificare gli adulti. Diversamente, questo è solo l’assaggio di quel che ci aspetta. A tutti.





La morte non è uno spettacolo

Di |2026-10-23T12:18:02+01:0016 Ottobre 2026|Limite di velocità|

Una proposta per tutti i media, dal profilo whatsapp alle televisioni

Alcuni eventi sono talmente gravi che non possono essere archiviati neanche quando si siano fermati alla soglia dell’accadere. Il solo fatto che siano stati progettati rende impossibile lasciarli scivolare repentinamente nell’oblio, ed esige una risposta attiva. Militante. Il soggetto militante che vorrei stimolare è inconsueto, e lo vedremo alla fine.

Anche se, per ragioni di opportunità politica e con un po’ di magone, Donald Trump ha annunciato che non ci sarà la trasmissione in streaming di una condanna a morte il 3 dicembre, dobbiamo in parte comportarci come se questo abominio fosse stato condotto sino in fondo. E per non lasciarci sfuggire il suo significato, torniamo ad analizzare la vicenda come se Trump l’avesse lasciata intatta (del resto, i suoi quotidiani e schizofrenici ripensamenti rendono puntualmente esile lo scarto fra il compimento dell’azione e il suo abbandono).

C’è un tarlo che mi assilla da quando ho letto questa storia dello streaming riguardante una fucilazione: andranno in onda delle pubblicità?

Non è una domanda risibile. Ogni video, ogni trasmissione sono precedute e intervallate da spot pubblicitario. Perché questa dovrebbe fare eccezione? Tra le due affermazioni “dobbiamo fucilare un tizio, facciamolo con lo streaming” e “trasmettono una fucilazione, vendiamo la pubblicità”, siamo proprio sicuri che la seconda sia più balzana, più di cattivo gusto e più immorale della prima? Sarebbe anche interessante verificare se esistano aziende, e quali, disposte ad acquistare gli spazi. Magari le più profilate come settore di mercato, tipo quelle che vendono pallottole (per il taglio brillante da adottare posso richiamare l’illustre precedente di Joseph-Ignace Guillotin che così perorò il gingillo di sua invenzione davanti all’Assemblea Nazionale francese nel 1789: “Con la mia macchina vi faccio saltare la testa in un batter d’occhio e voi non soffrite!”). In ogni caso se è vero che in coda al noto motto “lo spettacolo deve continuare” se ne potrebbe aggiungere uno che così risuoni, “e la pubblicità deve intervallarlo”, sarebbe illuminante ascoltare da Donald Trump e da Pete Hegseth (il sottosegretario alla guerra che ha avuto l’ideona) una risposta articolata alla domanda: “Prevedereste stacchi pubblicitari nella trasmissione?”.

Curiosamente, l’iniziativa segue a stretto giro il caso di una disgraziata esecuzione in Tennessee della pena di morte mediante iniezione letale. La condannata Christa Pike è sopravvissuta al primo e pure al secondo tentativo. E se in streaming fosse stata programmata quella? In termini di share, si sarebbe trattato di un successo o di un fallimento? La gente si sarebbe annoiata, sentita tradita, o invece avrebbe goduto dell’apparente agonia (apparente, perché quella tignosa si è pure ripresa e adesso non si sa bene cosa farne), come si palpita per i tempi supplementari e poi i rigori?

Molti critici della graziosa trovata hanno usato l’espressione “medievale”: in realtà per un bel pezzo di Medioevo, diciamo fino a tutto il Trecento, a fronte di un omicidio vigeva la diversa sanzione del guidrigildo, cioè il pagamento ai parenti di una somma proporzionata al danno e alla classe della vittima. Non è che fosse entusiasmante questa precoce monetizzazione della vita umana, ma certo è arduo sostenere che in termini di civiltà si debba considerare più evoluta quella britannica, che nel 1814 sottopose a una sorta di triathlon della morte violenta (impiccagione, sventramento e squartamento) un tale che aveva tagliato un frutteto.

Non vorrei però disperdere l’attenzione dal tema, che non è la pena di morte (per quanto abominevole dal mio punto di vista) bensì la sua diffusione mediatica. La ventilata giustificazione della deterrenza (chi volesse ripetere un crimine del genere capirà a che conseguenza va incontro) non è solo pretestuosa e stupida: è proprio che vale il contrario. Nell’ambito del fanatismo musulmano la morte di un combattente corrisponde al martirio e suscita emulazione. Per giunta, riferendosi al caso specifico del pluriomicida Nidal Hasan, si vedrebbe un plotone di soldati scaricare i suoi fucili sopra un paralitico: sai che immagine di forza dello Stato! 

Trump e i suoi sodali, oltre tutto, ignorano che l’andamento storico delle esecuzioni pubbliche ebbe un esito strano. Una delle ragioni per cui si ritenne vantaggioso sospenderle o diradarle è che (come riporta lo storico Michael Ignatieff) non di rado la plebe solidarizzava rumorosamente col condannato: e arrivò persino a linciare qualche boia. Ai borghesi, poi, la violenza ostentata cominciava a ripugnare. Vero è che l’esibizione della ferocia sanguinolenta, uscita dalla porta delle piazze, sarebbe a distanza di tempo, rientrata dalla finestra dello schermo televisivo, con un effetto anestetizzante riguardo al turbamento delle coscienze. 

Credo sia un’ingenuità toccare il tasto della democrazia lesa per indurre un ripensamento nell’attuale amministrazione americana. Il senso distorto dello spettacolo avrà pure un suo ruolo, e però le ragioni reali di questa meschineria vanno cercate altrove, ovvero nell’invidia per le autocrazie che Trump e la sua schiera nutrono. Frustrati perché risulta loro più complicato incarcerare o avvelenare gli avversari o fracassare di botte oltre un certo limite (per lo più legato al colore della pelle) quelli che scendono nelle piazze, ostentano una maggiore disinibizione in manifestazioni che quegli altri – i quali di solito occultano gli atti più barbarici, per negare all’esterno di essere autocrazie – non arrivano a permettersi. Né manca il gusto della trasvalutazione dei valori, il desiderio mica tanto nascosto di mettere in circolo un sano incarognimento quale educazione sentimentale. Per questo l’ipotizzato ritorno indietro di 90 anni (l’ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti fu nel 1936) e la sua variazione di scala, grazie alla potenza mediatica, non deve essere risolta in sgradevole episodio folclorico. Esige una chiamata alle armi – simbolica, visto il contesto è meglio precisarlo – in nome di una battaglia di civiltà.

Execution of David van der Leyen and Levina Ghyselins (1554)

Scriveva Pascal: “È necessario uccidere per impedire che ci siano dei malvagi? Ma ciò significa farne due invece di uno”. Trasmettere in streaming un’esecuzione significa in potenza farne milioni. La tragedia della morte si è già abbastanza rarefatta di suo: la sua banalizzazione si è semplicemente trasferita dal grande al piccolo, piccolissimo schermo, come quando al cospetto di un agonizzante si sceglie di filmarlo col telefonino anziché soccorrerlo. Davvero l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che lo Stato apparecchi la tavola per servircela nella salsa della vendetta: per ogni persona che si alzerà dal banchetto ancora con l’appetito dovremo aspettarci la virale diffusione di ulteriore cinica indifferenza o belluina violenza (suddivisa per tipi e temperamenti). Cioè, in prospettiva: più carnefici e più vittime.

L’apparire visivo della morte sopra uno schermo riveste un significato e un valore in due casi: nella catarsi della tragedia di finzione e nella documentale testimonianza di cronache che reclamano la dignità del vero e aspirano a modificare una situazione scuotendo e chiamando a raccolta le coscienze inerti. Ma persino l’esercizio di queste funzioni rimane soggetto al delicato equilibrio della necessità (artistica o politica), e il media che scade esecrabilmente nella pornografia della morte tradisce le radici etiche e comunitarie che in astratto giustificavano il suo agire. 

Siccome, e a ragion veduta, per tante forme di degrado si chiama in causa la responsabilità dei media, pare a me che questa vicenda sia l’occasione per una massiccia protesta della quale i media non siano reporter o sobillatori bensì attivi militanti. In contrapposizione a un momento di storia della comunicazione che metterà anche un bambino di quattro anni in grado di apprezzare l’estetica di una vera fucilazione (il disinvolto sparpagliamento di testi e immagini abominevoli sulla strada visiva percorribile dai bambini è l’orrido misfatto mediatico per eccellenza) propongo quel che segue: che nel momento di inizio dell’esecuzione ogni media- ma proprio tutti: il canale televisivo, il sito on line del giornale, il canale You Tube, il blog personale e quello aziendale, lo schermo pubblicitario o cinematografico, la pagina social, il profilo personale di messaggeria – pubblichi lo stesso asciutto testo sopra uno sfondo nudo, per un minuto intero. LA MORTE NON È UNO SPETTACOLO. O naturalmente, a seconda della nazione: DEATH IS NOT A SHOW.  LA MORT N’EST PAS UN SPECTACLE. LA MUERTE NO ES UN ESPECTÁCULO. الموت ليس عرضًا مسرحيًا. 死亡並非一場表演. DER TOD IST KEIN SPEKTAKEL. 

(Ciascuno scegliendo come marchio distintivo dentro una ricercata uniformità la traccia sonora che ritiene adeguata.)

Quest’iniziativa rimane in primo luogo una forma di protesta civica: il momento dell’azione dei media sarà comunque contestuale alla somministrazione della morte da parte di uno Stato, e fungerà da memoria di come la circostanza fosse stata sul punto di trasformarsi in spettacolo macabro, sottraendo allo Stato ogni residuo di autorità morale, e collocandolo sullo stesso piano dei terroristi che postavano le decapitazioni dei rapiti sui social.

Ma può anche costituire un momento straordinario di autoriflessione da parte dei media e un’inedita prova della loro potenzialità di raccordarsi in una potente azione simbolica quando una deriva morale impone di superare la divergenza delle opinioni, lo sguardo locale, il calcolo di opportunità e la concorrenza.

In tanti insieme, unico muro rimbalzante, solo silenzioso rumore. Grappolo di vita aggrappato all’umano.

Anche se mi piace fantasticare che questo appello venga raccolto e rilanciato da media a grande diffusione, l’adesione attiva di realtà piccole o (come per i profili facebook, instagram, wa) personali offrirebbe in ogni caso una dimostrazione collettiva. Prego chiunque aderirà a La morte non è uno spettacolo di informarmene scrivendo all’indirizzo zonafreestyle@remobassetti.it affinché io stesso possa dare un contributo alla visibilità e all’estensione della partecipazione (e affinché, per mia soddisfazione, io venga a personale conoscenza della circolazione dell’idea).



Etica dei principi ed etica della responsabilità

Di |2026-10-16T15:25:08+01:0026 Settembre 2026|4, Limite di velocità|

A cosa dovremmo ispirare la nostra condotta etica: alla tutela dei principi o alla valutazione delle conseguenze? Questo dilemma, che attraversa costantemente la vita quotidiana anche di chi non lo riconosce in questa forma, è di profonda attualità pubblica riguardo alla posizione che l’Occidente deve assumere rispetto alla guerra in Ucraina, specialmente per quanto concerne l’invio delle armi.
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RECENSIONE DI SILENT FRIEND

Di |2026-10-09T16:23:48+01:0025 Settembre 2026|3, Il Nuovo Giudizio Universale|

Silent Friend

E piantala! L’espressione, che nel linguaggio comune è una stizzita esortazione a non rompere (gli schemi, la quiete e altre entità più schiettamente espresse), da qualche tempo designa l’invito a gettare semi e ripopolare di verde il nostro esausto pianeta. Un film che presenta un albero come protagonista fa pensare a un manifesto ecologista: ma di teorizzato non c’è proprio nulla, né che concerna i fusti e le cortecce né che riguardi gli esseri umani. (altro…)

RECENSIONE DI ODISSEA

Di |2026-10-09T16:22:13+01:0025 Settembre 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

Recensione di Odissea

Rispetto all’originale, l’Odissea di Nolan di macroscopico presenta almeno una mancanza e un’aggiunta: l’assenza riguarda le divinità, salvo una presenza veramente d’ufficio, più fantasmatica che divina, di Atena; l’aggiunta, in fondo conseguenziale all’assenza, è la totale assunzione di responsabilità da parte degli uomini per le loro azioni, e da parte di Ulisse la consapevolezza di tale responsabilità. Per questo egli appare un eroe dolente, colmo di rimpianto e senso di colpa per il massacro di Troia. Attualizzato, un simile revisionismo corrisponde a una critica politica dell’Occidente ed esprime una linea di continuità con Oppenheimer.
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RECENSIONE RITORNO A BUENOS AIRES

Di |2026-10-09T16:23:59+01:0025 Settembre 2026|4, Il Nuovo Giudizio Universale|

Ritorno a Buenos Aires

Certi temi, per i registi, sono un’ossessione che si portano dentro la mente. Certi altri, invece, li vivono dentro la pelle. Così è per Marco Bechis e la storia dei desaparecidos argentini che, pur nota, rimase un po’ sotto traccia rispetto agli eventi della dittatura cilena e conosce cicli alterni di memoria civile o relativizzazione governativa, con i corrispondenti processi ai criminali o invece le amnistie (e le orride dichiarazioni pubbliche, da ultimo quelle di Milei, che si è riferito alle vittime come effetti collaterali di una guerra sovversiva voluta dai terroristi).
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BREVI NOTE RIGUARDO AL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA

Di |2026-03-20T17:38:50+01:0020 Marzo 2026|Il Nuovo Giudizio Universale, Uncategorized|

“Sapete quanti processi in percentuale sono andati a dibattimento nel 2023?”.Così è rimasta retoricamente sospesa la domanda della relatrice a un incontro organizzato dai comitati del Sì. Una domanda tesa a dimostrare che i giudici delle indagini preliminari sono supini alla volontà dei pubblici ministeri, e quindi non lasciano mai cadere la richiesta di instaurare un processo.
E poi la risposta, indubbiamente a effetto, tanto più che era preceduta dalla precisazione “Sono dati del Ministero”.
“Il 109 per cento”.
È seguito un “ohoo” di incredulità, per ragioni probabilmente diverse secondo la personale sensibilità.
La relatrice deve essersi resa conto che nel calcolo c’era un’incongruenza, diciamo così, apparente.
“Può sembrare strano questo numero” ha ammesso. Per un attimo si è appannato il fervore messianico con cui stava perorando le ragioni del Sì. E un po’ velocemente, mangiandosi qualche parola, ha detto che nel calcolo confluiva qualche procedimento nell’anno prima.
Non è però che la spiegazione risultasse tanto chiara.
Il problema soprattutto è che formulata così dissipava la sua efficacia retorica. Se senti che una cosa accade nella misura dell’95% fai un salto sulla sedia perché con un calcolo mentale immediato apprendi che il caso opposto si verifica soltanto il 5% delle volte. Ma una volta che dai per ammissibile il 109% ne sai quanto prima. Nulla esclude, infatti, che sull’altro piatto della bilancia ci sia, che so, il 271%.

Non voglio prendere questa perla che mi è capitato di ascoltare quale emblema del dibattito svoltosi intorno al referendum sul quale stiamo per andare a votare.
O forse sì? Forse un poco la voglio chiamare a simbolo, sia pure estremo.
Perché ne hanno sparate in tanti. Sparate, cioè proprio con il cannone. Con virulenza, dall’una e dall’altra parte. In barba al fatto che, in teoria, si starebbe discutendo di una questione tecnica (non proprio alla portata dei comuni cittadini che devono inopinatamente pronunciarvisi in un referendum).
Ricordo ipersinteticamente che si vota per: 1) separare le carriere del giudice e del pubblico ministero, non semplicemente limitando i passaggi dall’una all’altra funzione (già limitatissimi adesso) ma istituendo due concorsi diversi e due separati consigli superiori; 2) affidare al sorteggio le nomine dei componenti del consiglio superiore, invece che alle elezioni; 3) istituire l’Alta Corte, un organo speciale per i processi disciplinari dei magistrati.
Lo sfondo cultural-costituzionale di questa riforma dovrebbe essere la parità fra le parti nel giudizio: se il giudice e il pubblico ministero appartengono alla stessa corrente della magistratura (le correnti sono una sorta di partiti interni) la parità ne risulta violata.
Quel che di sicuro non c’entra con la riforma è il buon funzionamento della giustizia o, specificamente, la riduzione dei tempi processuali. Come ha detto Giulia Buongiorno, presidente in quota lega della commissione Giustizia (e ovviamente sostenitrice del sì), solo un ignorante potrebbe sostenere che la riforma incida sull’efficienza.

Non è che le proposte siano intrinsecamente una roba dell’altro mondo.
A proposito dell’altro mondo, la separazione delle carriere c’è già in tanti paesi (benché con sistemi di pesi e contrappesi diversi dal nostro).
Il sorteggio sarebbe un ottimo modo per eliminare il peso potenzialmente clientelare delle nomine (più in generale, il sorteggio è uno strumento storico di attuazione della democrazia che andrebbe impiegato più di sovente). Il CSM non è un organo di rappresentanza, e se uno che viene sorteggiato non è capace di gestire i trasferimenti e le nomine mi preoccupo di più che non sia capace di giudicare su un ergastolo (o, dato che sulla seconda materia ha studiato e sulla prima no, non mi impressiono se la prima è chiamato a esercitarla secondo arbitrio del caso).
Egualmente, che il giudizio disciplinare venga scorporato dall’attività amministrativa (nomine, trasferimenti ecc.) non mi pare sconvolgente, e nemmeno che pure per questo compito i giudici vengano sorteggiati (come ad esempio accade per i giurati delle corti di assise).
Quanto alla terzietà, ben venga ogni cosa che la rinforza (e del resto l’ordinamento che regola i vincoli della magistratura è stato più volte oggetto di assestamenti normativi in questa direzione).

Non trovo sconvolgente tutto ciò, ma nemmeno indiscutibile, o ineluttabile.
Militano ragioni tecniche a favore e altre contro.
La gran parte delle argomentazioni usate, tuttavia, non hanno nulla di tecnico. Molte fanno leva sull’elemento psicologico (in senso lato).
Per esempio: eh, i pubblici ministeri li isoli, li fai crescere da soli, senza la cultura della giurisdizione, quelli diventeranno tutti poliziotti! Vorranno incastrare chiunque, per il solo gusto di coglierlo in castagna.
Oppure: eh, che vuoi fare, giudici e pubblici ministeri hanno studiato insieme, prendono il caffè, ne vediamo parecchi che vanno insieme al cinema (pellicole d’essai per giunta), stanno nella stessa corrente e infatti si raffreddano sempre nello stesso momento! Ogni volta che inizia un’azione penale il pubblico ministero va dal giudice delle indagini preliminare e comincia a tirargli dei colpetti molesti nel costato (lievi, perché prendono il caffè insieme, hanno studiato insieme ecc.): dai su, rimandalo a giudizio, che ti costa, siamo amici, no? (e poi, mostrando i canini: ci terrai alla carriera no?).
Ecco che rientriamo nell’orbita del famoso 109%. Perché, 100% in più 100% in meno, non è forse vero che i giudici si fanno comandare dai pubblici ministeri?
No, non è vero, perché la metà delle volte circa il processo finisce con l’assoluzione.
Vabbè, ma dai, il gip, il giudice del riesame…(chissà perché poi dovrebbe esserci questa differenza visto che le correnti comprendono anche quegli altri) mandano sempre a dibattimento i processi.
E invece se si ascoltano le inaugurazioni degli anni giudiziari le lamentele sono di segno opposto.
Quanto tempo sprecato, avvertono. La maggior parte delle richieste del pubblico ministero- con picchi del 64%- vengono archiviate.
(Non è questo dato abbia per forza a che vedere con la diatriba sulla contiguità tra giudice e pubblico ministero. Ma chissà perché la fantasia non viene sviscerata anche nella direzione opposta: il pubblico ministero non è della mia corrente, adesso gli archivio tutte le richieste).

Come per ogni cosa che si voglia veramente comprendere in profondità, per questo referendum è necessario domandarsi perché?  La ragione per cui siamo chiamati alle urne è che il governo (che ha promosso il referendum e lo ha condotto blindando ogni virgola del testo piuttosto che cercare un’intesa con le altre forze politiche) vuole ridimensionare l’autonomia della magistratura. Non è un’illazione, con una genuinità naif che suscita quasi tenerezza il ministro Nordio (come altri rappresentanti di quella parte) lo ha ammesso candidamente e si è domandato persino come mai Edy Schlein non capisca che il beneficio di limare le unghie alla magistratura ricadrebbe anche sulla sua fazione.
Non è vero, questo no, che con la vittoria del si al referendum i pubblici ministeri ricadrebbero direttamente sotto il potere gerarchico del ministro della giustizia. Per questo occorrerebbe una nuova legge ordinaria, che dovrebbe passare il vaglio della Corte Costituzionale. Possiamo, questo sì, pronosticare che la parte politica che mostra di perseguire il controllo della politica sulla magistratura (o quanto meno di allontanare il controllo di legalità operato dalla magistratura sopra la politica) cercherà di non lasciare il lavoro a metà. Non è per forza sbagliata l’idea della riforma (forse è giusta, forse è sbagliata) ma è fallace il criterio punitivo e autoritario con cui viene concepita.
Del resto, se le domande referendarie dovessero essere articolate con schiettezza questa potrebbe essere una formulazione onesta del testo:
Vuoi che i magistrati siano giudicati da un tribunale speciale nel quale è stata aumentata la componente dei membri (non magistrati) nominati dalla maggioranza politica?
Vuoi che il magistrato sia l’unico cittadino che non possa ricorrere in Cassazione contro un giudizio di condanna?
Vuoi che la composizione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura sia totalmente affidata al caso solo se si tratta di magistrati, e sia invece sostanzialmente selezionata quando siano di nomina politica?

Siccome questi sarebbero gli esiti di una vittoria del Sì, mi sembra difficile negare che il referendum consista in una resa di conti con la magistratura. Naturalmente, questo non significa automaticamente che si debba votare per il No. C’è un tot di gente che odia la magistratura (qualcuno per ignoranza, qualcuno per emulazione, qualcuno perché ne ha avuto davvero una brutta esperienza) e che volentieri apporrebbe il segno sul Si anche in coda a questa versione delle domande.
Bisogna però che abbia in antipatia anche la democrazia (c’è pure un tot di gente che ce l’ha in antipatia). Perché l’attacco della politica alla magistratura è il segno più inequivoco della crisi democratica contemporanea.
Nel 2024, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l’indipendenza degli avvocati e dei giudici ha denunciato l’erosione dello Stato di diritto in corso nel mondo per effetto degli attacchi rivolti ai magistrati. Tra le diverse modalità di interferenza ha indicato la “cattura” delle Corti, quando il potere politico interviene sul reclutamento dei giudici o modifica il funzionamento dei Consigli di autogoverno giudiziario, introducendo forme di controllo politico.
Questo è quel che sta accadendo in giro, questo è ciò da cui dobbiamo difendere il paese.

Non trovo corretto stilare una pregiudiziale graduatoria di buoni e cattivi fra i politici e i magistrati. Se la magistratura fosse riuscita a portare in piazza un referendum per una modifica costituzionale che incrementasse i suoi controlli sul potere politico sarebbe giusto votare dalla parte opposta. Attenzione però a non confondere l’invasione di campo la normale dinamica dei poteri, che avviene quando un giudice è chiamato a valutare (per iniziativa di un pubblico ministero) se il ministro dell’Interno ha commesso un reato negando l’attracco a una nave con a bordo gli immigrati. Peraltro, chi se ne lamenta dovrebbe poi apprezzare il funzionamento dello stato di diritto che alla fine dichiara infondata l’accusa.
Sia un magistrato che un politico, senza che questo infanghi l’intera categoria, possono abusare della loro funzione. La corruzione è un rischio che pervade ogni ambito, anche se esistono circostanze che più facilmente la rendono sistemica.
Non posso tuttavia fare a meno di notare che, nel caso più famoso di deviazione della logica correntizia, il magistrato Luca Palamara fu intercettato mentre negoziava le nomine per la Procura di Roma e quella di Firenze con sei magistrati, dei quali cinque membri del CSM e uno sottosegretario e parlamentare, Cosimo Ferri. Poi Palamara fu radiato dal CSM, e gli altri severamente sanzionati. Tutti, tranne Ferri, che ritornò a fare il giudice a Roma perché la Camera negò al CSM l’autorizzazione a usare le intercettazioni.

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