COME SCONFIGGERE LA BOLLA DELL’IA

L’economia finanziaria sta vacillando sotto gli scossoni di quella che viene definita la bolla dell’intelligenza artificiale, ovvero la pressione negativa sui titoli borsistici delle grandi aziende tecnologiche che su essa stanno investendo. Circola il sentiment di una sproporzione fra il valore quotato e quello reale, da cui deriva un concreto rischio di discesa dei prezzi di listino (con effetto traino sull’intero mercato). Quali sono le ragioni profonde di una simile inversione di tendenza? Un suo peso ha la percezione, tra gli stessi operatori, che il corrente filone di sviluppo dell’IA, basato sul modello di apprendimento LMM, abbia toccato il suo picco, e non a caso si ipotizza un ritorno al dismesso e alternativo modello fondato sull’imitazione della struttura cerebrale. Ma la criticità più sostanziosa, che più direttamente spinge gli operatori a disinvestire, è che dopo anni la redditività fatica a sfondare: Nvidia, con il suo incremento annuale di utili nella misura del 61%, rappresenta una delle poche eccezioni.
Su questo punto l’effervescenza intellettuale che ha seguito la diffusione dell’IA si è appiattita, riducendone le infinite potenzialità a quelle di un comune fattore di produzione. In altre parole, ci siamo abituati al pensiero che l’IA venga buona soltanto per offrire beni e soprattutto servizi da commerciare (o in via temporanea da offrire gratuitamente). In tale chiave l’IA ha offerto il fianco a una serie di inquietudini, e in particolare per la sua attitudine a sostituire le persone fisiche che occupano il posto nella produzione. Lungi dall’assurgere a condiviso veicolo di prosperità è diventata in tal modo un elemento di allarme sociale, e anche quando nelle aziende l’intelligenza umana e quella artificiale convivono permane un atteggiamento di sospetto e antagonismo. Che l’IA sia in grado di compiere con accuratezza millimetrica e nel giro di pochi secondi mansioni produttive che a un operaio o a un impiegato (anche al netto della personale sciatteria o del disincentivo della sindacalizzazione) richiederebbero settimane, mesi o addirittura anni, quasi diventa una prova della sua antisocialità. Certo, non mancano argomenti per confutare questa postura oppositiva: ma perché accanirsi a stare dentro il recinto di un’area ideologica e conflittuale? Basterebbe scostare lo sguardo umano dalla pigrizia nella quale tende a irrigidirsi in modo ripetitivo (altro che la pretesa flessibilità a fronte dell’ineluttabile cadenza reiterante dell’IA!) per cogliere dove si annidi il futuro più radioso dell’IA: non nella produzione bensì nel consumo.
Il mercato culturale ne rappresenta l’esempio lampante. Ascoltiamo l’infinita litania riguardo al fatto che le persone leggono o si informano poco e in modo decrescente. Bene: un’IA sarebbe in grado di leggere agevolmente milioni di volumi ogni giorno e scartabellare con minuzia certosina ogni riga delle notizie e degli editoriali pubblicate da tutti i giornali della terra. Ecco bell’e risolta la crisi dell’editoria. Non vi pare incredibile che ci si stia ancora ad accapigliare sulla latenza di bias cognitivi nei testi prodotti dall’IA o sulla presunta banalità creativa del suo flusso di scrittura? Spostiamola dal lato dell’utente, e quand’anche qualcuno volesse pure lì lamentarsi di passività e credulità non si farà che ripetere quel che la Scuola di Francoforte applicava allo spettatore umano. L’IA potrebbe sbaragliare il concorrente umani anche nelle attività in cui quello tutto sommato tiene botta: le sette stagioni di una serie Netflix sarebbero divorate nel giro di un’unica e ininterrotta tornata, fruita a velocità speed, e all’IA che le consuma rimarrebbe indifferente dal punto di vista estetico la decisione di intervallarle con frequentissimi advertising. Il cambiamento di paradigma non modificherebbe l’antica massima per cui è l’offerta a creare la sua domanda: il riversarsi sul mercato di una pletora di letture rinvigorirebbe la produzione.
Il mercato culturale mostra con evidenza le potenzialità di una IA le cui prestazioni vengano spostate e potenziate nell’ambito del consumo. Ma perché poi fermarsi a quello? Mettere in gioco le IA anche nei mercati dei beni materiali risponderebbe con successo alle vaste problematiche di questi ultimi: a un’IA che fruisce virtualmente di una locazione Airbnb non disturberebbe che degli inquilini con un contratto di locazione lungo abitino contemporaneamente l’alloggio, e questo assicurerebbe il freno all’aumento dei prezzi degli affitti; egualmente, se l’offerta enogastronomica fosse rivolte essenzialmente all’IA non ci sarebbe bisogno di cucinare sul serio: cesserebbe la disputa sul consumo di carne e i locali di ristorazione potrebbero chiudere prima, cancellando il problema della movida nelle notti dei centri urbani.
Realizzare una simile revisione del sistema sociale non sarebbe così scioccante come potrebbe apparire: se siamo ottimisti sul fatto che alla lunga cancellare tutti i posti di lavoro che è possibile consegnare all’automazione offrirà all’umanità benefiche ricadute economiche non dobbiamo impressionarci di applicare un’analoga razionalità anche nell’altro lato dei mercati.
Questo articolo non è uno di quelli che alla fine rivelano di essere stati scritti da un’IA. Mi piacerebbe invece che fosse il primo a poter dichiarare di essere stato letto da un congruo numero di IA. Lo tenga presente il lettore che lo ha apprezzato e intende condividerlo.

























