Stretti e contraddetti
Dopo una frase come “La guerra in Iran finirà quando lo vorrò io” non sarebbe del tutto implausibile, in un tempo abbastanza prossimo, l’esternazione del pensiero “La vita sulla terrà cesserà quando lo vorrò io”
Dopo una frase come “La guerra in Iran finirà quando lo vorrò io” non sarebbe del tutto implausibile, in un tempo abbastanza prossimo, l’esternazione del pensiero “La vita sulla terrà cesserà quando lo vorrò io”
Come osservatore sociale debbo constatare la pervasiva furbizia degli algoritmi nel selezionare le pubblicità personalizzate da mostrare agli utenti. Però, nella mia personale esperienza, vivo una franchigia da tale corvée. Mi capita infatti di cercare su You Tube alcuni brani pianistici accompagnati da spartiti per provare dilettantisticamente a riprodurli. Logica di sistema esigerebbe che nelle interruzioni di advertising gli algoritmi aggiornassero le proposte a seconda dei miei interessi del momento. E invece, da anni ormai, irrompe soltanto una voce interrogante e compiaciutamente enfatica. “Vuoi sapere quanto vale la tua auto?” e da lì parte lo spot con la sola variazione che al centro ne sia Enrico Papi, Yuri Chechi o dei comuni mortali (tutti comunque molto soddisfatti di questo ramo del commercio). A rendere ancora più singolare questa monomania dell’algoritmo, devo confessare che sono uno dei maschi sulla terra meno interessati allo status automobile, che non ho mai digitato annunci di auto, mai pensato di vendere la mia e che quando avrò finito di tirarle il collo, o glielo avranno tirato le regolamentazioni locali sull’inquinamento, non credo che ne comprerò un’altra. E naturalmente sempre interrompo l’annuncio appena mi viene concessa la possibilità di skippare. Eppure ogni volta che sono aperti insieme, il display del pc e il coperchio del pianoforte, si ripete quest’alchimia, questo incredibile corto circuito che mi pone in una bolla magica, al riparo dalla fruttuosa caccia ai dati che si dispiega nel resto del pianeta. Graziato da un algoritmo gentile o dall’insanabile dissidio tra il rombo di un motore e il diffondersi di una nota in minore.
Giustamente si grida all’attentato verso la democrazia per la pretesa di Trump di dettare all’università di Harvard le regole di condotta didattica, quale condizione del finanziamento federale di 2 dei 9 miliardi di dollari che l’ateneo riceve. Passa così in secondo piano il dato principale: un’università privata che prende rette da 55mila euro riceve 9 miliardi dallo stato. A qualcuno pare un fiore all’occhiello per la democrazia e l’eguaglianza dello studio? Vero, Harvard aveva appena annunciato un piano di incremento del sostegno agli studenti con redditi più bassi, sino all’esenzione. Ma ad oggi non funziona così, e ad oggi ha incassato quei contributi. Però era materiale noioso per la cronaca.
Secondo la Treccani nel 2024 la parola dell’anno è “rispetto”. Per fortuna (e sfortuna) viene precisato che la sua scelta riguarda un auspicio invece che una constatazione di presenza. In effetti, se uno pensa alla crisi delle istituzioni, all’individualismo sfrenato, alla menzogna perpetua, alla violenza sulle donne , i deboli, i soggetti marginali, cioè a tutto ciò che è corrente e si interroga sul buon funzionamento di questa parola inevitabilmente sbotta chiedendosi: ma rispetto a che?
Bisognerebbe cominciare a intitolare le vie a persone che non sono ancora nate. Per incentivarle a fare del loro meglio, e liberare intanto i trapassati dal peso oscillante del giudizio storico.
Candidare alle elezioni una persona per offrirle una via di fuga da una situazione giudiziaria abnorme è meglio che candidarla perché (altro…)
Non so quale senso possa avere l’attesa sulle cause della morte di Navalny, e non solo per la conclamata inattendibilità delle indagini. Putin lo ha fatto avvelenare, quello è tornato in Russia (altro…)
Quasi mi sono messo a piangere per la commozione. Mi ha telefonato l’azienda che produce il telepass. Lei è cliente da vent’anni, vogliamo premiarla, ha detto una signora con solennità. (altro…)
Piove, governo ladro! si usava dire un tempo per parodiare il troppo borbottare dei cittadini verso la politica. Per renderlo più seriamente lo slogan andrebbe così aggiornato: (altro…)
Il dolore delle vittime dei terroristi, spesso ammazzate a pochi passi dall’uscio di casa, mi colpisce allo stomaco come poche altre cose. Mi pare che la rinata Unità potesse interpellare diverse persone (altro…)
Il conformista: avete qualche vita di seconda mano da passarmi? (altro…)
Brevi cenni sull’organizzazione razionale della circolazione. Vengono costruite auto che possono andare a duecento all’ora benché i limiti di circolazione (altro…)
Un’intera, sofferta esistenza potrebbe di colpo rivelare la ragione delle sue traversie: come la tela di Mondrian in un museo di Dusseldorf, (altro…)
Non si dovrebbe più cantare Va’ pensiero. Politica, e troppo divisiva. (altro…)
Poche cose, dall’esterno, sono noiose quanto una stanza in cui sono riunite solo persone che praticano lo stesso mestiere. (altro…)
L’istruttoria dell’Unione Europea verso l’Ungheria si potrebbe immaginare svolta così. “Siete una democrazia?” “Sì, ma illiberale”, con il che Orban avrebbe solo replicato la sua nota affermazione del 2014. (altro…)
Una prima riforma del sistema politico potrebbe essere quelle di chiudere la porta dall’esterno. Quante varianti avremmo avuto nella storia della nostra Repubblica, (altro…)
I matrimoni tra divi di Hollywood, quando non rientrano nel brand marketing, sono il più delle volte l’unione di due squilibrati che passano più tempo insieme (altro…)
Ci sono un sacco di cose negative che non sarebbero poi così male se almeno andassero peggio (altro…)