Non ho intenzione di rifare la rivista. Un’energia di quel tipo si ha una volta nella vita. Più modestamente riprenderò il genere “recensione”, di nuovo destinandolo indiscriminatamente a una mostra come a un oggetto o a una tendenza. Ma fatemi compagnia! Pubblicherò le vostre recensioni purché contenute in tremila battute, non oltraggiose, di interesse generale e non sospette di personalismo (insomma, se il cameriere è stato scortese al ristorante non è questo lo spazio per vendicarsi). Quelle che mi piacciono di più le farò passare per l’homepage. È d’obbligo il giudizio finale in soli/ombrelli (vedere sotto). Ogni recensore ha a disposizione uno spazio al mese.
I giudizi
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Perfetto
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Alla grande
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Merita
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Niente male
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Né infamia né lode
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Anche no
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Da dimenticare
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Terrificante
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Si salvi chi può
BREVI NOTE RIGUARDO AL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA

“Sapete quanti processi in percentuale sono andati a dibattimento nel 2023?”.Così è rimasta retoricamente sospesa la domanda della relatrice a un incontro organizzato dai comitati del Sì. Una domanda tesa a dimostrare che i giudici delle indagini preliminari sono supini alla volontà dei pubblici ministeri, e quindi non lasciano mai cadere la richiesta di instaurare un processo.
E poi la risposta, indubbiamente a effetto, tanto più che era preceduta dalla precisazione “Sono dati del Ministero”.
“Il 109 per cento”.
È seguito un “ohoo” di incredulità, per ragioni probabilmente diverse secondo la personale sensibilità.
La relatrice deve essersi resa conto che nel calcolo c’era un’incongruenza, diciamo così, apparente.
“Può sembrare strano questo numero” ha ammesso. Per un attimo si è appannato il fervore messianico con cui stava perorando le ragioni del Sì. E un po’ velocemente, mangiandosi qualche parola, ha detto che nel calcolo confluiva qualche procedimento nell’anno prima.
Non è però che la spiegazione risultasse tanto chiara.
Il problema soprattutto è che formulata così dissipava la sua efficacia retorica. Se senti che una cosa accade nella misura dell’95% fai un salto sulla sedia perché con un calcolo mentale immediato apprendi che il caso opposto si verifica soltanto il 5% delle volte. Ma una volta che dai per ammissibile il 109% ne sai quanto prima. Nulla esclude, infatti, che sull’altro piatto della bilancia ci sia, che so, il 271%.
Non voglio prendere questa perla che mi è capitato di ascoltare quale emblema del dibattito svoltosi intorno al referendum sul quale stiamo per andare a votare.
O forse sì? Forse un poco la voglio chiamare a simbolo, sia pure estremo.
Perché ne hanno sparate in tanti. Sparate, cioè proprio con il cannone. Con virulenza, dall’una e dall’altra parte. In barba al fatto che, in teoria, si starebbe discutendo di una questione tecnica (non proprio alla portata dei comuni cittadini che devono inopinatamente pronunciarvisi in un referendum).
Ricordo ipersinteticamente che si vota per: 1) separare le carriere del giudice e del pubblico ministero, non semplicemente limitando i passaggi dall’una all’altra funzione (già limitatissimi adesso) ma istituendo due concorsi diversi e due separati consigli superiori; 2) affidare al sorteggio le nomine dei componenti del consiglio superiore, invece che alle elezioni; 3) istituire l’Alta Corte, un organo speciale per i processi disciplinari dei magistrati.
Lo sfondo cultural-costituzionale di questa riforma dovrebbe essere la parità fra le parti nel giudizio: se il giudice e il pubblico ministero appartengono alla stessa corrente della magistratura (le correnti sono una sorta di partiti interni) la parità ne risulta violata.
Quel che di sicuro non c’entra con la riforma è il buon funzionamento della giustizia o, specificamente, la riduzione dei tempi processuali. Come ha detto Giulia Buongiorno, presidente in quota lega della commissione Giustizia (e ovviamente sostenitrice del sì), solo un ignorante potrebbe sostenere che la riforma incida sull’efficienza.

Non è che le proposte siano intrinsecamente una roba dell’altro mondo.
A proposito dell’altro mondo, la separazione delle carriere c’è già in tanti paesi (benché con sistemi di pesi e contrappesi diversi dal nostro).
Il sorteggio sarebbe un ottimo modo per eliminare il peso potenzialmente clientelare delle nomine (più in generale, il sorteggio è uno strumento storico di attuazione della democrazia che andrebbe impiegato più di sovente). Il CSM non è un organo di rappresentanza, e se uno che viene sorteggiato non è capace di gestire i trasferimenti e le nomine mi preoccupo di più che non sia capace di giudicare su un ergastolo (o, dato che sulla seconda materia ha studiato e sulla prima no, non mi impressiono se la prima è chiamato a esercitarla secondo arbitrio del caso).
Egualmente, che il giudizio disciplinare venga scorporato dall’attività amministrativa (nomine, trasferimenti ecc.) non mi pare sconvolgente, e nemmeno che pure per questo compito i giudici vengano sorteggiati (come ad esempio accade per i giurati delle corti di assise).
Quanto alla terzietà, ben venga ogni cosa che la rinforza (e del resto l’ordinamento che regola i vincoli della magistratura è stato più volte oggetto di assestamenti normativi in questa direzione).
Non trovo sconvolgente tutto ciò, ma nemmeno indiscutibile, o ineluttabile.
Militano ragioni tecniche a favore e altre contro.
La gran parte delle argomentazioni usate, tuttavia, non hanno nulla di tecnico. Molte fanno leva sull’elemento psicologico (in senso lato).
Per esempio: eh, i pubblici ministeri li isoli, li fai crescere da soli, senza la cultura della giurisdizione, quelli diventeranno tutti poliziotti! Vorranno incastrare chiunque, per il solo gusto di coglierlo in castagna.
Oppure: eh, che vuoi fare, giudici e pubblici ministeri hanno studiato insieme, prendono il caffè, ne vediamo parecchi che vanno insieme al cinema (pellicole d’essai per giunta), stanno nella stessa corrente e infatti si raffreddano sempre nello stesso momento! Ogni volta che inizia un’azione penale il pubblico ministero va dal giudice delle indagini preliminare e comincia a tirargli dei colpetti molesti nel costato (lievi, perché prendono il caffè insieme, hanno studiato insieme ecc.): dai su, rimandalo a giudizio, che ti costa, siamo amici, no? (e poi, mostrando i canini: ci terrai alla carriera no?).
Ecco che rientriamo nell’orbita del famoso 109%. Perché, 100% in più 100% in meno, non è forse vero che i giudici si fanno comandare dai pubblici ministeri?
No, non è vero, perché la metà delle volte circa il processo finisce con l’assoluzione.
Vabbè, ma dai, il gip, il giudice del riesame…(chissà perché poi dovrebbe esserci questa differenza visto che le correnti comprendono anche quegli altri) mandano sempre a dibattimento i processi.
E invece se si ascoltano le inaugurazioni degli anni giudiziari le lamentele sono di segno opposto.
Quanto tempo sprecato, avvertono. La maggior parte delle richieste del pubblico ministero- con picchi del 64%- vengono archiviate.
(Non è questo dato abbia per forza a che vedere con la diatriba sulla contiguità tra giudice e pubblico ministero. Ma chissà perché la fantasia non viene sviscerata anche nella direzione opposta: il pubblico ministero non è della mia corrente, adesso gli archivio tutte le richieste).

Come per ogni cosa che si voglia veramente comprendere in profondità, per questo referendum è necessario domandarsi perché? La ragione per cui siamo chiamati alle urne è che il governo (che ha promosso il referendum e lo ha condotto blindando ogni virgola del testo piuttosto che cercare un’intesa con le altre forze politiche) vuole ridimensionare l’autonomia della magistratura. Non è un’illazione, con una genuinità naif che suscita quasi tenerezza il ministro Nordio (come altri rappresentanti di quella parte) lo ha ammesso candidamente e si è domandato persino come mai Edy Schlein non capisca che il beneficio di limare le unghie alla magistratura ricadrebbe anche sulla sua fazione.
Non è vero, questo no, che con la vittoria del si al referendum i pubblici ministeri ricadrebbero direttamente sotto il potere gerarchico del ministro della giustizia. Per questo occorrerebbe una nuova legge ordinaria, che dovrebbe passare il vaglio della Corte Costituzionale. Possiamo, questo sì, pronosticare che la parte politica che mostra di perseguire il controllo della politica sulla magistratura (o quanto meno di allontanare il controllo di legalità operato dalla magistratura sopra la politica) cercherà di non lasciare il lavoro a metà. Non è per forza sbagliata l’idea della riforma (forse è giusta, forse è sbagliata) ma è fallace il criterio punitivo e autoritario con cui viene concepita.
Del resto, se le domande referendarie dovessero essere articolate con schiettezza questa potrebbe essere una formulazione onesta del testo:
Vuoi che i magistrati siano giudicati da un tribunale speciale nel quale è stata aumentata la componente dei membri (non magistrati) nominati dalla maggioranza politica?
Vuoi che il magistrato sia l’unico cittadino che non possa ricorrere in Cassazione contro un giudizio di condanna?
Vuoi che la composizione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura sia totalmente affidata al caso solo se si tratta di magistrati, e sia invece sostanzialmente selezionata quando siano di nomina politica?

Siccome questi sarebbero gli esiti di una vittoria del Sì, mi sembra difficile negare che il referendum consista in una resa di conti con la magistratura. Naturalmente, questo non significa automaticamente che si debba votare per il No. C’è un tot di gente che odia la magistratura (qualcuno per ignoranza, qualcuno per emulazione, qualcuno perché ne ha avuto davvero una brutta esperienza) e che volentieri apporrebbe il segno sul Si anche in coda a questa versione delle domande.
Bisogna però che abbia in antipatia anche la democrazia (c’è pure un tot di gente che ce l’ha in antipatia). Perché l’attacco della politica alla magistratura è il segno più inequivoco della crisi democratica contemporanea.
Nel 2024, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l’indipendenza degli avvocati e dei giudici ha denunciato l’erosione dello Stato di diritto in corso nel mondo per effetto degli attacchi rivolti ai magistrati. Tra le diverse modalità di interferenza ha indicato la “cattura” delle Corti, quando il potere politico interviene sul reclutamento dei giudici o modifica il funzionamento dei Consigli di autogoverno giudiziario, introducendo forme di controllo politico.
Questo è quel che sta accadendo in giro, questo è ciò da cui dobbiamo difendere il paese.
Non trovo corretto stilare una pregiudiziale graduatoria di buoni e cattivi fra i politici e i magistrati. Se la magistratura fosse riuscita a portare in piazza un referendum per una modifica costituzionale che incrementasse i suoi controlli sul potere politico sarebbe giusto votare dalla parte opposta. Attenzione però a non confondere l’invasione di campo la normale dinamica dei poteri, che avviene quando un giudice è chiamato a valutare (per iniziativa di un pubblico ministero) se il ministro dell’Interno ha commesso un reato negando l’attracco a una nave con a bordo gli immigrati. Peraltro, chi se ne lamenta dovrebbe poi apprezzare il funzionamento dello stato di diritto che alla fine dichiara infondata l’accusa.
Sia un magistrato che un politico, senza che questo infanghi l’intera categoria, possono abusare della loro funzione. La corruzione è un rischio che pervade ogni ambito, anche se esistono circostanze che più facilmente la rendono sistemica.
Non posso tuttavia fare a meno di notare che, nel caso più famoso di deviazione della logica correntizia, il magistrato Luca Palamara fu intercettato mentre negoziava le nomine per la Procura di Roma e quella di Firenze con sei magistrati, dei quali cinque membri del CSM e uno sottosegretario e parlamentare, Cosimo Ferri. Poi Palamara fu radiato dal CSM, e gli altri severamente sanzionati. Tutti, tranne Ferri, che ritornò a fare il giudice a Roma perché la Camera negò al CSM l’autorizzazione a usare le intercettazioni.
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