
Rispetto a cosa non c’è altra scelta? Andiamo, su: lo sappiamo tutti, almeno qualche volta lo abbiamo pensato e lo pensiamo durante la lettura dei quotidiani… La violenza, passare alla violenza, basta con le chiacchiere! In effetti Park Chan-wook a una simile conclusione è arrivato precocemente, imponendosi quale dispensatore seriale di violenza cinematografica. Con il tempo, tuttavia, l’efferatezza si è ingentilita, e la sua maestria visiva se ne è giovata perché abbraccia uno spazio molto più largo. E così il protagonista di questo suo film ci arriva, alle tesi che non c’è altra scelta, e tuttavia fatica ad acconciarvisi, e all’inizio posticipa, o si identifica con la vittima designata e cede persino a impulsi protettivi dell’altrui ménage familiare. Quando varcherà il confine, non si tratterà di furia che esplode bensì di una porosa traspirazione ambientale, un lento e inesorabile penetrare della violenza che vive già nell’ordine delle cose.
Man-soo è un uomo felice, impregnato della sua duplice identità di lavoratore di concetto – fedele, indefesso e ben remunerato dentro una cartiera – e di gentile e benestante capofamiglia con bella moglie, figlia, figlio acquisito dalla moglie che sposò ragazza madre, cani, villa e accessori. Nel la nostra conoscenza, però, tale rimane solo per i primi dieci minuti, giacché piomba sul suo capo un licenziamento dopo che l’azienda viene acquisita da una società americana con progetti di ristrutturazione, automazione e zero tempo per le ciance con i dipendenti, specie se sono in uscita. Il mondo gli cade addosso, mentre la più pragmatica consorte applica tagli thatcheriani all’economia domestica. Man-soo affonda nelle paludi di lavoretti dequalificati e trova sollievo solo parziale nella cura ossessiva delle sue piante. Gli scivolano via il benessere, lo status, l’identità. Le sue competenze manageriali non sono comuni, e qualche possibilità di riciclarsi in modo ottimale presso un’altra azienda (una in particolare) ci sarebbe, ma il posto è già occupato, e peraltro un paio di concorrenti, anch’essi lasciati a piedi dai datori di lavoro, avrebbero comunque qualche titolo in più. Se in più, invece che il posto o i titoli per accedervi, costoro avessero qualche metro di terra sopra la testa, la ricerca del lavoro prenderebbe magari una china positiva, e questo l’ingegno suggerisce a Man-soo. Da qui la trama prende seriamente avvio, per procedere in modo scientemente caotico e non banale, per approdare a un finale molto intelligente.
Il modello di riferimento non può che essere Il cacciatore di teste di Costa-Gavras, che del resto era ispirato al medesimo romanzo cui si è ispirato Park Chan-wook, The Ax, di Donald E. Westlake. Al di là della stretta trama, tuttavia, l’assonanza esige il richiamo di Parasite (in quanto coreano, concernente le conseguenze nefaste della perdita del posto di lavoro e avente sullo sfondo la critica radicale del sistema capitalistico). Tuttavia, benché a sua volta oscillante tra vari registri, No one choice è più nettamente una commedia noir, quasi in stile fratelli Coen, con passaggi di irresistibile comicità sgorganti non tanto dalla sceneggiatura quanto dall’azione e dai suoi buchi neri. Di Parasite è meno ordinato e stringente, ma certo in due ore e quindici assomma e pennella una quantità di temi con l’abilità compressiva di un romanzo russo dell’Ottocento: il precariato, la sostituzione robotica, l’identità fragile, la famiglia, l’alienazione, la competizione feroce e a proseguire. Meravigliosa, soprattutto, la trascendenza tematica per cui l’oggetto “carta” si trova scaraventato tra due negazioni che nella dimensione produttiva ne incrinano la risonanza idilliaca, la deforestazione e l’automazione. Tanto è denso, quest’ultimo binomio di contenuto, che sgocciola sino a intersecare i titoli di coda. In termini estetici l’attenzione al dettaglio di Park è maniacale, estendendosi sino a un paio di baluginanti apparizioni di volti sopra superfici riflettenti lontane, nei momenti esatti in cui possono significare qualcosa oltre l’immagine.
No one choice
Quattro soli

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