RECENSIONE SENTIMENTAL VALUE

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Al principio c’è la declamazione di un delizioso tema scolastico: una bambina racconta la sua casa immaginandola essere senziente che trasuda gli umori dei suoi abitanti; e si domanda infine se, quando il papà se ne è andato e sono cessate le liti tra i genitori, la casa si sia sentita più leggera o invece inaridita. Nella sequenza successiva, che trasmette un’ansia devastante, la piccola è cresciuta e diventata un’attrice teatrale ma in quel momento proprio non se la sente di entrare in scena e metà dello staff le corre dietro mentre il pubblico attende il levare del sipario. C’è una ragione specifica, e non la rivelo per non fare micro-spoiler, ma certo in una manciata di minuti lo spettatore (quello cinematografico, non quelli davanti al sipario) è ben preso, e pensa: se il buon giorno si vede dal mattino…Lei si chiama Nora, un nome che calzatole addosso da un autore scandinavo la predestina a un tot di claustrofobica sofferenza (anche di emancipazione? No spoiler!) e la tonalità emotiva della scena che ora ho descritto introduce il dominante tema psicologico che guida il film e accomuna i personaggi, ovvero il senso di inadeguatezza – che sia palese e divorante, covi in attesa di occorrenza o sia rimasto in consegna all’inconscio.

Nora e sua sorella Inga, alla morte della madre, ricevono l’inattesa visita del padre, un affermato ed egocentrico regista che le ha lasciate sole nei momenti importanti. Inga tiene comunque i fili del rapporto mentre Nora non riesce tanto a reprimere la rabbia, e avverte il peso che quell’assenza ha portato nella sua sicurezza. Stavolta il padre la stupisce: ha deciso di girare un film nella loro casa di famiglia, della quale è proprietario, e sostiene addirittura di averlo pensato per Nora, cui chiede dunque di interpretare la parte principale. Nora rifiuta sdegnata: al di là del teatro, ha girato una serie televisiva che l’ha resa un volto noto, e sospetta che il genitore faccia calcolo essenzialmente su questo. Oltre tutto per quella serie Gustav Borg manifesta un certo sprezzo. Un casuale incontro con una stella del cinema americano, che amerebbe girare un film d’autore ed è fervente ammiratrice di Borg, offre a costui la chance di sostituirla a Nora nel cast, e assicura l’acquisto dei diritti da parte di Netflix. Inizia così la preparazione che porta subbuglio interiore un po’ a tutte le persone in gioco: anche a Gustav, che è stato un padre orribile ma vorrebbe recuperare terreno nei confronti di Nora, sia pure senza scostarsi dai suoi strumenti per agire sul reale. Forse anche la casa cigola di interiore tensione. Del resto, pur se si dichiara non autobiografico, il film che gira Borg traccia una linea di contato tra le generazioni, a partire dalla nonna che fu prigioniera in un campo di concentramento e a uno di quei soffitti domestici si impiccò.

Non si può dire che in Sentimental Value non accada nulla: però si tratta di piccole scosse telluriche di assestamento. Non vuole essere un film di grandi effetti e azioni eclatanti. Il regista Joachin Trier sceglie un assetto molto controllato, anche nella sceneggiatura. Nonostante il particolare status lavorativo dei personaggi, si tratta di un’opera che mira all’intimo e al quotidiano, presi nelle loro espressioni problematiche e cariche di antiche tensioni – secondo la tradizione scandinava, del resto, e lo stile di cui Trier ha dato prova nelle opere precedenti. Certo, il buon esito molto riceve dalla recitazione, ottima in tutti, formidabile in Stellan Skargarg nella parte di Gustav ma ancor più in Renate Reinsve che nella parte di Nota mette in scena una gamma straordinaria e rapidamente cangiante di emozioni e sentimenti. Una visione di film a parte meriterebbe lo spettacolo del montaggio, ampiamente da oscar (per il quale ha ottenuto una delle nove nomination del film). Se si entra in questo loop si viene invasi dalla curiosità per quale inquadratura succederà a quella in corso (benché anche qui la sobrietà imperi). Dato che il film ruota intorno a set e palcoscenici, ci sono frequenti transazioni dal reale alla finzione e viceversa, con dei begli effetti sorpresa. Sarebbe forse piaciuto al sociologo Erving Goffman, che teorizzava l’uso della maschera sociale nella dimensione pubblica. Qui però sono in gioco le maschere che si indossano nella dimensione privata, e gli slanci di illuminazione, amore e franchezza che consentono di liberarsene.

Sentimental value

Quattro soli

Di |2026-02-06T17:22:47+01:006 Febbraio 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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