RECENSIONE LA MIA FAMIGLIA A TAPEI

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Divisione delle competenze: se quella per la mano di Dio è stata da tempo assegnata a Sorrentino, d’ora in poi per quella del diavolo bisogna rivolgersi alla taiwanese Shih-Ching Tsou. A rigore (non calcistico) parliamo sempre della stessa, quella birbona della sinistra. Nel film il cui titolo italiano è La mia famiglia a Taipei, la piccola I-Jing, cinque anni, è mancina, con sommo raccapriccio del nonno al quale è ben noto che si tratta di una sventura, dato che la mano sinistra è appunto quella del diavolo. E siccome il regime sociale vigente nel film è il matriarcato, e il nonno è gravato dell’onere di confermare che tutti gli uomini che vi appaiono sono degli imbecilli (alcuni di animo molto gentile, però), alla ragazzina viene da lui temporaneamente vietato l’uso della mano naturale e – cosa più grave – ne viene suggestionata riguardo alle luciferine ascendenze dell’arto.

Le conseguenze di questo equivoco sfociano nella commedia brillante. Ma tutto il film (premiato come vincitore alla Festa di Roma) ha uno sbocco simile e si limita a costeggiare il dramma: che in certi momenti sta lì vicino, cinquanta metri più in basso o cinque centimetri più in alto, e tuttavia la scelta finale è di confinarlo nel passato, nell’orizzonte delle possibilità o nello sfondo sociale. Le protagoniste sono donne di generazioni diverse: Shu-Fen che cerca senza successo di far quadrare i sospesi, quelli affettivi con l’ex marito gravemente malato e quelli economici legati al poco fruttuoso posticino di ristorazione che gestisce nel mercato centrale; la figlia ventenne I-Ann, ribelle e irrequieta, impegnata come in un “betel-nut-girl” (chiosco tipico di finger food nel quale è richiesto alle addette di vestirsi succinte)  nel quale tresca un po’ annoiata con il giovane datore di lavoro; la madre e nonna che vorrebbe calarsi gli anni e intanto conosce una nuova prosperità finanziaria nel traffico di emigrazione illegale verso la Cina; e soprattutto questa bimba mancina, chiamata dagli eventi a una precoce maturità che of course non è in grado di gestire completamente, e che in questo film di ottima recitazione collettiva è tuttavia la star, realizzando la più convincente prova da enfant prodige delle ultime due o tre stagioni cinematografiche. Le vicissitudini di ciascuna, raccontate con una buona progressione narrativa, non possono che incrociarsi. E confluiscono in un finale teatrale durante la festa per i sessant’anni della nonna.

La precedente prova alla macchina da presa di Tsou data 21 anni. Durante questo lungo interludio è diventata produttrice e costumista dei film di Sean Baker, il regista fra l’altro della Palma d’Oro e Oscar Anora, che ricambia qui la presenza e opera come montatore e co-sceneggiatore. Inevitabilmente il sodalizio lascia la sua impronta nello stile e nello sviluppo, e però possiamo anche cullarci nella fantasia che Tsou si sia ispirata con spirito di aggiornamento visivo al neorealismo italiano o persino a un plot di Eduardo De Filippo, salvo la mancanza di un pater familias nello scioglimento dei nodi. La trasmissione del calore umano non manca, a costo di scivolare in qualche eccesso di semplicità. Le riprese con lo smartphone si sposano a meraviglia con l’ambiente notturno di Taipei e i riflessi luminosi sporcano consapevolmente lo schermo di opacità. In alcune scene lo sguardo è sagacemente posto all’altezza dell’occhio di I-Jing facendoci entrare nelle sue impressioni. 

La mia famiglia a Taipei

Due soli




Di |2026-01-16T16:07:23+01:0016 Gennaio 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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