
E piantala! L’espressione, che nel linguaggio comune è una stizzita esortazione a non rompere (gli schemi, la quiete e altre entità più schiettamente espresse), da qualche tempo designa l’invito a gettare semi e ripopolare di verde il nostro esausto pianeta. Un film che presenta un albero come protagonista fa pensare a un manifesto ecologista: ma di teorizzato non c’è proprio nulla, né che concerna i fusti e le cortecce né che riguardi gli esseri umani.
Definirei piuttosto Silent Friend un’opera rizomatica, che esplora intuitivamente intrecci sotterranei e diramazioni di individui e animali, le correnti con cui si sfiorano o i flussi e le nutrizioni dentro cui si ripiegano, le linee erratiche di sviluppo.
“Negli anelli viene memorizzata la storia dell’albero: vi si possono leggere gli anni di siccità, gli anni particolarmente freschi e piovosi o anche le infestazioni di insetti e malattie”: cito con qualche omissis il testo di Peter Wohlleben “La saggezza degli alberi”. Il gioco di Silent Friend è supporre che un ginkgo biloba piantato nel 1832 dentro il giardino botanico di un’università tedesca possa trattenere questi stessi umori e ricordi degli uomini che nei secoli lo hanno frequentato per ammirarlo, trarne ispirazione scientifica o esistenziale, studiarlo o usarlo come trastullo. Il film ha pertanto una struttura narrativa tripartita, parimenti divisa in formati: nel 2020, in coincidenza col Covid e illustrata dal digitale, la permanenza di un neuroscienziato di Hong Kong dentro il summenzionato giardino del campus nel quale è in trasferta e surroga il tempo mancato delle lezioni con lo studio del Ginkgo, sotto lo sguardo astioso ed esclusivo (i due stanno lì da soli) del guardiano che si sente usurpato del dominio sul territorio; nel 1972 un giovanile e amoroso ménage à trois che include uno studente e una studentessa, entrambi simpaticamente fuori di testa, e un geranio, dalla fanciulla osservato nella crescita con scientifico rigore, in seguito rivisitato dal ragazzo, a cui lo lascia in custodia quando parte per le vacanze: al tutto si addice un colore sgranato in 16 mm; nel 1908 la non semplice vita della prima studentessa donna ammessa alle lezioni universitarie di quel bastione ultra-patriarcale, a un certo punto costretta a fungere da assistente nello studio di un fotografo per mantenersi e che dall’esperienza trae un nuovo modo di sintonizzarsi con le piante, mentre lei e le sue vicende vengono restituite in bianco e nero 35 mm.
Si sviluppano armonicamente le tre storie? Sì, assolutamente! Al riparo da forti elementi drammatici, fondate su un’evoluzione dolce che transita per il minimale e il liminale. Si coordinano tra loro, marcando chiaramente la ragione del loro convivere? No, assolutamente! Sarebbe un errore di strategia spettatoriale corrugare la fronte a cercare questo o quell’altro indizio di similarità e assonanza in un segno di purezza narrativa, se ne ricaverebbe alla fine solo irritazione (con qualche fondatezza). Invece, ogni singolo elemento – che rappresenti l’umano o il vegetale – è capace di sganciarsi dalla trama secondo linee di astrazione e poeticità per congiungersi con un altro elemento lontano grazie alla sintonia di spirito. Se consideriamo l’incipit del film, le reazioni agli stimoli di un bambino di sei mesi col cervello sequestrato dagli elettrodi, è sorprendente che Silent Friend tanto viri sulla vertigine liristica. D’altronde, nella parte del 1972, la ragazza apostrofa malamente l’amico che cerca di sedurla in una presunta convergenza di interessi citando le osservazioni botaniche di Goethe: “aho, allora nun hai capito che io sto’ a fa’ avanguardia cor genario, ancora me stai co’ Goethe!” (chiaramente non lo dice in romano ma è un idioma che ben restituisce quest’oppositività). E sarà smentita dalla sagacia combinatoria di lui, studente di letteratura, quando gli toccherà pro tempore il ruolo di levatrice del germoglio (quanto a Goethe, ritornerà in coda con i versi del Canto notturno del viandante, altro credito di gratitudine che contabilizza la regista Ildyko Enyedi).
Parrebbe proprio che le arti ungheresi, in questa fase della storia, trovino la loro peculiarità nello smantellamento dell’organicità narrativa: ma nella scrittura brut del Nobel Krasznahorkai non c’è traccia della poesia con cui Enyedi ricompatta la dispersione. E, se parlando invece di consonanza registica, pare a me incombente, nella struttura come nell’immagine e nel ritmo, la presenza di Terrence Malick, si impone tuttavia qui una profonda simpatia verso la relazione umana e un olismo quasi ereticamente panteista sconosciuti allo sguardo del regista americano. Chiaramente in un’opera di questo tipo la forza visiva è essenziale, e il taglio che la porta avanti con successo è quello fotografico di Gergely Palos (un difettuccio è la reiterazione del canone: lo sfuocato dentro il bianco e nero toglie il fiato per un po’ di sequenze, poi al ripetersi della medesima distribuzione formale dentro il quadro viene da dire: bene, bene giovanotto, molto bravo. Adesso vediamo come se la cava con un altro esercizio). Soprattutto staticamente la macchina sul vegetale sintetizza in modo felice la geometria dentro il fluire della vita. Per chi avesse l’occasione di incapparci consiglio, per un’esperienza risonante, le incisioni fotografiche di Denis Brihat. La prova attoriale è eccellente (Tony Leng Chiu-Wai, Luna Wedler, Enzo Brumm che menziono per non lasciarla anonima più che per stabilire una primazia) la sceneggiatura ricca di arguzie e ironie, il gusto della libera espressione artistica è potente e senza concessioni alla cassetta. A pensarci solo una, che tutti sorridono con le stesse fossette.
Silent friend
Tre soli

Scrivi un commento