RECENSIONE DI ODISSEA

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Recensione di Odissea

Rispetto all’originale, l’Odissea di Nolan di macroscopico presenta almeno una mancanza e un’aggiunta: l’assenza riguarda le divinità, salvo una presenza veramente d’ufficio, più fantasmatica che divina, di Atena; l’aggiunta, in fondo conseguenziale all’assenza, è la totale assunzione di responsabilità da parte degli uomini per le loro azioni, e da parte di Ulisse la consapevolezza di tale responsabilità. Per questo egli appare un eroe dolente, colmo di rimpianto e senso di colpa per il massacro di Troia. Attualizzato, un simile revisionismo corrisponde a una critica politica dell’Occidente ed esprime una linea di continuità con Oppenheimer.

Cimentarsi con l’Odissea è di suo un’impresa omerica, a partire dall’ambizione di restringerla a tre ore sullo schermo, ciò che implica per necessità tagli e aggiustamenti, con il rischio di snaturarne l’anima. Nolan è stato molto bravo a tenere l’equilibrio, confezionando un’Odissea sua non solo per specificità del medium ma pure nel conferimento di un personale indirizzo ideologico ed estetico: qualsiasi calco sarebbe destinato al fallimento e del resto già Dante, che su Ulisse pennellò dei versi senza avere letto l’opera, innovò profondamente l’interpretazione del personaggio. Molte delle trasgressioni di Nolan rispondono a una squisita competenza filologica, anche se sono commercialmente compatibili con un kolossal blockbuster: per esempio, è del tutto conservativo che Ulisse stermini i Proci secondo schemi di azione che hanno ormai assimilato l’action-movie e risultano persino più plausibili di uno sterminio compiuto interamente a frecciate. E giustamente il regista ha rivendicato che piazzare all’inizio della pellicola Travis Scott che riassume la caduta di Ilio sia il modo più corretto per rimanere fedeli alla tradizione orale (personalmente ho trovato quella scena di apertura cinematograficamente fulminante, come ogni incipit di Nolan).

Detto che gli aggiustamenti d’epoca non sono strafalcioni o semplificazioni bensì elucubrazioni a volta persino dotte, troppi recensori positivi hanno forzata la mano nel trarre messaggi di modernità quasi cronachistica. Ad esempio tutto l’insistere sull’ospitalità, che certo è presente, era già potente (anche di più) in Omero. Il tema del viaggio è storicamente nelle corde di Nolan, e altrettanto lo sfondo dell’alterità, tanto da pensare a posteriori che Itaca fosse per lui un attracco obbligato. In termini di spettacolarità visiva a me pare sia impossibile discutere il film, benché si possa, in alcuni passaggi, opinare sul gusto: la soglia di ripugnanza delle trasformazioni di Circe mostra troppo scopertamente un’artificiosa ricerca del limite. Al contrario, per le Sirene, viste le infinite possibilità espressive del soggetto e la pluralità dell’esegesi sui soggetti, è una delusione che Nolan si sia limitato a una (bella) scena omissiva. Il picco artistico è raggiunto nelle sequenze in flashback del cavallo di legno, con i suoi compressi occupanti sprofondanti con lui nella sabbia durante le maree, e le sequenze del truce sterminio. Ecco, nel trasmetterne la percezione fisica, Nolan ha davvero tratto il massimo profitto dal medium che Omero non poteva permettersi. Tanto di cappello.

Dove però quest’Odissea va a sbattere è proprio nelle specifiche e originarie peculiarità dell’Odissea com’era: un poema cioè che viveva di linguaggio e personaggi. La sceneggiatura è abbastanza terribile, e questo non è accettabile. Ulisse, ancora travestito da accattone (in un fuori programma rispetto alla versione di Omero), fa fuori una decina di sicari che stavano per ammazzargli Telemaco, e questi chiosa: “Niente male per un mendicante!”. Eh no, questo è uguale agli attivisti ambientali che imbrattano Monet (che in effetti è un atto di sabotaggio e non è candidato a premi)! I personaggi, a loro volta e con poche eccezioni, sono parecchio carenti: fortuitamente tra le eccezioni figurano Ulisse (non al cento per cento, però) e soprattutto Penelope, direi una meravigliosa e rara Penelope, un caso in cui la riscrittura metoo è equilibrata, artisticamente esemplare e psicologicamente plausibile (con Circe invece la mano è un tantino greve). Ma Telemaco! Quale gusto c’è nello scherzo di caricaturizzare la liminalità adolescenziale resa critica dall’ingombrante ombra paterna nella macchietta di un bamboccione che si stacca dalla gonna materna solo per andare a trovare zio Menealo e parla come un deficiente? Per tacere di Antinoo che sembra proprio avere sbagliato film, e al suo bullismo di bassa lega fa il paio il ridimensionamento a burini dei Proci. Nemmeno è chiaro perché Calipso sia una psicoterapeuta cui arriverà il richiamo deontologico dell’Ordine dato che si è innamorata del paziente.

Al tirar delle somme, comunque, lo spettacolo (per giunta nella nobilità della pellicola IMAX 700 mm) vale il biglietto, eccome. E in effetti una folla, composta anche di insospettabili, si è fiondata ai botteghini, e una parte di essa si è persino premurata di preventivamente informarsi che Penelope non è una linea di intimo e di leggere almeno il riassunto del testo. Per alcuni una sorta di turismo cinematografico, ma ben venga. Di certo non ci sarà un sequel. Però, se a qualcuno (non certo Nolan) mai venisse in testa, che almeno faccia morire Ulisse come optò il poeta Kazantzakis: su un iceberg dell’Atlantide.

Odissea

Due soli

Di |2026-10-09T16:22:13+01:0025 Settembre 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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