
L’autofiction è in questi anni il principale fenomeno del mercato letterario. Cominciata come sofisticato gioco, narrazione di fantasia nella quale l’autore entra con nome e cognome ma nel segno di una smaccata invenzione, si è col tempo sempre più spostata verso un taglio autobiografico: e se è vero che la sua essenza rimane in teoria la manipolazione che l’autore (forse) innesta sopra il racconto, il suo successo è dovuto soprattutto alla pruriginosità che un materiale confessorio potenzialmente vero esercita sul pubblico. Avere passato seriamente un guaio ha sostituito l’ispirazione finzionistica quale presupposto di una buona accoglienza editoriale. L’autofiction è dunque un meccanismo di semplificazione. Così, l’autore che (in un libro o sullo schermo) si mette in testa di fare finzione sull’autofiction, allestendo inevitabilmente un testo metanarrativo, viene accusato di agire in modo complicato e contorto. Questo è grosso modo l’esito critico di maggioranza che grava sull’ultimo film di Amarga Navidad.
Si può provare a uscire dall’impasse nel modo più banale sostenendo che Almodovar fa vera e pura autofiction: non è forse vero che il film parla di un celebrato regista a corto d’idee che non fa un film da cinque anni, e allora saccheggia quel che si trova a tiro nella sua cerchia e lo infila nella nuova sceneggiatura, al parto della quale veniamo invitati ad assistere in diretta? Però non è agevole insistere sul punto, anche perché Almodovar né pare in prosciugamento creativo né pensa di esserlo, e nelle interviste descrive Amarga Navidad come una semplice manifestazione di amore per il cinema. Si deve dunque accettare che il film si proponga di affrontare in modo riflessivo il tema dell’autofiction, ancorandolo al quesito etico se sia lecito, e in che termini, che un narratore vampirizzi le persone vicine per nutrire i suoi personaggi. Nello specifico, la vampirizzazione è anche piuttosto anemica rispetto al canone più arrembante dell’autofiction, tipo quello di Carrere (peraltro uno dei pochissimi che riesce a distillare alta letteratura da quella combinazione, benché persino la sua stessa pratica, estesa fino agli avi, cominci a denunciare raschiamento del barile). Nel film, il regista Raul (che, se si esce dalla pigrizia intellettuale, non è per forza l’alter ego di Almodovar) si limita a tirare in ballo due vicende di dolore e lutto di due amiche della sua storica assistente, senza però prendere la vicenda in blocco e renderle identificabili al pubblico: il peccato che commette è di renderle identificabili a loro stesse. Conta più il rischio di ledere la sensibilità altrui o la sovrana regalità dell’artista?
Il quesito ha il suo fascino, e Almodovar lo sviscera non tanto mediante teorizzazioni filosofiche e dialettiche quanto attraverso la frizione fra le coscienze scosse e una matrioska cinematografica: Raul scrive un film sulla regista Elisa in crisi creativa…lei sì alter ego del primo! I rimandi fra le trame sono chiarissimi. Come aggiustarsi tuttavia con l’altro presunto difetto del film, ovvero che, siccome Raul rappresenta una regista in crisi creativa, la sua sceneggiatura procede coerentemente per rallentamenti, inciampi e ripensamenti, che renderebbero il film vero (quello di Almodovar) pieno di rallentamenti/inciampi/ripensamenti? Il problema non è certo nuovo in termini estetici: per dire, quando Hyeronimus Bosch decise di dipingere il brutto pure bisognò farsi una ragione di non vedere Madonne raffaellite nei quadri; o più recentemente le sequenze minimaliste di Raymond Carver dovevano disseccare il quotidiano da ogni traccia epica. Da tempo Almodovar ha abbandonato il barocchismo per lavorare di sottrazione, e quei tratti umani che un tempo ricavava dall’esplosione del dramma li filtra dai dettagli che si celano ai margini del significato. E anche stavolta, lungi dal ridurre il film a un cervellotico gioco di specchi, lo innerva con temi quali il lutto, la cura o l’autenticità, elegantemente porti dai personaggi. Un po’ si rimpiange che la sua progressiva ascesi abbia così tanto coinvolto l’estro visivo, e dal punto di vista emozionale in questo film non è ai suoi picchi. Però che storia ricca questa sua carriera artistica! Fosse un altro, ci farebbe sopra un’autofiction.
Amarga navidad
Tre soli

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