
“In questo paese ti svegli al mattino e non sai se arriverai alla sera”. Può essere una buona ragione per suicidarsi? Esposta così non tanto, se no verrebbe buona, oltre che a Teheran, a Roncobilaccio, a Hong Kong o nella foresta amazzonica. Ma Arash questa roba che si vuole ammazzare non è tanto capace di spiegarla: il guaio è che se ne è assunto l’onere e, per non far soffrire troppo i familiari, ha deciso di informarli in prevenzione, così diventa (dice lui) come quando uno ha una brutta malattia e chi lo ama può prepararsi alla perdita. Non è tanto capace di spiegarlo, ma ci viene da credergli sulla parola. Perché ha dipinta sulla faccia la disperazione di chi non è più in connessione con il mondo che lo circonda, perché non lo sa spiegare e quindi è credibile, perché si è svegliato al mattino medico e arrivato alla sera radiato, perché ha il torto della pietà e della cura in un paese senza pietà, ed ha accolto nell’ambulatorio per curarli alcuni dissidenti mezzi massacrati dalla guardia nazionale iraniana. Così gli aguzzini sono arrivati, glieli hanno sottratti per completare il lavoro e lo hanno portato in carcere, e messo i sigilli all’ambulatorio. Ci viene da credergli perché è un uomo puro e semplice, e se ha letto Camus non lo sappiamo ma di certo non è arrivato alla fine, allo scarto che arresta l’ineluttabilità della combinazione tra l’assurdo e il suicidio. Però i familiari non gli credono, non ci credono al fatto che deve ammazzarsi per forza. Non è che a lui serva il nulla osta, ma ha avvertito che non vuole paternali, che è inutile cercare di convincerlo, e vai a sapere se è proprio così o se inconsciamente cerca un ostacolo. E un ostacolo alla fine lo attende, quello della madre. Quando glielo dici? Stasera, per favore accompagnatemi, aiutatemi a. Quella è la parte più dura, la pendenza. La pendenza in senso di salita.
Ma ci sono pure pendenze, in senso di faccende da sbrigare, di quelle che se non le sistemi hai un problema a coricarti, a lasciarle pendere fino all’indomani, figurati morire. Con le piante – Arash ne possiede molte – è facile, basta consegnarle a un nuovo affidatario e innaffiatore. Ci sono pendenze più complicate coi parenti, ma pure col gatto che se il cibo non glielo dà Arash preferisce stare digiuno; o coi parenti dei pazienti che stanno peggio e hanno bisogno delle sue ricette o delle sue cure, e così quando lui avverte in modo generico che si deve assentare o in modo esaustivo che gli hanno proibito di esercitare la professione lo supplicano, è la loro unica speranza, lui. Che poi non è che siano tanto empatici questi parenti dei pazienti – certo coi loro guai – vedono Arash come uno strumento più che come un essere umano, e peggio ancora i colleghi a cui Arash chiede il favore di sostituirlo in quelle incombenze, di sicuro lo considerano un piantagrane che poteva farsi gli affari suoi e chi sa che all’ospedale un giorno non siano pure loro a pagarne le conseguenze. La società civile che vediamo in Un po’ di luce è provata, impaurita, disaggregata. Da un lato. Ma è anche resiliente, impegnata a fare yoga o a organizzare teatro clandestino, con storie che nemmeno sarebbero sovversive, e però che le donne pretendano di recitarle col capo scoperto le rende proibite per definizione.
L’ispirazione della trama nasce certamente da Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami (lui stesso scoperto riferimento per il regista Ali Asgari): anche in quel caso il protagonista era un aspirante suicida, il cui cruccio consisteva tuttavia nel convincere qualcuno a coprire di terra la sua fossa. Il fuori campo è la marcatura stilistica del film: concettualmente perché i temi truci evocati ( la criminalità di stato, la guerra americana) restano fuori dalla visione – i bombardamenti americani più specificamente fuori dalle finestre, sigillate nelle fessure degli infissi con il nastro adesivo; e nella realizzazione perché la camera lascia spesso fuori una delle parti, per poi farla lentamente riaffiorare, come in una bellissima scena in cui Arash (il bravo ed essenziale Missagh Zareh) offre la sua spiegazione alla sorella minore e in un lento piano sequenza durante il discorso la macchina si sposta orizzontalmente lungo il divano, occupato ai due estremi dal parlante e dall’ascoltatrice. Secondo il canone, abbondano le scene dentro l’auto, che nei film iraniani è presenza d’obbligo quanto la camera. E come da aspettative, il film di un regista iraniano riesce a fare storia e poesia con pochissimi elementi e scenografia, e cucina con quel che c’è nel frigorifero – in questo caso anche fuor di metafora, con le polpette. Non mancano tuttavia, offerte con minimalistica sobrietà e immediatamente librantisi via con leggerezza, invenzioni narrative fantastiche: troverete suggerimenti sul modo più alternativo di onorare una morte violenta e sulla maniera più poetica per gonfiare di amore un palloncino. Nella delicata rappresentazione di una famiglia che nel momento del bisogno rinnova il suo mai estinto apprendimento affettivo si avverte qualche risonanza emotiva col maestro giapponese Kore-Eda.
Un po’ di luce
Votazione finale
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