RECENSIONE RITORNO A BUENOS AIRES

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Ritorno a Buenos Aires

Certi temi, per i registi, sono un’ossessione che si portano dentro la mente. Certi altri, invece, li vivono dentro la pelle. Così è per Marco Bechis e la storia dei desaparecidos argentini che, pur nota, rimase un po’ sotto traccia rispetto agli eventi della dittatura cilena e conosce cicli alterni di memoria civile o relativizzazione governativa, con i corrispondenti processi ai criminali o invece le amnistie (e le orride dichiarazioni pubbliche, da ultimo quelle di Milei, che si è riferito alle vittime come effetti collaterali di una guerra sovversiva voluta dai terroristi).

Bechis, italo-cileno transitato per domicili in varie parti del mondo, finì a sua volta sequestrato in un campo di concentramento nel 1977. Quell’esperienza è stata oggetto di un documentario e anche rielaborata narrativamente in “Garage Olimpia”, titolo che richiamava uno dei campi di detenzione clandestina e tortura, dal quale i prigionieri di solito uscivano solo per essere uccisi e fatti sparire. “Ritorno a Buenos Aires” riparte da lì come un sequel (che non è, per assenza delle tipiche caratteristiche commerciali), assumendo la prospettiva di una memoria che, per via del senso di colpa, rimane indistinta dal passato che trasporta, ed è ora chiamata a rimettersi in gioco.

Nel 2008 ha luogo a Buenos Aires un processo per comminare l’ergastolo ai torturatori, rimasti impuniti per oltre trent’anni. Mariano Guerra, medico italiano all’epoca militante rivoluzionario imprigionato nel Garage Olimpia, che ha sin lì cercato di evitare ogni contatto rievocativo e vive solo come un cane salvo un cane, accetta stavolta di andare a testimoniare. L’intenzione in realtà è ancora a uno stadio prodromico perché il trauma profondo lo paralizza, impaurisce, ne riattiva meccanismi patologici da sindrome di Stoccolma, specialmente lo tiene in soggezione verso uno degli aguzzini più feroci, il dottor Kappa (l’unico sin lì non identificato dagli inquirenti), che lo umiliava, abusava e lo gratificava della qualifica di “cane fedele”, ma di fatto gli salvò la vita dissuadendo i sodali dal precipitarlo in mare come gli altri rapiti. Ad angustiare Mariano (interpretato da uno strepitoso Adriano Giannini) non c’è solo il senso di colpa del sopravvissuto così cristallinamente espresso da Primo Levi con riferimento ai lager: egli ha ceduto (anche abbastanza presto da quel che si può capire) alle torture, si è fatto delatore dei suoi compagni più stretti riconoscendoli nelle strade della città, ha vissuto a fianco dei militari come assistente in infermeria – presso la quale uno dei compiti era preparare la dose da somministrare per stordirli quando venivano portati fuori per essere ammazzati – e faceva loro compagnia mangiando allo stesso tavolo. Non a caso gli altri sopravvissuti, venuti anch’essi a testimoniare, lo accolgono con lo stesso odio che gli hanno serbato nel ricordo. La duplice veste, di vittima e anti-eroe (e anzi cooperante), schiettamente sfociante in un carattere passivo-aggressivo, rende più complicata la posizione dello spettatore chiamato a empatizzare.

È impossibile tuttavia rimanere distanti dal coinvolgimento emotivo davanti alle manifestazioni fisiche quasi primordiali del trauma di Mariano, del suo percorso di avvicinamento (psicologicamente con qualche ostacolo ma anche qualche incentivo) alla deposizione. La tensione ruota intorno al quesito: ce la farà o no, a testimoniare? E, in caso affermativo, resterà comunque una quota di omissione o rimozione? Il dottor Kappa, che lo osserva tra il pubblico, è convinto che non ce la farà per nulla, e lo ha avvertito che sarà lì proprio per osservarlo. Non spoilero niente se commento che la fase finale di quella deposizione è di un certo impatto.

“Ritorno a Buenos Aires” è onesto, toccante, avvincente e sceglie di andare dritto al punto con essenzialità. In termini strettamente cinematografici però paga parecchi dazi. L’asciuttezza a volte coincide con un eccesso di impoverimento espressivo, altre volte è sporcata dal didascalismo o dalla stereotipizzazione nei canoni di scena, come in una in cui il protagonista in una fase critica si guarda in uno specchio infranto. Il comprensibile registro della cupezza, nella sua monoliticità che esclude con rigore persino le frasi ironiche, finisce per appiattire la complessità dell’insieme umano assemblato all’interno. Diverse pistole cechoviane non sparano (cioè, per il timore di distogliere l’attenzione, Bechis allontana subito lo sguardo da alcune situazioni e personaggi passibili di sviluppo, che a quel punto non si capisce perché fossero stati messi in scena). Il contesto processuale è assai sommarizzato, e la figura di una giudice (non un pubblico ministero) che interferisce preventivamente nella sua testimonianza è un’inutile inverosimiglianza. Nei flash-back, soprattutto, c’è invece qualche prevedibilità di troppo riguardo alla scena che verrà. Per dare un’idea del claustrofobico rischio di didascalismo, basti dire che (così mi è parso) nel film non c’è un solo fuori campo. Questa rigidità un po’ è una scelta, un po’ pare il frutto di un impiccio o di un conservatorismo nella resa delle immagini o di una comprensibile fatica a conciliare esigenze interiori (la storia è quella di Bechis, il personaggio è altro, il trauma è di entrambi e il timore di non essere chiari a lungo dissociato fra i due). In ogni caso, la storia e il valore di raccontarla meritano ampiamente un congruo numero di spettatori, che di certo non usciranno annoiati.

Ritorno a Buenos Aires

Due soli

Di |2026-10-09T16:23:59+01:0025 Settembre 2026|4, Il Nuovo Giudizio Universale|

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