RECENSIONE LA GRAZIA

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Di chi sono i nostri giorni? Quest’interrogativo esistenziale è la dichiarata pista percorsa da Sorrentino in La Grazia: in modo plurimo con riguardo al diritto di eutanasia, alla pena carceraria, alla gabbia anche interiore nella quale viene costretto colui che per un certo tempo è investito di un rilevante ruolo sociale, al logoramento prodotto da un antico dubbio personale e doloroso la cui risposta è inaccessibile e paralizza l’evoluzione interiore.

In questo concerto per Servillo e orchestra che il film rappresenta, l’attore-totem di Sorrentino e del cinema italiano si cala nei panni di Mariano De Santis, un presidente della Repubblica anziano e a fine mandato, irresoluta anima democristiana che vive nella solitudine dispersiva delle stanze di palazzo, circondato dai tomi che ha scritto come docente di diritto penale, incalzato dalla funzionaria/consulente giuridica/sua figlia/Dorotea (notare la sfumatura democristiana) intenta a limare instancabilmente un testo sull’eutanasia che lui non ha voglia di firmare ma neppure il coraggio di rifiutare, pressato da due richieste di grazia che pendono, inseguito a causa dell’immobilismo dal (proprio per nulla) segreto soprannome di Cemento Armato, vedovo  che da quarant’anni è sfiancato dall’amarezza che la moglie lo tradì e almeno sapesse con chi diavolo chi e stai a vedere che forse è quello che prenderà il suo posto al Quirinale, un po’ in soggezione con l’amico hip hop il Papa che tenta di plagiarlo riguardo all’eutanasia ed è un tipo che più underground non si può, felicemente a suo agio quando s’imbuca sulla terrazza a fumare una sigaretta con vista sul Colle e presidio del fidato corazziere, applaudito alle apparizioni nel loggione durante le prime teatrali perché comunque le  crisi di governo in qualche modo le ha gestite. 

Da questo catalogo si può dedurre come il regista non abbia abiurato il registro grottesco: e in effetti non mancano le scene platealmente surreali, come il generale che suona il violino nei corridoi (e da giovane aveva provato anche la trasgressione dello spinello, sì, ci ha provato, ma se proprio non riesci ad aspirare che cosa speri di ottenere?) o delicatamente surreali, come un coro alpino che la felice dinamica della macchina da presa riesce a trasfigurare. Però, contrariamente alle ultime deludenti uscite, Sorrentino non rimane prigioniero della sua attitudine ai baccanali visivi e relega gli eccessi a corredo di una trama nella sostanza asciutta e coerente nella quale finalmente riemerge la sua antica profondità di narratore. Si potrebbe dire che gli abbiano giovato molto la restrizione degli ambienti di inquadrature e, in fondo, questo profilo istituzionale. Altrettanto per Servillo, immenso anche grazie al contenimento espressivo imposto dal personaggio.  

Servillo è praticamente presente in tutte le scene tranne una, l’irrituale colloquio conoscitivo con Isa Rocca, una dei due detenuti di cui si chiede la grazia (ha ucciso nel sonno il marito maltrattante), affidato alla figlia Dorotea, che ne resta penetrata nell’infelicità (la sua, non quella della detenuta). L’altro irrituale incontro de visu a fini valutativi lo svolge il Presidente, con Cristiano Arpa, che ha posto fine ai giorni della madre morta di Alzheimer. Entrambi i dialoghi si aprono a intriganti navigazioni nel pensiero e costituiscono assi del film più importanti di quel che indicherebbe il tempo limitato occupato nella pellicola. Del resto il film si chiama La Grazia, benché stiracchi sapientemente il termine poggiandolo, oltre che sul perdono al criminale, sull’ispirazione o sulla leggerezza, e poi ogni spettatore ne coglierà un riflesso altrove secondo la sua soggettiva sensibilità. Il film è completo e di senso aperto al tempo stesso. Poteva chiamarsi anche La Solitudine, I Legami o La Malinconia e avremmo respirato comunque un flusso rimarchevole di impressioni e suggestioni.

L’unico personaggio cui viene concessa qualche scompostezza è l’amica di De Santis, la critica d’arte Coco Valori, resa esplosiva dall’interpretazione di Milvia Marigliano. Tutti gli altri attori, al pari di Servillo, trovano la chiave recitativa nella compostezza e nella sobria dignità, lasciano una qualche scia poetica e onirica, meriterebbero ciascuno una menzione per la bravura. Dichiarando apertamente il conflitto di interesse (del resto, ne grava una sopra il suo personaggio) cito solo, nella parte dell’ergastolana, l’amica Linda Messerklinger, vicino alla quale ho visto l’anteprima del film, un po’ turbato perché quella Isa Rocca parlava in un modo che a Linda proprio non somigliava per niente.   

La Grazia

Quattro soli

  

 



Di |2026-01-09T15:54:53+01:009 Gennaio 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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