Sette dischi sorprendenti del 2025

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La prima sorpresa non sarebbe nemmeno tanto una sorpresa, sia perché riguarda la cantante pop più gettonata dell’epoca sia perché Rosalia è abituata a scompigliare le carte e le aspettative, e già in passato aveva traslocato in un amen dall’hip hop alla rivisitazione pop del flamenco. Ma con Lux compie un atto di resistenza al mainstream pop, inteso come eterna ripetizione dell’identica coperta dalla polizza assicurativa della costruzione algoritmica. Cantando in tredici lingue sopra gli archi e gli ottoni della London Simphony Orchestra, introduce e avvolge i brani in tessuti di musica lirica e classica che non galleggiano estemporanei e anzi a tratti sembrano più centrali degli Auto-Tune, dell’house o dell’hip-hop. Si consolida così come artista che chiede ai suoi fan uno sforzo oltre il loro orizzonte di precomprensione.  

Tra le sorprese alle quali non ci si dovrebbe assuefare c’è l’ammirazione per chi non solo si mantiene giovane a dispetto dell’anagrafe ma pure continua a sperimentare percorsi. Il jazz è il paradiso della longevità: gli ultraottantenni ancora ad alto livello si sprecano e Marshall Allen, a 101 anni, è ancora alla testa della Sun Ra Arkestra. Ma se parliamo di jazzisti che sono creativamente vivissimi, molto più insomma che auto-museali, Charles Lloyd è davvero il numero uno. In Figure in Blue, il primo brano è Abide with me, un canto cristiano che nella mia esperienza coincideva con la rielaborazione epica e gloriosa di Thelonious Monk e John Coltrane. Lloyd (che ha dismesso la curiosità verso la fusion etnica) la sfuma meravigliosamente nell’introspezione, e quella sarà la chiave di lettura di tutte le reinterpretazioni contenute nell’album, che ha Duke Ellington quale convitato, nemmeno tanto di pietra. L’ottantasettenne leader ha rinnovato i compagni tranne il pianista Jason Moran che forma con lui un connubio espressivo paragonabile a quello che, nell’ultimo periodo della sua vita, unì Stan Getz a Kenny Barron.

Non è una sorpresa che uno dei migliori dischi della stagione world music ponga le proprie fondamenta sull’arpa tripla gallese, rivelandone una proteiforme sonorità e versatilità ritmico/melodica. La giovane e talentuosissima Cerys Hafana nell’album Angel la abbina al suo canto onirico (e il filone mitico-tematico sono proprio un canto angelico e un risveglio, posticipato di 350 anni) e fonde la ricerca delle proprie radici con l’influenza del folk bretone. Il suo lavoro di rinnovazione del materiale natio è comparabile (nell’idea, non nel suono) con quello dei Lankun sul folk irlandese. Quando subentra il piano, però, la composizione vira verso una piacevole ma meno originale atmosfera minimalista.

A proposito di minimalismo, il disco di musica classica che propongo è un tipico esempio in cui l’incontro tra un compositore e un suo interprete è un gioco win-win. Philip Glass ha dichiarato che, dovesse scegliere, la composizione sua che vorrebbe tramandata alla posterità sarebbero i venti Etudes per pianoforte. Oggetto di un crescente interesse dal 2014, questi studi vantano ora un buon numero di esecutori, ma hanno continuato a essere intesi prevalentemente quale esercizio di tecnica piuttosto controllato nell’espressione. Vanessa Wagner, pianista di larghe veduta e agile virtuosismo, le ha fatte letteralmente proprie: cioè, se ne è impadronita e ha liberato l’immensa energia emotiva che contenevano. Non si tratta del resto di un tradimento di Glass ma solo di una trasposizione anche in questo piano solo del registro attinente alle sue musiche orchestrali. Hanno svoltato sia Vanessa Wagner che gli studi di Glass. Prendete ad esempio, lo studio 8 o lo studio 15 o il 17, provate ad ascoltarli nelle rispettabili versioni di Jenny Lin, di Maki Namekawa o persino di Vikingur Olaffson. Poi sentite la Wagner, e ditemi se non sono proprio due opere diverse.

Il rock, ahimè, da qualche anno ci ha un po’ disabituato alle sorprese, e quindi pretendiamo meno per stupirci. Ma con tutta la buona volontà tale vampata di brio non ce la possono offrire le stanche geremiadi del buon tempo che fu, emergenti dalle reunion o da qualche band che si crogiola nella propria longevità. E invece ecco che ti arrivano gli ultratrentennali Suede, che nel 1994 cesellarono l’incantevolmente melodico Dog man star; e tuttavia non si ripeterono a quel livello, e restarono pure incastrati nella definizione un po’ ristretta di brit-pop. Ora han tirato fuori Antidepressants, il più vivo album post-punk degli ultimi anni da parte di una band che neppure ha quel background. Nei testi tratta di temi all’ordine del giorno, come la disintegrazione dei rapporti nell’era digitale. Hanno studiato bene la lezione dei maestri, specie quella di Siouxsie and the Banshees. Ma non è un banale calco e anzi, dentro un genere agonizzante, emergono tracce di un seme sonoro che qualcun altro potrebbe far germinare. Lode anche, per assenza di seria ruggine, alla voce di Brett Anderson, per quanto una più disturbante, rotta e cupa e raucedine sia di solito miglior veicolo maledettistico.

Maledetti? Come pochi, maledetti e subito? Magari i due Clipse sono un po’ maledetti – come i rapper di solito un po’ sono in effetti e un po’ si dipingono per canovaccio – però riguardo al “subito” si sono discostati. E, quando si tarda 16 anni per incidere il nuovo album (Let God Sort Em Out), il suo arrivo diventa una sorpresa. In più i Clipse si sono ibernati in forma eccellente e (alla fin fine è una sorpresa pure questa), i testi non sono più esclusivamente dediti allo spaccio ma si cimentano pure con topic più alla mano del pubblico, tipo l’affitto di casa. Il disco è pieno di guest di richiamo (basti citare Kendrick Lamar e Nas) e il producer è Pharell Williams, ormai il simbolo della fanfaronaggine dei testi ganga se consideriamo che alla musica si dedica nel tempo libero lasciato dalla direzione creativa di Louis Vuitton. Però è sempre notevole, alla pari dei Clipse che rappano puro e duro, e non è scontato una volta arrivati ai cinquanta. Il flow ripetitivo non pregiudica una piacevole varietà, l’effetto complessivo è simpaticamente vintage.

Musicalmente, Dido and Aeneas è un’opera-mondo: nella sua ora scarsa (quando, come in questo caso, non viene inzeppata di aggiunte postume) suona emotivamente moderna, se così i suoi interpreti la fanno suonare, e danza come si usava nel masque di corte; in più porta l’impianto drammaturgico dell’opera italiana di Cavalli, innestato sulle progressioni e l’ostinato tipici di Purcell, oltre che sulla sua sensibilità teatrale. Questa ultima uscita diretta da Maxim Emelyanychev si candida al podio delle migliori grazie al suo cast fenomenale, a partire da Joyce DiDonato che con la sua straordinaria versatilità canora e di resa sentimentale è adattissima a riprodurre l’ambizioso ritratto psicologico che Purcell e il librettista Tate disegnarono per Didone; e a seguire con il carismatico Michael Spyres e l’emergente Fatma Said. Giova infine alla circolazione dell’opera nel contesto culturale contemporaneo la circostanza che Enea, specie a confronto con Didone, appaia nulla più che un pavido e irresoluto coglioncello.







Di |2025-12-24T16:03:52+01:0024 Dicembre 2025|4, Il Nuovo Giudizio Universale|

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