
Fra quelle che seguirono la caduta del Muro di Berlino, la rivoluzione rumena fu probabilmente la più singolare. Resa possibile da genuinamente rabbiosi moti di piazza, fu tuttavia confezionata dentro una trama di potere interna al regime. Ceausescu, che fra i dittatori dell’est fu sotto alcuni profili il più orribile, rimase vittima di quello stesso sistema di manipolazione sistematica della realtà che aveva allestito. Vero che ci fu una rivolta popolare a Timisoara che l’esercito provò a rintuzzare ma la sua onda lunga emotiva fu alimentata da un finto apparato fotografico di fosse comuni e dal rigonfiamento del numero delle vittime. Ed è vero che il 21 dicembre la reazione popolare esplose a Bucarest durante un discorso in piazza di Ceausescu (per poi dilagare il giorno successivo) ma contribuirono a innescarla alcuni accorgimenti dei cospiratori.
Anche se ha lo sbocco in quel 21 dicembre in piazza che segnò di fatto la caduta del dittatore, L’anno nuovo che non arriva del quasi esordiente Bogdan Muresanu (al suo attivo un premiato cortometraggio, The Christmas Gift), non è interessato a ritirare fuori questa ambiguità del rovesciamento (che a distanza di anni ha in effetti un valore relativo) e si focalizza invece sulla greve pressione del regime sulla vita dei suoi cittadini, per giungere appunto all’episodio conclusivo. Far vibrare le pagine della Storia semplicemente rimanendo nella scia narrativa di sei o sette sfigati è il vero gioco di prestigio di Muresanu. Il film infatti incrocia alcune storie simpaticamente assurde, di quelle che un romanziere nato nell’est europeo comunista ha sovente dimestichezza a elaborare per averne osservate o apprese anche di più grottesche grazie alla fiorente aneddotica offerta dalla vita sotto il regime.
Un paio di storie sono più comuni: una vecchia membra del partito – della quale il figlio segue più sommessamente le orme con qualche spiatina – caduta abbastanza in disgrazia da non poter impedire l’abbattimento del palazzo dove si trova la casa in cui vive da sempre, fa ostruzionismo al trasloco; due giovanotti mettono in atto un piano banale ed ottimistico per varcare il confine e abbandonare la dittatura. Altre sono più ingegnose e intriganti: un regista televisivo e il suo staff sono alle prese con una brutta grana, hanno registrato gli auguri di Natale al partito e al presidente, e però la donna che stava nel centro del gruppo è fuggita all’Ovest e, siccome è tardi per girare tutto da capo, bisogna trovare un modo per lasciare intatto il filmato ma far scomparire lei, sai che onta se si viene a sapere che ha preso in giro il governo; la sconosciuta attrice che viene prescelta per rimediare a questo buco mediante una tortuosa soluzione tecnica non ha proprio voglia di passare per una servetta di stato, proprio ora poi che a Timisoara hanno trovato il coraggio di sollevarsi, e però come si fa a rifiutare?; un bambino imbuca una lettera a Babbo Natale involontariamente molto insidiosa per suo padre nel caso che le spie professionali la leggano.
A Muresanu non riesce subito di prendere le redini del film. Le storie, alternate per pezzi sin troppo frammentati, stentano a decollare, a farsi comprendere e a creare empatia. Anche la camera è altrettanto agitata: è una scelta appropriata girare con la macchina sulla spalla per un film di questo tipo, ma i piani sequenza sono troppo brevi e il montaggio finisce per creare ulteriori scossoni. Sembra che una mano tenga la cinepresa e l’altra sia utilizzata per sparare petardi. Non a caso, nella prima parte del film le storie più asciutte e quotidiane reggono meglio allo shakeraggio complessivo. Ma con il progredire tutto si stabilizza, la pellicola sfrutta finalmente le sue potenzialità creative e la brillante sceneggiatura, le scene divertenti si moltiplicano senza che ne vanga scalfita l’intrinseca tragicità, il materiale si amalgama e si concentra per poi fondersi felicemente nelle immagini storiche di repertorio riguardanti la rivolta durante il discorso di Ceausescu. Meritato dunque il Premio Orizzonti a Venezia, nel 2024, a testimoniare una volta di più la fertilità del cinema romeno.
L’anno nuovo che non è arriva offre alcuni stuzzicanti richiami interni: due lettere, tanto diverse tra loro, assumono un ruolo centrale, due brevi viaggi in taxi, tanto diversi tra loro, raccontano due reazioni sorprendenti. Il privato rimane indistinguibile dal personale, e in effetti la spina dorsale della narrazione sta nella ricorrente ossessione (tante volte fondata) che chiunque – il vicino, il partner, il figlioletto, il postino – sia una fottuta spia.
L’anno nuovo che non arriva
Tre soli

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