
Distruzione ecologica, culto immorale del profitto, progresso tecnologico fuori controllo: sono tre fattori attualmente attenzionati (usiamola, va’, questa parola fra le più brutte degli ultimi 10 anni) quali potenziali acceleratori della fine del mondo. Poi ci sono quelli derivanti da variabili endogene, tipo l’invasione aliena. Nella sua nuova allucinata distopia, “Bugonia”, Yorgos Lanthimos li mette in conto tutti: e siccome, per quanto valide possano essere le ragioni di predire o temere il peggio, in ogni epoca c’è qualche psicolabile che eccede nell’inquietudine e ne distorce i confini, ecco che a tirare le fila della scena sono due esponenti del cospirazionismo, grande avvelenatore del pensare contemporaneo. Pur ancorato nel presente, “Bugonia” risale tuttavia ai miti della classicità, latina questa volta e non greca: Bugonia era un episodio delle Georgiche di Virgilio, in cui il motore iniziale dell’azione è la morte delle api, considerata una punizione degli dei, e che qui è egualmente assunta dai protagonisti come indicatore di imminenza della fine del mondo. Il vero riferimento del film è tuttavia molto più recente, dato che esso costituisce un remake della pellicola coreana Save the Green Planet, diretta nel 2003 da Jang-Joon hwan e qui ripresa abbastanza fedelmente dallo sceneggiatore Will Tracy e più liberamente nella regia da Lanthimos.
La trama non è per nulla complicata. Teddy (Jesse Plemons), ultima ruota del carro di una multinazionale farmaceutica dove lavora come spedizioniere per poi dedicarsi all’apicoltura nel tempo libero, è persuaso che gli alieni di Andromeda si siano infiltrati sulla terra per condurla alla distruzione e condivide quest’evidenza con il cugino, il quale oltre a essere tardo, suo succube e coinquilino è l’unica persona che frequenta. Da attento osservatore si è convinto che i tratti somatici della CEO della sua azienda, Michelle (Emma Stone), corrispondano sputati a quelli di un’andromediana e decide di rapirla e torturarla affinché gli combini un meeting con l’imperatore, dando per assodato che il regime autocratico abbia preso piede anche fuori dalla terra. La CEO, manipolatrice, bionica per temperamento e severa autodisciplina fisica, si ingegna su come affrontare la situazione: convincere Teddy che ha bisogno urgente di uno staff di psicoanalisti, fare pressione sul cugino/anello debole, assecondarlo e ammettere la sua alienità per guadagnare posizioni più confortevoli e una chance di evasione…
“Bugonia”, ripiegata com’è su tre personaggi (e mezzo, aggiungendo uno sceriffo che ha una pendenza morale verso Teddy) e due luoghi scenici, è nella sua struttura una pièce teatrale. I dialoghi, sottilmente filosofici e spudoratamente politici, ne sono il traino, e vibrano sulle corde della lotta di classe; viaggiano inoltre sopra l’abisso di una questione personale, che ha avvelenato la mente di Teddy ed è riconducibile a una responsabilità dei vertici aziendali. La sceneggiatura è meno divertente dello standard di Lanthimos e il suo taglio grottesco più cupo, tanto da richiamare (con un ampio grado di deformazione) il Von Trier di “Dogville” o di “Melancholia” (nella tensione claustrofobica del confronto anche Polanski e Fassbinder sono certo riferimenti). All’avvicinarsi della metà, il film pare rallentarsi e ristagnare e ci si domanda se Lanthimos non abbia seppellito la sua abituale volontà di stupire/costi quel che costi. E invece nell’ultima travolgente mezzora ribalta tutto.
Chi ha conosciuto il regista attraverso “Povere creature” si troverà davanti a un film più ostico nel ritmo e meno hollywoodiano di come viene contrabbandato, tutto sommato a metà strada fra quella immediatezza comunicativa, un poco più grossolana, e i capolavori nichilisti e radicalmente visionari della fase greca. Qualcosa di tale freschezza è andata perduta: e però si è posto rimedio a quell’eccesso di incompiutezza e definizione (rovescio della medaglia rispetto all’affascinante enigmaticità e polisemia) sfociando in un film ordinato come mai e nitido nel messaggio, pur senza cadere nel didascalismo. La fantasia visiva e l’eleganza formale punteggiano come sempre le riprese di Lanthimos, e negli ultimi tre minuti offrono un tocco di elegiaca e struggente poesia, non consueta nella sua mano dissacrante. Potrebbe essere l’indizio di una strada nuova. Quel che per parte nostra possiamo considerare esaurito è il percorso legato all’esplorazione pervertente del corpo di Emma Stone, che mi pare aver raggiunto (con successo) il punto di saturazione della morbosità.
Bugonia
Tre soli

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