BIENNALE 2026

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Padiglione Italia Biennale Arte 2026

Qual è oggi la ragione più valida per stare dietro all’arte contemporanea? Si tratta dell’unico campo che preserva la sfida, il piacere e l’esigenza di confrontarsi con la complessità. In un’epoca di decadenza intellettuale nella quale, salve le sempre più sporadiche eccezioni, la conversazione sociale si circoscrive e incaglia fra gli spuntoni più lievi della mondanità e del narcisismo, la politica è azzerata a slogan, i media si de-alfabetizzano, l’editoria considera hybris che un testo possa eccedere nelle subordinate e nelle strutture formali, la musica o collassa in quella complessità o la restringe a vibrazione o ne fa arredo da sottofondo – e quindi l’IA, che tutte queste stilizzazioni può processarle con ancor più esatta standardizzazione, allarga i propri spazi di dominio – bene! in tale panorama, la domanda che inaugurò l’avvento dell’arte che oggi chiamiamo contemporanea, ovvero: e questo che vuol dire? assurge a cogito cartesiano, non capisco dunque sono, e auspica quale seguito: adesso mi sforzo, leggo la didascalia, se la didascalia è pessima (capita sovente) mi impegno, soffermo lo sguardo, penso, discuto e magari ne vengo a capo. Il che non esclude che ci sia tanta fuffa o velleitarismo, e anche iper-semplificazione, e però è accaduto anche per tanta filosofia. Ogni volta che si arriva a una meta, nella filosofia o nell’arte contemporanea, una corrente rigenerante entra nei circuiti del nostro corpo. Il tema della bellezza, quale equilibrio precario dentro l’arte contemporanea e alla sua complessità, nel momento in cui l’arte si erge a baluardo di resistenza merita di essere ribaltato: quando diventa indisponibile nella semplicità (perché la semplicità è diventata frutto della banalizzazione invece che ricerca dell’essenza), la bellezza si ritrova nella complessità. O meglio: la complessità è bellezza. 

La Biennale 2026 si rivela l’ambiente adatto per respirare una simile Weltanschauung, perché raggiunge al terzo tentativo della fase de-colonizzante, con dichiarato recupero della prospettiva di minoranza, un felice equilibrio estetico – non a caso coincidente con la ridotta enfasi sulla politicizzazione (di base corretta, ma sua volta parecchio semplificante) riguardo alla tirannia patriarcale/bianca/occidentale del  canone occidentale – e un’attenzione più profonda e calibrata sulle qualità espressive di canoni alternativi e altrove localizzati: e con questo approccio più sereno e meno pedagogico riesce a mettere in luce la complessità che dietro tale espressività si cela, per effetto del suo stretto legame con cosmologie, cerimoniali , pratiche sociali e uso delle risorse. Il vero fil rouge della Biennale è il problema di come ricavare l’armonia dalla complessità, e inevitabilmente le opere si propongono di manifestare sovraccarico, e tensione fra ordine e caos. Il piccolo miracolo è che non ne scaturiscano rumore e distorsione: persino le opere dai presupposti più foschi, nella contemplazione, possono condurre al ristoro e alla quiete. Beninteso, non voglio spacciare l’assemblamento di cento padiglioni nazionali, centodieci artisti e trentuno eventi collaterali quale intonato coro o geometrico disegno architettonico. Però l’insieme funziona, e con diversi buoni picchi. Postumo onore al merito per la curatrice Koyo Kouoh che, al di là della chiave minore come simbolo tematico della direzione intrapresa (simbolo molto simpatico, tuttavia proposto concettualmente in modo un po’ sbrigativo), sarebbe certo stata assai contenta di attraversare la Biennale di cui ha avviato l’edificazione.   

Altro buon indice di varietà concerne la varietà delle forme: finalmente sono riapparse le videoinstallazioni, la tela figurativa ha confermato il suo ruggente ritorno e il dispiegarsi di nuovi canoni, i materiali prolificano (con prevalenza vegetale e abbondanza tessile) e molte opere sono trainate dalla tattilità, per quanto di solito l’impossibilità di toccarle effettivamente offra una nuova potente prospettiva di stimolo percettivo, guardare la tattilità. Le foto continuano a essere bistrattate, la sonorità si conferma una dimensione significativa dentro l’opera totale ma è relegata sullo sfondo rispetto ad altre edizioni. Nello sviluppo delle opere i concetti di distruzione e trasformazione appaiono sovente. Nelle competenze dell’artista le ricerche archivistiche e antropologiche assumono un peso. 

Qualche veloce dritta. Dicevo che mi ha dato gioia imbattermi nuovamente in quelle installazioni composte da tre o quattro grandi schermi, fra le quali la scena sui video si rimbalza, si integra o confligge con stridore. Uno fra tutti: il video di Cauleen Smith che mettendo di fronte l’un l’altro le colline, Hollywood, i pozzi, le bancarelle e altri spezzoni regala in quella sgangherata armonia delle divergenze una delle raffigurazioni più liriche ed esaustive che io abbia mai visto su Los Angeles. Un’esperienza multimediale sintetica quanto corposa si trova all’inizio del percorso dentro l’Arsenale: Khaled Sabsabi (protagonista anche del padiglione australiano), dentro un ambiente percorso da un suono trance elettro-metallico e un profumo legnoso, anima in video una sua ampia e coloristicamente scintillante pittura astratta che rimonta direttamente alle Ninfee di Monet. Il pittore vietnamita Tammy Nguyen (pazzesco quanto sembrino oli i suoi acquarelli) attiva finalmente al contrario il gioco dei prestiti, che si innescò indagando il debito che Picasso aveva maturato verso le sculture africane: ora ci chiediamo quanto sia profondo l’attingere all’espressionismo (ebbene sì, sia tedesco che americano) di Nguyen. Una serie intrigantissima di tele di dimensioni medio-piccole ci dona una conoscenza approfondita dei pastelli morbidi di Sohrab Hura e della sua attitudine di abbordare con stralunato senso del grottesco momenti di rilevo della vita pubblica o dell’intimità. L’installazione diffusa (cioè, tipo gli alberghi diffusi) di Nick Cave (omonimo dell’illustre), che lega la perdita, il dolore e la memoria con il bronzo in cui vengono scolpite le scene e i potenti personaggi, trasmette un immediato senso di empatia, nonostante l’enfasi macabra dei blocchi. A proposito della progressiva eguaglianza dei materiali è significativo che nella didascalia dell’opera multimediale, ma per lo più visiva, di Kader Attia (molto bella, di tema e aura sciamanici, con agili transiti dal rituale al documentaristico) è rimarchevole che i video siano rubricati, come materiali e non forma, come “proiezioni” a fianco delle corde o dei frammenti di specchio. Leonard Pongo nelle sue installazioni mescola in modo molto originale la tecnologia e le piante per evocare cosmogonie. 

Tra i padiglioni, le principali delusioni vengono dai grandi paesi: per dire, scampate come la peste quello statunitense e quello cinese. Il mio preferito è quello indiano: vasto, sofisticato, inventivo, di impatto immediato, aperto all’interazione, originale e propositivo nel proporre il tema ambientale e più direttamente quello abitativo (quest’ultimo, chiaramente, in senso esistenziale). Cinque artisti per altrettante opere, fra cui lo spazio di una casa demolita perimetrato dalla cucitura per direzioni irregolari di un filo che fa le veci della memoria, e una sorta di nido (ma richiama anche un’impalcatura) con interni di bambù. Mi ha entusiasmato però anche il padiglione Italia (“Con te con tutto”), in toto affidato a Chiara Camoni che, a quel che si dice grande camminatrice mattutina di boschi, ha riempito l’area di statue femminili in creta, terracotta o grès smaltato, con ritagli di fiori e foglie. Potrebbero anche essere spiriti benevolenti cui l’artista è riuscita a conferire, nella somiglianza, identità separate e illuminate da sguardi che puntano dritto ai nostri occhi. Rispetto alle più recenti partecipazioni dell’Italia manca un progetto potente di narrazione, e però sgorga una tenerezza poetica irresistibile. Belgio e Gran Bretagna scelgono due modi diversi, entrambi di fortissimo spessore concettuale, per illustrare ambienti apparentemente neutri e invece fortemente perturbati e disturbanti. Una menzione speciale meritano la videoinstallazione di raffinato sfondo teatrale dell’Albania e la sincretica e intensa rappresentazione nel padiglione brasiliano, di quelle che penano e essere rese mediante la spiegazione, come dimostrano le didascalie del caso. Dei Leoni d’oro, è noto, si parlerà alla fine, al 22 novembre, perché le dimissioni in blocco della giuria hanno condotto alla scelta inattesa di rimetterlo al giudizio dei visitatori. Vediamo se il diritto di voto verrà esercitato con maggior discernimento che nella vita politica.

 

Di |2026-11-06T18:20:54+01:006 Novembre 2026|Il Nuovo Giudizio Universale|

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