LA FURIA

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Ma le vetrine rotte e i sassi contro le forze dell’ordine saranno mai peggio dei bombardamenti sopra i civili di Gaza? Il saccheggio di qualche negozio sarà una forma di appropriazione illecita più grave di quella che il presidente degli Stati Uniti ha lungamente minacciato di realizzare annettendosi la Groenlandia? La violenza messa in scena dai giovani potrà mai essere in scala paragonabile a quella che le guardie di frontiera messicana o le squadre dell’ICE esercitano contro gli immigrati? La prima spiegazione al modo in cui velocemente degenerano le proteste di di Parigi o Milano – e altre ne arriveranno – sta nella semplice e fisiologica applicazione del principio per cui i modelli comportamentali si diffondono in linea verticale. Ogni giorno le cronache danno conto di come la forza pura e semplice abbia totalmente sovvertito le regole quale criterio ordinatore dei conflitti e delle gerarchie. Ed è una forza ostentata: se il Sessantotto si rivoltò contro le ipocrisie borghesi, le nuove proteste, per ora, prendono atto della schietta brutalità della violenza, e la fanno propria. I due pesi e due misure con cui vengono stigmatizzati dall’autorità rispetto agli ubi maior saranno percepiti come l’ennesima prova di iniquità.

 

In linea di principio non è affatto un male che i giovani contestino l’esistente, nemmeno quando una protesta si tira dietro la coda dell’eccesso. Quelle energie esuberanti, e la paura che incutono nelle classi dirigenti, innescano sovente processi profondi di cambiamento e conducono a un sistema più giusto. In questo senso anche le proteste attuali sono uno scuotimento dall’inerzia. Esse non hanno tuttavia ancora imboccato una direzione, o per quel poco che l’hanno presa si sono disperse in quanto movimento rivendicativo e con istanze etiche e collettive piombando nello sfogo fisico e nel caos predatorio. Indiscriminato, per giunta: cioè non indirizzato contro i simboli della ricchezza ma anche contro i negozi di prossimità (a Parigi, specialmente), ovvero un volto perdente del capitalismo. Non so neppure se alla luce di certe immagini trasudanti trionfalismo dopo un saccheggio le proteste si possano definire espressioni di rabbia. Piuttosto furia. Qualcosa di tellurico, incontrollato, intimamente non metabolizzato se non come sfuggente percezione di non essere visti e riconosciuti. E addosso a tutti, sia quelli per nulla ideologizzati che sono scesi in strada perché c’era casino e l’istinto che hanno sviluppato in mancanza d’altro è di buttarcisi dentro per rendere interessante la giornata, sia quelli partiti con le buone intenzioni, addosso a tutti una certezza: che il futuro viene sottratto loro ogni giorno, che non avranno la stessa aria da respirare, non le stesse brezze d’aria per rinfrescarsi, non il senso della realizzazione del lavoro, non la pratica della cultura come valore, non abbastanza soldi. Facili, dunque, a convertirsi in orda, in preda al risentimento. 

Né aiuta che alle forze dell’ordine venga ordinato di combatterli con il medesimo vigore invece di contenerli, non aiuta inviare da parte dello Stato (in quel momento le forze dell’ordine sono lo Stato: così appaiono ai ragazzi. Lo Stato: quelli che hanno di fronte, e nessun altro) il messaggio che non sono abbastanza forti per vincere sul piano della violenza. Perché i ragazzi sono ostinati, ma soprattutto perché è esattamente da quel campo che gli altri dovrebbero sfilarli, quello della violenza. Al contrario scappa persino la mano nel distribuirla, la violenza, a volte per razzismo personale o per mancanza di addestramento; e devono mettersi davanti i genitori, gli insegnanti, i bidelli per provare a lasciar intendere che no, i ragazzi non vanno presi a manganellate, e non è solo questione che in termini di problem solving è improduttivo.  È che è immorale, e diventerà anche questo parte del problema.

Una scena iconica di queste proteste, al momento così identitarie con ciò per cui si protesta, sono le foto che le frange più estreme si scattano durante gli atti di vandalismo, tecnicamente impeccabili secondo la filosofia dei social introdotta dai produttori tech, e passivamente subite. In Francia qualcuno reclama che i video in diretta vadano limitati quando ci sono simili manifestazioni, per impedire l’aggregazione. Raccontato così, non è diverso da quel che hanno pensato da parecchio in Cina: soprattutto, però, è meschino isolare un pezzetto delle distorsioni sociali prodotte dalla tecnologia invece di affrontare la questione per intero, la svendita delle regole comuni alle multinazionali monopoliste della tecnologia. Quanto è miserabile caricare sulle spalle della generazione X la colpa di filtrare il mondo e i sentimenti attraverso il dispositivo, come se non glielo avessero messi in mano gli adulti, magari a un anno e mezzo affinché si intrattenessero senza rompere i coglioni ai genitori, e con dentro quella scia di contenuti balordi che funge da detonatore delle loro frustrazioni e ansie, e da modello per le loro inadeguatezze. Perché questo è il punto, alla fine. Non si tratta di discutere se giustificare o meno i ragazzi. Si tratta di smettere di giustificare gli adulti. Diversamente, questo è solo l’assaggio di quel che ci aspetta. A tutti.





Di |2026-10-23T11:59:03+01:0023 Ottobre 2026|Limite di velocità|

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