NETANYAHU, GLI OSTAGGI, IL GENOCIDIO, L’ANTISEMITISMO

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Netanyahu ha salvato gli ostaggi.
State sobbalzando andate avanti nella lettura e tutti, ma dico proprio tutti, mi darete ragione e ammetterete che mi sto attendendo strettamente ai fatti. Per spiegarmi, necessita però un salto nel passato. Precisamente alla notte fra il 3 e il 4 luglio 1976.
Un commando di quattro terroristi ha dirottato un volo dell’Air France in Uganda, e trattenuto nel terminal dell’aeroporto i circa cento passeggeri israeliani, tenuti sotto tiro anche dai soldati del dittatore Idi Amin, geopoliticamente vicino alla causa araba, fra l’altro un maestro delle pulizie etniche. I terroristi chiedono la liberazione di 50 detenuti in varie carceri del mondo.
Il pomeriggio del 3 luglio parte da Israele una task force di sei aerei, con 150 uomini a bordo, che vola per 8000 chilometri senza luci e atterra sulla pista ugandese sulla scia di un aereo da trasporto. In trenta secondi di assalto al terminal, gli agenti speciali fulminano i terroristi e una ventina di soldati ugandesi, imbarcano gli ostaggi tranne tre colpiti a morte dal fuoco incrociato e spiccano il volo verso Israele. L’unica vittima del commando è il capo della spedizione: Yonatan Netanyahu.

Qualunque cosa si pensi del raid di Entebbe, passato alla storia come una delle più audaci azioni militari mai compiute, quel che è certo è che gli ostaggi furono tratti in salvo e che Yonatan Netanyahu morì da eroe e uccise combattenti avversi. Non meno certo è che suo fratello – già definito un serial killer sulla copertina dell’Economist nel 1997 – oggi, vive da codardo, ordina di ammazzare civili ogni giorno e sventola come giustificazione la mancata liberazione degli ostaggi del 7 ottobre, come se di costoro gli importasse qualcosa. Già a prima vista la scelta di bombardare a raffica non pareva proprio il modo migliore per spianare la strada al ritorno degli ostaggi: ma (astraendoci per un attimo dalla questione morale di quelli che finiscono sotto le macerie) se hai fatto una valutazione diversa, dopo un mese ti viene il dubbio. Trascorsi due anni e 60.000 morti, è chiaro che quei poveracci nelle mani di Hamas sono diventati specchietti per le allodole. Del resto, le famiglie degli ostaggi stazionano in prossimità della casa del capo del governo, e sui cartelli di chi sfila nelle grandi manifestazioni del paese la protesta batte sugli ostaggi. Purtroppo solo di rado si sofferma sul massacro dei palestinesi. L’82% degli israeliani si dice anzi favorevole all’espulsione dei palestinesi da Gaza. Benché Netanyahu sia il leader politico più orribile espresso da un paese democratico, sarebbe ormai riduttivo caricare solo su lui (o sui suoi ministri oltranzisti) le colpe della carneficina.

Nei discorsi pubblici e privati il conflitto arabo-israeliano è da sempre condannato alla semplificazione. Mai su un media che lo ripercorre in senso anti-israeliano leggerete ad esempio che ebrei vivevano in Palestina dagli anni 20, che compravano terreni dai palestinesi e l’offerta superava persino la domanda di acquisto, che durante la seconda guerra mondiale i britannici imposero limiti strettissimi alla loro immigrazione in Palestina, che al momento della divisione territoriale nel 1948 erano il 37% (e quindi ne ricevettero, sì, una parte sproporzionata, il 55%, e questo è grave ma non è lo stesso che se fossero stati paracadutati in Palestina cacciando gli abitanti), che una nazione palestinese non era nei progetti arabi e che la questione nazionale fu sollevata dai paesi confinanti che miravano a spartirsela.
Egualmente, su un media la cui rilettura propende in senso filo-israeliano mai viene rammentata la costante, e sin dall’inizio praticata, politica (a volte palese, altre occulta) di espulsioni dei palestinesi né viene rappresentato che della Cisgiordania, sin dal momento in cui venne annessa territorialmente nel contrattacco di una guerra difensiva nel 1967, mai gli israeliani hanno seriamente messo in conto la restituzione; e mai sottolineato che i discorsi messianici sulla spettanza di quella parte di terra promessa circolano sin dalla conquista, trascendendo l’aspirazione di mantenere un cuscinetto difensivo al confine; né vengono riportati con dovizia di dettagli i soprusi inflitti ai palestinesi nei territori occupati.

Di nuovo, dalla parte di chi dipinge quello di Hamas come un comune esercito di liberazione del suo territorio mai viene ricordato che non è mutata la sostanza dei suoi obiettivi, riassunti nelle prime dichiarazioni programmatiche del 1976, ovvero la distruzione totale di Israele quale obbligo di qualunque musulmano, dato che gli ebrei sarebbero responsabili della Rivoluzione Francese, della Prima Guerra Mondiale, del complotto già descritto nei Protocolli di Sion e costituiscono dunque la “più sporca e nociva razza della terra”. Al tempo stesso però, Israele lucra su questa minaccia per rinunciare da anni a qualsiasi soluzione negoziale (o rimangiarsi quelle raggiunte) e perseguire solo la prospettiva dell’espansione e, nella sua versione attuale, di annientare a sua volta un’intera popolazione.

La parola “genocidio”, per etichettare quel che sta accadendo, non è più un tabù e viene pronunciata anche in Israele, oltre a essere stata adottata dalla Commissione Internazionale delle Nazioni Unite. Al primo culturalmente influente israeliano che l’ha pronunciata, lo scrittore David Grossman, Liliana Segre rispose che era una posizione pericolosa perché gli antisemiti non attendevano altro che strumentalizzarla. Pure questa però si è rivelata una posizione pericolosa. Nata sicuramente per odio in una fase in cui era prematuro adoperarla (voi non siete la testimonianza storica del genocidio, siete quelli che lo state attuando), l’accusa di genocidio ha poi preso progressivamente forma nei fatti, e la vera strumentalizzazione risulta quella del governo israeliano che bolla come “antisemitismo” qualunque azione o dichiarazione in difesa del popolo palestinese massacrato. Così rinforzando l’idea malsana di un legame necessario tra tutti gli ebrei e il popolo di Israele (meglio, il governo di Israele) e cinicamente esponendo appunto gli ebrei del mondo ad attentati, rappresaglie e discriminazioni.

Si tratta davvero di un genocidio? Purtroppo la storia di questo concetto (invito a leggere la fresca ed esauriente pubblicazione di Paolo Fonzi sull’argomento) è assai meno nobile dei principi teorici che l’hanno introdotto. Usato durante la Guerra Fredda in modo mistificatorio e strategico da Stati Uniti e Russia per antagonismo geopolitico (originando ben ottanta inevase istruttorie a carico dei paesi più vari) e adoperato da movimenti indipendentisti per supportare le proprie rivendicazioni, qualcosa della sua potenza evocante è andata presto perduta. Non è solo una denuncia morale ma anche un concetto giuridico che, oggetto di un’apposita Convenzione (diversamente dai crimini di guerra) giustificherebbe gravi sanzioni e all’estremo un intervento dei caschi blu. Le condizioni per riconoscerlo, tuttavia, si prestano a una certa libertà di interpretazione, se non a un’impossibile applicazione. In particolare, il genocidio richiede prove esaustive che alla base dei crimini ci sia una specifica intenzione: ovvero non semplicemente sterminare un gruppo ma a ciò procedere secondo un piano ben delineato, e solo al gruppo rivolto. Tanto è complicata processualmente questa prova che persino i tribunali israeliani assolsero Eichmann per i crimini compiuti prima del 1941, quando la “soluzione finale” non era stata ancora deliberata.

Alcuni studiosi hanno recentemente criticato il concetto di genocidio nel suo nucleo: troppo squilibrato nell’interesse a favore del gruppo invece che dell’individuo, quasi normalizzante di ciò che si pone sotto la sua soglia e quindi della guerra, troppo depoliticizzato dato che lo si vuole ridimensionare a situazioni nella quali la carneficina del gruppo è guidata dall’odio di razza. A loro volta, gli ebrei per difendere l’unicità del genocidio patito hanno sempre avversato ogni accostamento svilendolo come banalizzazione, persino quello armeno che era risuonato in bocca a Hitler come evidenza che pure se avessero ammazzato tutti gli ebrei, al pari degli armeni, un giorno non se ne sarebbe ricordato nessuno. Nell’ambito della pretesa di decidere chi possa abitare la terra e chi no (per usare le parole di Hanna Arendt), l’Olocausto ha raggiunto un livello di abiezione e incommensurabilità: per lo stadio di disumanizzazione cui vennero sottoposte le vittime, per il loro numero, per il coinvolgimento attivo o commissivo di comunità civili, per la scientificità dell’organizzazione e lo svolgimento secondo canoni di efficienza produttiva. L’etichetta specifica di Olocausto gli riconosce questa terribile primazia: ma asserire che esso sia inassimilabile a una categoria non gli giova, perché la comprensione umana passa attraverso le categorie, e una nozione chiusa di genocidio fa della memoria una contemplazione sterile del passato piuttosto che un antidoto o una prevenzione rivolta al futuro. Anche in questa chiave evolutiva, la definizione giuridica di genocidio va rivisitata interpretativamente attribuendo maggior valore alla scelta sistematica di bersagli civili ricompresi in un certo gruppo, così come a Gaza si sta verificando (l’83% dei morti. E a questo punto poco importa che membri di Hamas si nascondessero a loro volta negli edifici distrutti). La distruzione di tutte le infrastrutture del paese e la dichiarata intenzione di costringere i palestinesi alla diaspora annettendosi il territorio, poi, integrano già da soli gli estremi genocidari. Siamo in effetti nel pieno di un “assoggettamento intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza dirette a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale”, previsto dalla Convenzione.

Il più istruttivo libro sulla questione ebreo-palestinese lo ha scritto Benny Norris e ha un titolo molto felice nell’unificare l’infelice condizione dei due popoli: “Vittime”. Nel suo complesso non si tratta di una storia che può essere divisa con l’accetta nel campo dei torti e delle ragioni. Però, anche nelle vicende che si trascinano secolarmente in una sequenza distorta di azioni e reazioni, esistono delle linee di confine che, se oltrepassate, spostano l’ago della bilancia tutto da una parte, ed è quanto sta accadendo a Gaza: niente può giustificare il presente, nemmeno l’orrore perpetrato il 7 ottobre 2023. Del resto, gli israeliani trovano giustamente aberrante che la gravità di quel massacro possa essere attenuato riconducendolo alla vendetta per le quotidiane angherie dell’occupazione. E perché allora dovremmo accertare la ritorsione che uccide senza distinzione bambini e altri innocenti sino a moltiplicare per trenta le vittime? C’è poco da lamentarsi delle equiparazioni storiche si si applica la regola del “cinquanta per uno dei nostri!” (teorizzata da alti funzionari) e se Netanyahu pronuncia un’espressione come “finiremo il lavoro”! La verità, ancora peggiore, è che a muovere l’esercito israeliano non è tanto una cieca vendetta (benché nei cuori induriti dei soldati abbia il suo peso) ma il “razionale” calcolo di sgombrare il territorio dai pericoli futuri, e poco importa se questo implica radere al suolo villaggi e spargere cadaveri. La penosa impressione che ricavo è che l’opposizione israeliana si sia spenta insieme alla coscienza civile, fiaccata da anni di angoscia per la sopravvivenza e però ora ingolosita dalla prospettiva di una vita quotidiana più tranquilla, costi quel che costi in termini di vite altrui. E, andando oltre, è forse il momento di riconoscere che Israele è cambiata nella composizione demografica, e che sugli ebrei dell’ovest ancora legati all’idea di democrazia prevale ormai una popolazione di ebrei orientali e ultraortodossi, impregnata di fanatismo religioso e del tutto insensibile ai vecchi valori occidentali. Anche se nel breve termine Israele raccoglierà benefici, quel fare terra bruciata intorno (dopo anni di riuscita tessitura negoziale con buona parte dei vicini) si trasformerà nel medio periodo in isolamento e suicidio collettivo.

E noi? Per quanto avventuristiche, disordinate, velleitarie e infiltrate possano essere, le piazze bollenti e le flottiglie sono almeno un segno di attiva presenza umana a fronte dell’inazione dei governi e delle organizzazioni internazionali. Magari una simile fibrillazione fosse pulsata a contrastare l’Olocausto. Cosa dovrebbero pensare i giovani di un ordine internazionale nel quale un condannato dalla Corte Penale Internazionale non solo non viene arrestato quando si sposta all’estero ma si impadronisce della tribuna all’assemblea delle Nazioni Unite per diffondere le sue menzogne? La montagna dell’Europa fatica persino a partorire quel topolino che è il riconoscimento della Palestina, cui sono già arrivati senza nulla spostare già 147 paesi nel mondo. E stiamo ancora a discutere se applicare, non le sanzioni economiche, ma la revoca delle condizioni di favore commerciale concordate con Israele! (e finanziamo la guerra aumentando gli acquisti di armamenti da Israele del 35%, magari dopo avere osservato l’ostentazione all’Esposizione Internazionale della Difesa di Dubai gli stessi strumenti adoperati contro i palestinesi). Voltare pagina dunque: blocco commerciale assoluto e invio dei caschi blu, con l’imperativo politico di arrivare a uno stato palestinese. E però eliminare ogni ambiguità di antisemitismo. Sul piano legale, inasprendo le pene per l’antisemitismo e allargando le misure di tutela per gli ebrei. Quel che sognerei nelle piazze che tutti sfilassero con una maglietta che nella parte superiore porti la scritta: l’Olocausto, la più orrenda mostruosità della nostra storia. E sotto: Gaza, il genocidio di oggi che dobbiamo fermare, subito. E, se buona fede c’è, tutti affiancati e compatti, che non sai nemmeno distinguere tra ebrei e non, e neppure ti interessa.



Di |2025-12-24T16:06:20+01:003 Ottobre 2025|Limite di velocità|

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