
Una proposta per tutti i media, dal profilo whatsapp alle televisioni
Alcuni eventi sono talmente gravi che non possono essere archiviati neanche quando si siano fermati alla soglia dell’accadere. Il solo fatto che siano stati progettati rende impossibile lasciarli scivolare repentinamente nell’oblio, ed esige una risposta attiva. Militante. Il soggetto militante che vorrei stimolare è inconsueto, e lo vedremo alla fine.
Anche se, per ragioni di opportunità politica e con un po’ di magone, Donald Trump ha annunciato che non ci sarà la trasmissione in streaming di una condanna a morte il 3 dicembre, dobbiamo in parte comportarci come se questo abominio fosse stato condotto sino in fondo. E per non lasciarci sfuggire il suo significato, torniamo ad analizzare la vicenda come se Trump l’avesse lasciata intatta (del resto, i suoi quotidiani e schizofrenici ripensamenti rendono puntualmente esile lo scarto fra il compimento dell’azione e il suo abbandono).
C’è un tarlo che mi assilla da quando ho letto questa storia dello streaming riguardante una fucilazione: andranno in onda delle pubblicità?
Non è una domanda risibile. Ogni video, ogni trasmissione sono precedute e intervallate da spot pubblicitario. Perché questa dovrebbe fare eccezione? Tra le due affermazioni “dobbiamo fucilare un tizio, facciamolo con lo streaming” e “trasmettono una fucilazione, vendiamo la pubblicità”, siamo proprio sicuri che la seconda sia più balzana, più di cattivo gusto e più immorale della prima? Sarebbe anche interessante verificare se esistano aziende, e quali, disposte ad acquistare gli spazi. Magari le più profilate come settore di mercato, tipo quelle che vendono pallottole (per il taglio brillante da adottare posso richiamare l’illustre precedente di Joseph-Ignace Guillotin che così perorò il gingillo di sua invenzione davanti all’Assemblea Nazionale francese nel 1789: “Con la mia macchina vi faccio saltare la testa in un batter d’occhio e voi non soffrite!”). In ogni caso se è vero che in coda al noto motto “lo spettacolo deve continuare” se ne potrebbe aggiungere uno che così risuoni, “e la pubblicità deve intervallarlo”, sarebbe illuminante ascoltare da Donald Trump e da Pete Hegseth (il sottosegretario alla guerra che ha avuto l’ideona) una risposta articolata alla domanda: “Prevedereste stacchi pubblicitari nella trasmissione?”.
Curiosamente, l’iniziativa segue a stretto giro il caso di una disgraziata esecuzione in Tennessee della pena di morte mediante iniezione letale. La condannata Christa Pike è sopravvissuta al primo e pure al secondo tentativo. E se in streaming fosse stata programmata quella? In termini di share, si sarebbe trattato di un successo o di un fallimento? La gente si sarebbe annoiata, sentita tradita, o invece avrebbe goduto dell’apparente agonia (apparente, perché quella tignosa si è pure ripresa e adesso non si sa bene cosa farne), come si palpita per i tempi supplementari e poi i rigori?

Molti critici della graziosa trovata hanno usato l’espressione “medievale”: in realtà per un bel pezzo di Medioevo, diciamo fino a tutto il Trecento, a fronte di un omicidio vigeva la diversa sanzione del guidrigildo, cioè il pagamento ai parenti di una somma proporzionata al danno e alla classe della vittima. Non è che fosse entusiasmante questa precoce monetizzazione della vita umana, ma certo è arduo sostenere che in termini di civiltà si debba considerare più evoluta quella britannica, che nel 1814 sottopose a una sorta di triathlon della morte violenta (impiccagione, sventramento e squartamento) un tale che aveva tagliato un frutteto.
Non vorrei però disperdere l’attenzione dal tema, che non è la pena di morte (per quanto abominevole dal mio punto di vista) bensì la sua diffusione mediatica. La ventilata giustificazione della deterrenza (chi volesse ripetere un crimine del genere capirà a che conseguenza va incontro) non è solo pretestuosa e stupida: è proprio che vale il contrario. Nell’ambito del fanatismo musulmano la morte di un combattente corrisponde al martirio e suscita emulazione. Per giunta, riferendosi al caso specifico del pluriomicida Nidal Hasan, si vedrebbe un plotone di soldati scaricare i suoi fucili sopra un paralitico: sai che immagine di forza dello Stato!
Trump e i suoi sodali, oltre tutto, ignorano che l’andamento storico delle esecuzioni pubbliche ebbe un esito strano. Una delle ragioni per cui si ritenne vantaggioso sospenderle o diradarle è che (come riporta lo storico Michael Ignatieff) non di rado la plebe solidarizzava rumorosamente col condannato: e arrivò persino a linciare qualche boia. Ai borghesi, poi, la violenza ostentata cominciava a ripugnare. Vero è che l’esibizione della ferocia sanguinolenta, uscita dalla porta delle piazze, sarebbe a distanza di tempo, rientrata dalla finestra dello schermo televisivo, con un effetto anestetizzante riguardo al turbamento delle coscienze.
Credo sia un’ingenuità toccare il tasto della democrazia lesa per indurre un ripensamento nell’attuale amministrazione americana. Il senso distorto dello spettacolo avrà pure un suo ruolo, e però le ragioni reali di questa meschineria vanno cercate altrove, ovvero nell’invidia per le autocrazie che Trump e la sua schiera nutrono. Frustrati perché risulta loro più complicato incarcerare o avvelenare gli avversari o fracassare di botte oltre un certo limite (per lo più legato al colore della pelle) quelli che scendono nelle piazze, ostentano una maggiore disinibizione in manifestazioni che quegli altri – i quali di solito occultano gli atti più barbarici, per negare all’esterno di essere autocrazie – non arrivano a permettersi. Né manca il gusto della trasvalutazione dei valori, il desiderio mica tanto nascosto di mettere in circolo un sano incarognimento quale educazione sentimentale. Per questo l’ipotizzato ritorno indietro di 90 anni (l’ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti fu nel 1936) e la sua variazione di scala, grazie alla potenza mediatica, non deve essere risolta in sgradevole episodio folclorico. Esige una chiamata alle armi – simbolica, visto il contesto è meglio precisarlo – in nome di una battaglia di civiltà.

Execution of David van der Leyen and Levina Ghyselins (1554)
Scriveva Pascal: “È necessario uccidere per impedire che ci siano dei malvagi? Ma ciò significa farne due invece di uno”. Trasmettere in streaming un’esecuzione significa in potenza farne milioni. La tragedia della morte si è già abbastanza rarefatta di suo: la sua banalizzazione si è semplicemente trasferita dal grande al piccolo, piccolissimo schermo, come quando al cospetto di un agonizzante si sceglie di filmarlo col telefonino anziché soccorrerlo. Davvero l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che lo Stato apparecchi la tavola per servircela nella salsa della vendetta: per ogni persona che si alzerà dal banchetto ancora con l’appetito dovremo aspettarci la virale diffusione di ulteriore cinica indifferenza o belluina violenza (suddivisa per tipi e temperamenti). Cioè, in prospettiva: più carnefici e più vittime.
L’apparire visivo della morte sopra uno schermo riveste un significato e un valore in due casi: nella catarsi della tragedia di finzione e nella documentale testimonianza di cronache che reclamano la dignità del vero e aspirano a modificare una situazione scuotendo e chiamando a raccolta le coscienze inerti. Ma persino l’esercizio di queste funzioni rimane soggetto al delicato equilibrio della necessità (artistica o politica), e il media che scade esecrabilmente nella pornografia della morte tradisce le radici etiche e comunitarie che in astratto giustificavano il suo agire.
Siccome, e a ragion veduta, per tante forme di degrado si chiama in causa la responsabilità dei media, pare a me che questa vicenda sia l’occasione per una massiccia protesta della quale i media non siano reporter o sobillatori bensì attivi militanti. In contrapposizione a un momento di storia della comunicazione che metterà anche un bambino di quattro anni in grado di apprezzare l’estetica di una vera fucilazione (il disinvolto sparpagliamento di testi e immagini abominevoli sulla strada visiva percorribile dai bambini è l’orrido misfatto mediatico per eccellenza) propongo quel che segue: che nel momento di inizio dell’esecuzione ogni media- ma proprio tutti: il canale televisivo, il sito on line del giornale, il canale You Tube, il blog personale e quello aziendale, lo schermo pubblicitario o cinematografico, la pagina social, il profilo personale di messaggeria – pubblichi lo stesso asciutto testo sopra uno sfondo nudo, per un minuto intero. LA MORTE NON È UNO SPETTACOLO. O naturalmente, a seconda della nazione: DEATH IS NOT A SHOW. LA MORT N’EST PAS UN SPECTACLE. LA MUERTE NO ES UN ESPECTÁCULO. الموت ليس عرضًا مسرحيًا. 死亡並非一場表演. DER TOD IST KEIN SPEKTAKEL.
(Ciascuno scegliendo come marchio distintivo dentro una ricercata uniformità la traccia sonora che ritiene adeguata.)

Quest’iniziativa rimane in primo luogo una forma di protesta civica: il momento dell’azione dei media sarà comunque contestuale alla somministrazione della morte da parte di uno Stato, e fungerà da memoria di come la circostanza fosse stata sul punto di trasformarsi in spettacolo macabro, sottraendo allo Stato ogni residuo di autorità morale, e collocandolo sullo stesso piano dei terroristi che postavano le decapitazioni dei rapiti sui social.
Ma può anche costituire un momento straordinario di autoriflessione da parte dei media e un’inedita prova della loro potenzialità di raccordarsi in una potente azione simbolica quando una deriva morale impone di superare la divergenza delle opinioni, lo sguardo locale, il calcolo di opportunità e la concorrenza.
In tanti insieme, unico muro rimbalzante, solo silenzioso rumore. Grappolo di vita aggrappato all’umano.
Anche se mi piace fantasticare che questo appello venga raccolto e rilanciato da media a grande diffusione, l’adesione attiva di realtà piccole o (come per i profili facebook, instagram, wa) personali offrirebbe in ogni caso una dimostrazione collettiva. Prego chiunque aderirà a La morte non è uno spettacolo di informarmene scrivendo all’indirizzo zonafreestyle@remobassetti.it affinché io stesso possa dare un contributo alla visibilità e all’estensione della partecipazione (e affinché, per mia soddisfazione, io venga a personale conoscenza della circolazione dell’idea).

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