Recensione del film “Coup de chance”

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Woody Allen ha sempre dichiarato questa fissazione, di non avere mai scritto un vero capolavoro, e quando dal suo punto di vista ha provato a concepirlo il primo tassello è stato purgarlo dalla comicità, cassando in questo modo il punto forte delle sue opere. Non è quindi così strano che in Coup de chance non ci sia mezza battuta: il cinquantesimo film è un traguardo impressionante, sia statistico che simbolico, ed è stato da lui prospettato come l’ultimo, ciò che forse lo ha investito di una diversa responsabilità. E dato che l’eventuale resa non sarebbe dovuta al raggiungimento dei limiti di età ma alla sopraggiunta inanità di trovare finanziamenti nemmeno è strano che al centro del film ci siano i soldi, e gli arbìtri morali che si può permettere chi ne ha tanti (ma a consolazione: il caso a un certo punto può scombinare i suoi programmi).

Un colpo di fortuna è girato in quella che ormai è la sua piazza preferita Parigi, in francese addirittura: magari anche questo ha contribuito a spogliare la sceneggiatura, benché secondo l’aneddotica Woody avesse il dizionario in tasca per ritoccare in diretta mentre era sul set. La storia prende avvio dal casuale incontro tra Alain (Niels Schneider) e Fanny (Lou de Laage), vecchi conoscenti scolastici, lui all’epoca innamoratissimo senza il coraggio di dichiararsi e ora scrittore non ben definito, lei bellissima ex ribelle sposata con Jean, un ricchissimo uomo d’affari che come-ha-fatto-tutti-quei soldi, Alain che ha un istantaneo ritorno di fiamma, e Fanny sommersa dagli agi, spenta dai noiosi chiacchiericci alto-borghesi (una borghesia culturalmente pezzente rispetto a quella che descriveva Allen un tempo, come in effetti è) che non sopporta, infrivolita da quel marito che pure ama (forse) e Jean ama lei (come un ricco che possiede cose) ma proprio per questo frivolmente pronta a cadere come pera cotta ai piedi di quel reperto della sua vita giovanile perché l’ama tanto (come un ragazzino che non è cresciuto) e non si dilunga quelle insulsaggini riguardo gli alberghi che Fanny ascolta nei mortiferi week-end in campagna all’ombra della caccia al cervo, no, Alain le propina invece insulsaggini colme di frasi fatte, e vive pure in un’iconica soffitta bohemien. Raramente Allen ha manifestato un così schietto disinteresse a tratteggiare in modo decente un personaggio, come questo Alain. Ma tutto il suo film è fatto di tipi stilizzati, ad eccezione di Jean, e della madre di Fanny (la bravissima Valerie Lemercier). Domina l’essiccamento: via ogni tocco romantico (che invece luccicava nei suoi film più recenti), via l’anima di Parigi (resa come fredda e senz’anima), ingombro del filo tematico conduttore, il rapporto tra caso, destino, responsabilità e forza (o meno) dell’azione individuale che si riprova di spezzare il cerchio, in una direzione o nell’altra.

Quale l’esito di tale combinazione? Nella prima mezzora una noia mortale. Poi, però, diventando un dramma della gelosia e di seguito un noir, e aprendo più nettamente la strada al cinismo criminale di Jean e alla presenza della madre di Fanny (l’inviato sul campo di Woody) il film prende quota, la tensione diventa stringente e l’attesa di un finale soddisfacente ricompensata. È vero, Woody Allen non ha più niente da dire: nel senso che lo ha già detto più volte, e ora si limita a ripeterlo, cambiando le maschere e senza pudore nell’attingere al suo stesso repertorio. Però conserva una mano fermissima nell’impianto visivo (insieme al fotografo Storaro), e ritrova qui il gusto dinamico della cinepresa. Ed è un cronista spietato ma fedele della decadenza borghese. In più non ha perso la capacità di condurre il filo della storia. Gli elogi non li merita solo perché ha 87 anni: per dire, Match Point (altro senza battute) guadagnò troppi elogi, era giusto un film discreto. Coup de chance, che pure lo ricalca quasi alla lettera, nell’insieme lo trovo molto meglio.

Un colpo di fortuna- Coup de chance

Woody Allen

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2024-01-10T11:00:16+01:0023 Dicembre 2023|3, Il Nuovo Giudizio Universale|

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