Recensione del film “Foglie al vento”

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La caratteristica più personale e ricorrente dello stile di Aki Kaurismaki è probabilmente questa: la presenza dominante di inquadrature fisse dentro cui due personaggi stanno stretti in un ambiente spoglio ma con una scelta attentissima di colori e si alternano, poco guardandosi negli occhi, a parlare in un modo che somiglia a una conversazione, dicendo cose assolutamente stranianti- come se in realtà ciascuno fosse perso per i fatti suoi- che l’interlocutore prende per buone senza battere ciglio; e impera sull’atmosfera la tensione di un inappropriato raffreddamento emotivo che tuttavia non corrisponde realmente allo stato d’animo dei due, dato che i sentimenti piuttosto li reprimono, celano, distolgono. Tali scene producono un effetto comico irresistibile (Kaurismaki è uno dei tre o quattro registi dotati di maggior senso dell’umorismo) eppure parzialmente resistito, perché quel quadro che si attaglierebbe a un contesto di disempatia e cinico disincanto presto si rivela intriso di tenero romanticismo o schiva amichevolezza. I personaggi di Kaurismaki sono profondamente buoni, tendenzialmente infelici, caparbiamente propensi a cercare senza sosta la felicità. Fanno cose strane, ci sfidano ciononostante a prenderli sul serio, vincono la sfida.

Foglie nel vento, che segna il ritorno del grande regista finlandese dopo cinque anni di assenza dallo schermo, va classificato tecnicamente come una storia d’amore. Il fulcro narrativo è l’incontro tra Ansa e Holappa, la prima cassiera di supermercato presto licenziata perché la pescano con un cibo scaduto che ha ficcato in borsa invece che buttare nei rifiuti come da regolamento, e il secondo operaio metalmeccanico presto licenziato siccome una volta che s’infortuna viene più comodo disfarsene dato che (obiettivamente) beve sul lavoro invece che indennizzarlo perché viene spremuto oltre ogni ragionevolezza in assenza di sindacalizzazione. Ansa e Holappa si intravedono al karaoke, si incrociano di nuovo per caso, decidono di sperimentarsi in un’esilarante andata al cinema in cui Holappa compie la scelta romanticamente opinabile di vedere I morti non muoiono di Jarmush, che alcuni cinefili all’uscita paragonano per mood al bressoniano Diario di un curato di campagna (quei quaranta secondi sarebbero perfetti per entrare nella temperie della pellicola). Va bene che esiste il colpo di fulmine, e però altri innamoramenti nel palmares di Kaurismaki mi sono parsi più convincenti e coinvolgenti. Ma presumo che consapevolmente il regista volesse stavolta dar conto di due solitudini, indirizzate dalla disperazione a considerare che anche da soli si sta meglio in due.

Le sfortunate circostanze che differiscono la concretizzazione del flirt non brillano per originalità, le modalità che i due utilizzano per superarle restituiscono tuttavia il genio lirico di Kaurismaki e iscrivono la commedia nel campo amoroso non più solo per astrazione.  Ma si percepisce che stavolta al regista preme la denuncia del malessere sociale: le drammatiche condizioni del lavoro precarizzato, l’ingiustizia di classe, l’angoscia sollevata dal conflitto russo-ucraino (le molte volte in cui viene accesa la radio ne escono solo notizie di efferati bombardamenti), il problema dell’alcolismo in Finlandia.

Kaurismaki resta tuttavia fedele alla sua tradizione di allestire una porosa e imprecisa temporalità storica, cosicché- nonostante gli eventi storici appartengano alle cronache d’oggi- non ci sono smartphone ma quasi solo telefoni fissi, non schermi, gli arredi sono risalenti a qualche decennio addietro e in compenso è esposto un calendario con un anno avanti. Più che nelle altre sue opere, tra ricalchi di film del passato e locandine del cinema frequentato da Ansa e Holappa, si concede uno sfrenato citazionismo filmico, con finale omaggio al suo modello Chaplin (quando tutti stanno zitti, però, l’atmosfera ricorda di più Buster Keaton), ultima parola pronunciata quale risposta di Ansa alla domanda di Holappa su come si chiami il cane che lei ha adottato (come si chiama Holappa invece non lo sapremo mai, perché lui è conosciuto da tutti solo con il cognome). La metodica e mai noiosa lentezza del film viene spezzata da numerosi e per varie ragioni elettrizzanti tronconi musicali e la cupezza del clima sociale alleviata dalla rete di solidarietà che gli umili sono capaci di stringere tra loro.

Foglie al vento

Aki Kaurismäki

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2024-01-12T15:58:27+01:0012 Gennaio 2024|3, Il Nuovo Giudizio Universale|

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