RECENSIONE FATHERLAND

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Pretendere di dar conto in 82 minuti del pluridimensionale personaggio Thomas Mann, della sua complicata genitorialità, delle sue posizioni politiche e della sua etica di intellettuale può apparire quasi una spacconeria. Siamo precisi: l’orizzonte temporale di Fatherland è assai più limitato e riporta una vicenda curiosa, ovvero la circostanza che la divisione postbellica della Germania scindesse anche Goethe. Il grande poeta, infatti, era nato a Francoforte e morto a Weimar, rispettivamente cadute la prima nella dotazione occidentale e la seconda nell’area staliniana. Tanto bastò perché, nel gioco di propaganda della cortina di ferro, entrambi i fronti decidessero nel 1949, ognuno nella città di sua pertinenza amministrativa, di attribuire per il bicentenario dalla nascita un Premio Goethe, per giunta allo stesso scrittore. Thomas Mann si trovò dunque ad affrontare le due cerimonie, il relativo discorso di ringraziamento e il cicaleccio mondano del post, prima nei sontuosi locali allestiti a festa dagli americani e dagli inglesi e poi a Weimar, oltre che nel teatro, nel contesto più rustico avente come epicentro umano le truppe militari. 

Tuttavia, per entrare nel vivo della tragedia interiore e social-familiare che grava su Mann servono cognizioni che trascendano il tempo della stretta narrazione. E per quanto Pawel Pawlikowski abbia ormai in questo tipo di brevità (di suo nient’affatto deplorevole) un tratto della propria cifra stilistica, l’obiettivo di chiudere il cerchio intorno ai personaggi e alla loro epoca non pare a me completamente raggiunto. Meglio: il regista assicura compiaciuto godimento allo spettatore colto nella materia, e che magari si sia preso pure la preventiva briga di darle una ripassata; mi sento però di escludere che audience meno ferrate possano raccapezzarsi con soddisfazione. Beninteso, ognuno sceglie il pubblico che vuole, però un simile pregiudiziale elitismo mi pare un’occasione sprecata, rispetto al tema universalizzabile (e di fatto universalizzato) e da riflessione civica, e mi rincresce che sia il regista sia Thomas Mann rischino di essere ingiustamente liquidati come sguardi freddi. In effetti, il riferimento artistico dell’opera è il recente, splendido romanzo di Colm Toibin su Thomas Mann, Il mago, e il confronto pende tutto a favore di quest’ultimo che si è preso lo spazio (in modo comunque misurato) per disegnare con taglio elevato ma accessibile gli eventi umani dentro il dramma storico.

È possibile che a Pawlikowski premesse di più il macrotema, così meritevole di interesse oggi, del rapporto fra gli intellettuali e il potere dentro un conflitto internazionale, ancora odorante di guerra, tra due blocchi ideologici e geopolitici. Riguardo a ciò il film è puntuale e molto amaro. Se da un lato Mann è inseguito dalle accuse di non essersi abbastanza esposto, fuggendo dal nazismo invece di rimanere in patria, dall’altro i suoi richiami ai valori e alla cultura nei due discorsi sono pateticamente inefficaci, insuscettibili di sottrarsi alla zelante ansia di manipolazione dei suoi anfitrioni oltre che di incidere sulla costruzione di un mondo diverso. Non è che la memoria di Goethe, del resto, se la passi meglio. Alla fine il gesto più sovversivo, consumato nell’abitacolo della Buick nera sua, sarà di spegnere la radio dopo essere transitati con magra soddisfazione lungo le frequenze dell’una e dell’altra parte in una zona di confine. 

Ad accompagnarlo nel viaggio, che dura per noi fino a un perturbante incontro con lo spirito di Bach, è la figlia dai molteplici talenti – persino pilota di rally, oltre che attrice e scrittrice – Erika, che nutre verso la figura paterna oltre a un amore devoto un nugolo di sentimenti contrastanti (nella vita reale anche, e in modo dominante, il senso di ingombro sul quale il film non calca la mano) per effetto dei quali finisce per ondulare fra il sostegno protettivo e le accuse di disumanizzazione. Accende la tensione il fatto che suo fratello Klaus, attore e commediografo che peggio aveva vissuto la relazione filiale, si imponga all’improvviso come il convitato di pietra nel viaggio. Attorialmente, la sempre più brava e onnipresente Sandra Huller fa la parte del leone.

In termini formali, non si può discutere la maestria di Pawlikowski che reitera il già collaudato bianco e nero 4:3 di Ida e Cold War ed è stato insignito a Cannes del premio per la regia. Abbinato tuttavia alle lunghe, e non sempre equilibrate nel peso, inquadrature fisse (corporroica trovo ad esempio quella che apre il film), la scelta si rivela esageratamente rigida e austera originando quello che un amico di dotta cinematografia spettatoriale argutamente suggerisce quale “bianco e nero luterano”. L’immagine cade insomma in qualche peccato di didascalismo che ne soffoca un po’ la poesia e inciampa in bizzarro stridere con la parsimonia delle informazioni sulla cornice. 

Fatherland



Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2026-10-23T11:50:38+01:0023 Ottobre 2026|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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