
Georges De La Tour nella sua vita artistica si occupò di due cose: dipingere delle persone comuni, tendenzialmente marginali, e dipingere santi. Tra le due sfere non tracciò un abisso, e anzi (nella rappresentazione di un’affine dignità) ricorre e rimbalza da un campo all’altro la figura ossessiva di un anziano uomo con il naso adunco, il mento sporgente e la barba, da una parte musicante o miserabile e dall’altra, con minimi ammorbidimenti, san Giacomo, san Filippo o San Pietro (e, in una delle sue opere più famose, persino il gallo che sta di lato insieme a San Pietro presenta una certa somiglianza). Se aggiungiamo che i quadri di La Tour conosciuti sono quaranta, e di almeno una decina di questi l’attribuzione è dubbia, viene da immaginare che la varietà espressiva scarseggi. Ma La Tour riuscì a essere diverso dagli altri e, nonostante gli elementi di ripetitività dentro una produzione ristretta, persino da se stesso.
La mostra allestita al Museo Jacquemart-André di Parigi è dunque una festa per gli amanti dell’arte, che ciclicamente si ripete (a Parigi l’ultima volta nel 1997, a Milano cinque anni fa) e dispensa bellezza pura, oltre a crogiolarsi nell’intrigante alone di mistero che avvolge la vita del pittore quasi per intero: del resto fino al 1915 la sua esistenza era praticamente ignota. Per quel che sappiamo oggi, pare che non fosse personalmente dotato di quella carica di umanità che certi suoi quadri trasmettono, e che invece si comportasse da attaccabrighe, un “pittore regolare del re” e ciononostante un arrampicatore sociale fallito. Nell’incertezza anche della datazione dei quadri, è inevitabile che la mostra non sia stata organizzata per fasi cronologiche bensì per soggetti (sacri e profani). E altrettanto ineluttabile che quale marchio di riconoscibilità la dominante luce della candela finisca sempre per prevalere, sia perché la cura della luce artificiale in luogo di quella naturale che scende dall’alto distingue La Tour dai caravaggeschi e conferisce rispetto a quelli un’impronta più laica alla sua opera, sia perché gli esiti tecnici rimangono insuperati.

Rispetto ai suoi tempi, le tele si contraddistinguono per la sobrietà e la massima concentrazione dei soggetti – di solito uno solo – e degli oggetti, inghiottiti da uno sfondo che potrebbe avere predisposto un astrattista di tre secoli dopo. La difficoltà a incasellare il suo realismo plebeo è tuttora sconcertante: posso immaginarlo rivoltarsi nella tomba mentre i suoi esegeti continuano ad arrovellarsi se ci sia un dannato episodio biblico a cui ricollegare il quadro della donna che si toglie le pulci (una rottura con i canoni che altro che Cattelan!). Di profetica modernità sono anche le due versioni della Maddalena penitente, che personalmente trovo di un’introspezione assai più ricca della contrizione. Ulteriore esempio dell’indocilità di La Tour è la sua rinnegazione di San Pietro, una delle rare composizioni affollate, che per ciò stesso gli suscita un tale prurito nervoso da collocare la scena col santo protagonista nel lembo sinistro in alto, mentre il centro viene requisito dai peccatori che giocano a carte.
Gli spazi dello Jacquemart-André sono limitati e questo, oltre a determinare una costante pressione nello spazio che rende greve il percorso del visitatore, ha determinato la necessità per i curatori di scegliere un campione limitato di opere di altri autori e correnti per contestualizzare e inquadrare comparativamente La Tour: saggio a quel punto appare avere puntato su un filone in particolare (oltre a una serie superba di pentimenti di San Pietro), non quello post-caravaggesco già ampiamente sfruttato, ma la pista fiamminga, ad esempio Jacques Callot, nettamente ispirante in certe sue figure, compresa una candela che arde sul tavolo. Prima di La Tour, tuttavia, non c’è nessuno che la spegne.
Georges de La Tour entre ombre et lumière
Musée Jacquemart-André, Parigi
Fino al 22 febbraio 2026

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