
Mentre la lettura perde colpi, e in Italia nel 2025 sono stati venduti tre milioni di libri in meno, il cinema tiene botta. Ha perduto spettatori proprio nel paese che lo promuove al massimo livello, la Francia, che però continua a ospitare nelle sale afflussi consistenti. In Italia, sorprendentemente, il botteghino è andato meglio che nel 2024. Nella fascia di età giovanile un arretramento c’è stato, forse motivato dalla riduzione della produzione americana. Proprio negli Stati Uniti, riferisce il Guardian, la presenza dei giovani è tuttavia aumentata del 25%. Qualche anno fa si vaticinava come imminente e ineluttabile la chiusura delle sale, condannate dallo streaming domestico. Al contrario, la tenuta appare ora solida, la stagione cinematografica è di assoluta eccellenza e abbondano pellicole di valore, provenienti da varie parti del mondo.
In Italia uno stabile interventismo sulla promozione scolastica del cinema è iniziato al principio del secolo e si è consolidato nell’attuale Piano Nazionale di Educazione all’Immagine. Il Miur spinge per i laboratori e l’organizzazione di festival. Nel sito istituzionale sono riportate tante belle iniziative. Rimane però il fatto che, alla fine degli anni ’90, ministri come Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro furono sostenitori dell’idea che la pratica cinematografica dovesse divenire autonoma materia scolastica nel programma. Un’idea rivoluzionaria? Fino a un certo punto, dato che già nel n 1914 lo propose il filosofo Francesco Orestano: aggiungendo che se il cinematografo non ci fosse bisognerebbe inventarlo per la scuola.

Il cinema, spesso, viene arruolato nella didattica quale supporto documentaristico per affrontare un tema. Non credo sia questo il suo valore pedagogico più importante. Il cinema è in primo luogo una prospettiva del modo di guardare più profonda dell’occhio veloce che posiamo sugli eventi, sui luoghi, sulle persone. L’inquadratura, la sequenza, il montaggio non sono solo il suo linguaggio creativo e strutturale: sono una specifica qualità di attenzione. La cognizione di questi strumenti ha con la consapevolezza delle immagini lo stesso rapporto che la cultura classica ha con la letteratura e la comprensione del testo. Per questo, l’inserimento a piena dignità del cinema quale materia nell’orario di lezioni mi sembra necessario. Lo studio del mezzo cinematografico assurge a neo-alfabetizzazione del linguaggio per immagini.
Quell’apparato visivo, unito alla storia che ogni pellicola racconta, mette in moto speciali riflessi emozionali e incroci narrativi, giusto all’intersezione tra le immagini e il testo. Siamo abituati a pensare che una buona attitudine alla lettura favorisca la capacità di comprendere un film con più livelli di significato: in questo momento dobbiamo vederla al contrario. La capacità di cogliere (mediante il filtro visivo) più livelli di significato in un film può attivare/rigenerare l’equilibrio di concentrazione/ immedesimazione/profondità per addentrarsi dentro uno scritto. Se si tratta di cinema, non vale il concetto che abituarsi a guardare troppe immagini renda meno abili dinanzi a una pagina di testo.

Nella posterità descritto come un veterostrumento sessantottino, il cineforum con i suoi dibattitti a ripensarci non era affatto male, e in effetti viene oggi rispolverato in piccole e volitive realtà culturali, anche di ispirazione scolastica. Mentre un libro rimane un’esperienza individuale che ciascuno matura nei suoi tempi, sedimentandola progressivamente nella propria sensibilità, vedere un film a scuola è un atto che avviene collettivamente, e confrontarsi sul suo contenuto crea una frizione urticante, perché la pelle ancora scotta (non credo sia necessario spiegare oltre riguardo questa esperienza di suscettibilità, ben presente a tutti coloro che guardano film in compagnia). La tradizione del cineforum può magnificamente espandersi dentro un prolungamento digitale (integrato nella proposta didattica) che giochi a rinnovarne le forme. La scuola per prima dovrà vigilare affinché venga tutelata la cine-diversità, e non manchino all’appuntamento le pellicole d’essai trascurate dal mercato.

Esaltare il cinema non significa solo sostenere il valore dell’oggetto-film: la proiezione in una sala esprime una dimensione sociale simbolica non surrogabile dal divano di casa. Nell’andare al cinema sopravvive un senso comunitario di condivisione rituale, un’eco della democrazia (persino il fidarsi l’uno dell’altro nel convivere per qualche ora dentro un luogo buio). Purtroppo, mentre nelle grandi città il cinema difende con i denti il proprio ruolo, in tanti capoluoghi di provincia bisogna ormai percorrere chilometri fuori dal centro per trovarne uno, per lo più dalla programmazione ridotta ai blockbuster e ai film di cassetta. La collocazione dentro i centri commerciali (senza nulla togliere alla sua utilità) non solo condiziona in senso appunto commerciale l’offerta, ma anche perverte la chiave simbolica della presenza cinematografica come alternativa alla distrazione consumistica. Se davvero il cinema fosse formalmente assimilato tra le basi dell’istruzione pubblica, sarebbe poi conseguenziale tutelare le sale quali presidi culturali dei centri urbani.

Scrivi un commento