DIECI RAGIONI PER ESSERE FELICI DEL NOBEL AD ANNE CARSON

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Perché se dopo Krasznahorkai lo avesse vinto pure Can Xiu, come da pronostici, si sarebbe consacrato il pericoloso principio che la letteratura ha valore solo se non si capisce (il senso, lo stile, una storia, l’autore, lo scopo, il non-scopo, insomma la letteratura stessa).

Perché comincia di solito da dove era rimasto un brano di letteratura, magari duemila anni prima. Scrive senza chiudersi in una stanza, scrive in un giardino compiacendosi di cogliere i frutti della conoscenza da un albero genealogico della letteratura.

Perché ha una sconfinata erudizione e non se ne fa vanto, e neppure se ne vergogna. Dietro ogni parola c’è l’amore per lo studio ma se qualcuno glielo facesse notare potrebbe persino rispondere: ma mi faccia il piacere!

Perché i suoi libri hanno corpo, caratteri. Cioè, le parole sulla pagina si contorcono, si spostano, ogni tanto si scontrano con un disegno o cedono il passo a un’armata di prosa compatta che lascia la polvere dietro gli stivali. Perché la scrittura è una questione troppo seria per lasciare che se ne occupino da sole le parole.

Perché per dare il Nobel alle scrittrici canadesi non c’è bisogno di attingere al bilancino delle indennizzazioni di genere, assegnandolo a una donna in quanto donna. Alice Munro che lo vinse solo tredici anni fa è una grande scrittrice, Margaret Atwood poteva legittimamente vincerlo quest’anno, Anne Carson è una grande scrittrice. Al confronto con le colleghe, gli scrittori canadesi maschi sono degli sfigati.

Perché non cesella frasi celebri o singoli versi immortali da isolare e poi porgere dicendo: guardate che meraviglia. La sua poesia si coglie dentro l’umore, gli umori. La poesia emerge dal contesto, che per giunta viene costruito a mezzo di continue decontestualizzazioni dell’esistente e dell’esistito. 

Perché ha un rispetto sacro per la citazione. Perché si fa beffe della citazione, e magari non la menziona. Perché può prendere un frammento o un personaggio secondario e allargarlo fino a dotarlo di una nuova vita, completamente autonoma, allo stesso modo in cui può miniaturizzare un poema. Remixa.

Perché mescola gli stili con disinvoltura, dal saggio alle poesie, dal racconto a una nota della spesa o un salmo, e si toglie il gusto di camminare in bilico sopra le divisioni. Inventa nuove forme unitarie, nuovi generi. La letteratura non ha finito di farsi, ci ricorda.

Perché in nessun testo aspira a raggiungere una conclusione. È un’oracola dell’incompiutezza.

Perché quando la Giuria l’ha chiamata al telefono per informarla del Nobel si trovava in Islanda e ha risposto: stavo ascoltando il vento.



Di |2026-10-23T12:42:10+01:0023 Ottobre 2026|Limite di velocità|

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