Il romanzo più curioso e sorprendente uscito in Italia nel 2022

Poche volte, come nella lettura di questo romanzo, mi è capitato di considerare che l’aggettivo “delirante” è un complimento, almeno nell’arte.
Lo scrittore spagnolo Agustin Fernandez Mallo ha scritto un romanzo al quale fa probabilmente torto lo sforzo di cristallizzare un filo conduttore netto e una traiettoria rettilinea e coerente, non foss’altro perché lo stesso autore, anche nel romanzo per interposto personaggio, si professa devoto della struttura frattale nell’universo. Ricavare un’interpretazione sistemica del suo romanzo sarebbe pretendere di leggere Nietzsche come se si trattasse di Hegel. D’accordo, un tema dichiarato esiste ed è la guerra. Non che ci sia un solo rigo direttamente dedicato a una guerra: in più interviste Fernandez Mallo ha dichiarato di volersi concentrare sul lato B della guerra, ossia agli effetti rimossi, laterali e a lungo termine dei conflitti (sempre nelle interviste, peraltro, accenna anche ai conflitti economici e non solo quelli puramente bellici).

Il libro è diviso in tre parti che sono unite più che altro da minimi ed eccentrici rimandi e ripetizioni. La guerra, intesa come memoria, compare soprattutto nella prima e nella terza parte. Il romanzo comincia con un convegno sui social che ha la particolarità di svolgersi senza pubblico, diffuso solo sulla rete in diretta. La sede ospitante è l’isola spagnola di San Simon, che durante la guerra civile venne usata come campo di concentramento per gli antifalangisti. Ispirato da un libro di fotografia documentaristica, uno scrittore che partecipa all’evento sovrappone, dapprima mentalmente e poi con gli scatti della camera, gli ambienti per come sono adesso a quelli d’epoca e viene risucchiato nelle pieghe di una memoria drammatica quanto sfuggente, che riesce meglio a ordinare con un viaggio a New York. Nell’ultima parte una donna viaggia lungo le coste della Normandia per ricucire il filo interiore di un rapporto sentimentale cessato e non può evitare l’affioramento di una memoria più profonda e collettiva che riguarda lo sbarco americano e si estende a una serie di altre guerre di cui ha preso cognizione nelle visite a musei sparsi per il mondo. La parte di mezzo ha per protagonista un sedicente quarto astronauta dello sbarco di Apollo 11 sulla luna, che asserisce di essere rimasto invisibile perché aveva il compito di filmare Armstrong e compagni, e che ora vive in una strana clinica, la Residenza, in mezzo ad altri eterogenei disperati, inanellando ricordi tra i quali la guerra che ha combattuto in Vietnam (che tuttavia nelle riflessioni occupa un posto circoscritto).

Amanti dello sviluppo di trame, astenetevi. Il marchio di fabbrica non è nel plot ma nel suo sabotaggio mediante digressioni e ragionamenti per assurdo, ibridazione del testo con foto preferibilmente di bassa qualità, patchwork con testi di altri autori, mescolanza di cronache vere e invenzioni, abbondanza di ipotassi e curiosità per il dettaglio. Alcuni di questi ingredienti (specialmente per l’apparato fotografico) rimandano a Sebald. Una consonanza la ammette anche Mallo e non sarebbe possibile diversamente visto anche il tema della distruzione bellica e della sua sedimentazione (o non) nella memoria. Però è diventata un po’ una fissa questa che, alla prima foto in bianco e nero del passato in un romanzo, si dica: “Ah. Il modello di Sebald!”. Che fra l’altro, in termini di gioiosità espressiva, ha vissuto nello stesso stato d’animo di Mallo giusto il giorno del battesimo.

Ma no, volete sapere chi dobbiamo scomodare se vogliamo giocare alle influenze e alle somiglianze? Non uno scrittore bensì un artista: Kurt Shwitters, il dadaista tedesco della prima metà del Novecento, e il suo Merzbau, un’opera mai completata (non era possibile perché ambiva a superare il finito e la storicità) composta di oggetti di scarto banali, spesso rifiuti – se del caso logori, marci e corrosi – come in tutti i suoi assemblaggi, che completava con dei testi. Schwitters elaborò il suo stile a partire dal trauma della guerra, e la sua risposta fu l’ininterrotta costruzione di un habitat plastico che attingeva alla spazzatura. E di spazzatura Fernandez Mallo se ne intende, tanto da averci scritto un saggio (Teoria generale della spazzatura) contenente una bislacca e affascinante teoria che in Trilogia della guerra fa ripetere in forma semplificata a una reincarnazione di Salvador Dali. Il succo è che le opere d’arte sono in linea di continuità con quelle che le hanno precedute, non con le eccellenze però ma con i residui. Ad esempio Don Chisciotte pesca dai rifiuti lasciati dalla letteratura cavalleresca, mica dai suoi capolavori. Insomma “la cosa più preziosa che una cultura del passato ci lascia, ciò che ci informa di più su essa sono le cose lasciate involontariamente, la loro spazzatura”. Proprio come Schwitters, Mallo ambisce ad estrarre l’arte dagli scarti.

Se poi dobbiamo trovare un antenato letterario (un’eccellenza, però, non un residuo) dobbiamo risalire a Sterne e a Tristam Shandy. Non per quel che concerne la metanarrazione o il finto diarismo ma nel flusso disordinato di pensieri, nelle digressioni, nella circolarità, nell’ineluttabilità e contemporaneamente nell’impossibilità di progressione del racconto, e proprio nella resistenza, solo apparentemente soccombente, che ogni frammento di scrittura oppone al successivo e al precedente per non rimanere sepolto nella stratificazione. Direte voi: e che bisogno c’è di tornare tanto indietro? Il Tristam Shandy non ha prodotto già un’infinita e più prossima filiazione, non è il padre putativo del flusso di coscienza e dei suoi omologhi più gentili verso il lettore? Sì, ma (per esempio) in Faulkner o Joyce quando ci sono personaggi distinti ciascuno viene dotato di una sua voce interiore riconoscibile. Qui sono distinte persino le parti (legate insieme con lo scotch di piccoli tormentoni) ma la voce è sempre la stessa. I parlanti sono parlati.

Se si accetta di emanciparsi dalla catena dello sviluppo lineare la lettura di Trilogia della guerra diventa irresistibile, soprattutto per la capacità che ha Mallo di condurre a dei magnifici estremi le riflessioni ad absurdum, con un rigore puntiglioso che gli deriva dalla formazione scientifica (Mallo ha lavorato diciotto anni come fisico) e una formidabile attitudine a renderli comprensibili (ciò che lo differenzia da genialità più spigolose, come quella di Gombrowicz), inoltre abbinandoli a schegge di narrazione altrettanto impazzite. Posti in una condizione di spirito appropriata sarete in grado di trovare godibile ogni invenzione: che una donna mangi fango secco per le sue proprietà nutrizionali e vanti buone conoscenze tra gli esorcisti di allarmi, che un docente universitario e i due studenti che con lui convivono per risparmiare soldi a sufficienza per comprare birra coltivino pomodori che pretendono di far crescere verso il basso, che Sebald abbia scattato probabilmente tutte le foto dalla macchina, che anche voi possiate scoprire che un racconto di Eugenides parla proprio di voi sia pure con qualche inesattezza, che il vero dialogo tra Livingston e Stanley non sia cominciato con “Mister Livingstone, I suppose” bensì con “Dammi il fuoco” (la stessa formula che, lo avrete già notato, no? viene in mente davanti a un bancomat mentre aspettate che sputi le banconote), che sarebbe obiettivamente un’idea graziosa quella di scrivere poesie sulle banconote, che ci sia una sospetta convergenza figurativa fra i tumori, i frattali e le coste della Normandia o che “è un errore dare per scontato ciò che fu contemplato (citazione di una poesia di Carlos Oroza, che ritorna sovente).

Trilogia della guerra non è solo una strampalata macchina di comicità surreale e un epigono del postmodernismo, beninteso: Mallo sa scavare profondo. Ha partecipato davvero al convegno sui network di San Simon, e veramente dalla stratificazione tra i campi di prigionia e le aule del convegno gli è venuta l’idea compositiva, che ci sia da sempre un social network che silenziosamente lega i morti e i vivi e che, come dice la madre di uno dei protagonisti, “siamo il nostro passato morto, siamo tutte le bare che ci hanno preceduti” (idea compositiva in verità non tanto originale, giusto detta in modo diverso). Davvero, secondo la sua testimonianza, Mallo è stato scosso dal disagio di calpestare un suolo che ricopriva cadaveri dimenticati, ha avvertito questa crepa nella verità, questa frizione tra la percezione epifanica del corpo e l’evanescenza della memoria collettiva e l’ha trasmessa ai suoi personaggi principali (un parco lascito personale, perché ha poi avuto cura di non ingombrare di sé il proprio libro), lasciandoli liberi di scegliere tra la contemplazione vana degli orizzonti morti e la dirimente osservazione del mondo reale dai suoi bordi. La chiave di accesso ai significati celati dentro il tourbillon mentale è puramente poetica. L’unico concetto che Mallo esprime direttamente, anche con la sua stessa scrittura, è che tutto è stratificato, e in termini filosofici è questo concetto, non l’oblio dei lati B delle guerre (che ne è piuttosto un’appendice), la vera vittima negazionista dei social network e del loro presentismo semplificato.

Agustin Fernandez Mallo

Trilogia della guerra

Traduzione di Silvia Lavina

Utopia

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2023-02-03T15:15:37+01:0013 Gennaio 2023|4, Sulla scrittura|

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