La verifica delle fonti, dal giornalismo alla scuola

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In questo periodo, ogni mattina vengo svegliato da un temporale. Non importa che fuori ci sia il sole. Come accedo alla rete, compare un sito di informazione e tuona un titolo terrificante, che rimbomba per tutta la casa. E’ il sito web Ilmeteo.it. Qualche giorno fa, per dirne una, mi segnala: “CORONAVIRUS ecco la Verità: perché l’ITALIA è più colpita del COVID 19 rispetto ad altri paesi” (si noti l’uso delle maiuscole, compresa l’elegante V che precede erità). E aggiunge: fonte N.Y. TIMES. Scorrendo l’articolo si arriva verso la fine alla risposta: è il caso. Cioè, siccome può accadere che un super diffusore inneschi una catena di contagi questo “potrebbe essere avvenuto proprio in Italia”.
Insomma non è la promessa Verità ma potrebbe esserlo (anche se certo un po’ fiacca a fronte delle aspettative: come se un titolo dicesse “Ecco perché Conte stamattina alle sette era davanti al Quirinale” e poi si leggesse che era perché – forse – il tassista che doveva portarlo a Palazzo Chigi aveva capito male la destinazione).

 

Il fenomeno dei siti meteo è interessante. Possiamo considerarli una fonte attendibile? Probabilmente solo se parlano del tempo. E però, però … capisco la crisi climatica, ma è possibile che non ci sia mai una settimana meteorologica che si annuncia priva di emozioni? Il caldo in arrivo è sempre africano, e il freddo polare. Passa una settimana di siccità e ti domandi: ma non doveva piovere dalla mattina alla sera? La grandine non doveva sfondarci le vetrate? Forse sarà diventato più difficile fare previsioni a medio termine. Però, certo che se – ai bei giorni in cui si andava a zonzo nei week-end – uno leggeva che erano in arrivo “rovesci sulla penisola” viveva inquieto. E ogni tre ore diceva: vediamo se la situazione è cambiata. E tanta ostinazione, non di rado, veniva premiata da un bel week-end di sole, oltre che (dal punto di vista del sito) da tanti accessi.

 

La verifica delle fonti, anche se accomunata spesso al fact-cheking, è una cosa diversa. Quest’ultimo è il controllo sulle false notizie; l’altra è l’attendibilità di chi ha fornito l’informazione all’informatore.

Una notizia proveniente da una fonte inaffidabile potrebbe anche essere vera e, all’inverso, riceverla da una fonte attendibile non la rende uguale che se avessimo assistito di persona. E tuttavia assistere di persona non ci rende per forza delle fonti affidabili: se si tratta di un esperimento chimico ci sono più probabilità che lo riporti correttamente se me lo spiega uno scienziato che non se mi appoggio solo su quello che ho capito io.

La verifica delle fonti aumenta solo la possibilità che un fatto sia vero, e quindi può sembrare meno utile della verifica dei fatti. Ma, a parte che la verifica dei fatti certe volte è irrealizzabile, la verifica delle fonti è più estesa, perché abbraccia non solo i fatti ma pure le previsioni e le opinioni. Il Covid durerà oltre l’estate? Né Giuliana la cartomante né l’Istituto Superiore della Sanità possono dirlo con certezza. Ma se un giornalista scrive un articolo sulla previsione che forse cesserà prima, dovrebbe far conto su quello che dice l’Istituto della Sanità (o perlomeno, se no, farci sapere che si sta appoggiando all’autorità di Giuliana la cartomante, anche se lei per riserbo lo avesse pregato di non rivelare la fonte).

 

Fa parte del bagaglio basico dei giornalisti, i quali per deontologia non dovrebbero pubblicare una notizia se non sono abbastanza certi che sia vero. In origine significava che dovevano accertarsene di persona, raccogliendo testimonianze sul posto; col tempo è divenuto più frequente che debbano sincerarsene a distanza. La prova di attendibilità di una fonte dipende da una serie di circostanze: la vicinanza al fatto ha un suo rilievo, ma non basta da sola. Per un fatto accaduto all’estero è tendenzialmente meglio, come fonte, l’ambasciatore, piuttosto di un alcolista che si trovava a un tiro di schioppo. L’ideale sarebbe non far conto su una persona sola: le regole del giornalismo americano ne richiedono almeno due che concordano sulla stessa versione. Come si dice, bisognerebbe incrociare le fonti.

Più la fonte diventa di terza mano meno è attendibile, in teoria: ma c’è un buon giornalismo di riporto che rende accessibili le notizie vere a chi non le riceverebbe. Spesso si leggono sul Post notizie prese dal Guardian o dal New York Times, e lo sforzo di spiegarle, oltre la certezza della fonte, lo rendono comunque un buon giornalismo.

Se è vero che la catena tra l’evento e il suo cronista si è allungata, è anche vero che Il giornalista – e non solo lui – dispone di strumenti moderni per smascherare una notizia fasulla. Sono sempre più frequenti i casi di foto che illustrano una situazione scandalosa (tipo: guardate che assembramento in tempo di Covid) e delle quali è possibile riscontrare in rete che riguardavano in realtà luogo ed epoca diversa.

Ma, come dicevamo, spesso a seminare il panico non sono le notizie ma le opinioni. E chi si informa troppo sui social, qualora una concordi con le sue credenze, la riporta senza un riferimento chiaro alla fonte.

 

L’informazione diffusa passa spesso lontana dal giornalismo: di ciò, in molti casi ci fa un vanto, partendo dal presupposto che i giornalisti siano una casta che non merita credibilità, e che quando si interessano di politica prevalga la faziosità. Non mi interessa qui smentire l’assunto, che del resto ha una parte di vero in casi specifici. Se però mi convincessi che gli idraulici non sono più quelli di una volta, prima di far mettere le mani sui tubi di casa a qualcun altro mi interesserebbe comunque sapere di cosa si occupa, e magari come se le è cavata in casi analoghi: non mi fiderei del primo che passa. In realtà, il primo che passa, quando si tratta di informarsi, è spesso una persona conosciuta, più o meno personalmente, che condivide notizie o opinioni sui social.

Senza bisogno di scomodare il citizen journalism, accade che una quantità elevata di persone siano diventate informatori, ancora più che informati. C’è un sacco di gente in giro che ficca le mani sui tubi dell’acqua senza neppure essersi mai posta il problema di dove arrivino le condutture. Mi rendo conto che sarebbe troppo chiedere a un informatore per dilettantismo di seguire le stesse regole cui dovrebbe uniformarsi il giornalista, e quindi di verificare i fatti: ma è ragionevole richiamarlo alla responsabilità di verificare le fonti (e renderle sempre note nelle sue comunicazioni sociali estese). Dopo di che c’è un problema serio. Molti non sanno farlo. La mia preoccupazione principale è per quegli adolescenti o adultescenti che non si sono minimamente impratichiti con le fonti, quelli per cui la fonte migliore è quella a cui si accede velocemente e che arriva direttamente sullo schermo. Questo è un grave problema civico. Perciò, insegnare a verificare le fonti ha smesso di essere principalmente una questione di formazione giornalistica: esige di essere integrato nella formazione scolastica. Anche perché, se pure di colpo tutti i giornalisti diventassero impeccabili nella verifica delle fonti, rimarrebbe un esercizio inutile se i destinatari dei loro messaggi si informassero da una qualsiasi altra parte.

 

A questo punto sarebbe bello concludere con un ordinato elenco di regole sulla verifica delle fonti; ma anche quello, ahinoi, è un mondo in movimento. Sarebbe bello dire: ecco, questa è un buona fonte, è una rivista scientifica! Ma bisogna pur sapere che esistono riviste cui è affibbiata tale etichetta che invece pubblicano, senza controllo redazionale, articoli a pagamento di chi vuole ottenere crediti professionali. Per non parlare degli studi dell’Università di questo o quell’altro posto che si smentiscono regolarmente l’un l’altro. Sarebbe bello sottolineare che è sempre una buona fonte quella addentrata nel settore di cui scrive. Ma è vero che proprio la sua immersione nel settore ne fa talora una fonte non neutrale.

 

Verificare le fonti è insomma metodologia complessa e soggetta ai cambiamenti del caso. Porsi qualche domanda aiuta: chi c’è dietro questa fonte? quali altre notizie o previsioni ha fatto circolare? questa notizia/opinione è stata ripresa da altri media professionali? in qualche circostanza questa fonte è stata smascherata dal fact-cheking? E l’incentivo a farlo dovrebbe partire da tre significativi obiettivi programmatici: non essere manipolati, non essere trattati da idioti, non vivere in un mondo parallelo ignorando la realtà. A occhio i due terzi di quel che dà senso all’intelligenza.

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