Siete cento? Per fare la rivoluzione bastano tre persone e mezzo (nonviolente)

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La sorprendente regola del 3,5%: dal 1900 alle manifestazioni di Hong Kong

Parrebbe, il 2019, un grande anno per le proteste di piazza nel mondo. Il successo dei manifestanti di Hong Kong si unisce a quello dei sudanesi che hanno messo fine ai trent’anni di dittatura di Omar Al Bashir e dei portoricani che hanno ottenuto le dimissioni del governatore Ricardo Rossello. Queste tre rivolte avevano due cose in comune, che spiegano come mai sia naufragata invece (indipendentemente dalle questioni di merito) quella dei gilet gialli a Parigi. La prima è che erano forme di manifestazione non violenta; la seconda che hanno raggiunto il picco di partecipazione attiva che determinerebbe il successo. Un picco talmente preciso da essere stato ribattezzato “l’algoritmo della rivoluzione”, e che è stato teorizzato sulla base di una rigorosa indagine statistica dalle giovani studiose Erica Chenoweth e Maria J. Stephan. Il loro libro Why Civil Resistence Works. The Strategic Logic of Nonviolent Conflict risale al 2011, ma all’epoca era passato relativamente inosservato.

 

Il potere d’influenza di pochi soggetti attivi su altri indecisi è ben noto: per determinare la direzione di cento persone in fuga bastano sei che virano decisi verso una. Ma la “regola del 3,5%” non ha nulla a che vedere con meccanismi inconsci e bias cognitivi. Prima di focalizzarci su questa strana percentuale, tuttavia, partiamo dalla distinzione tra resistenza civile nonviolenta e azione di resistenza violenta.

L’assenza del trattino o della separazione tra non e violenza, in Italia introdotta da Aldo Capitini, è fondamentale per sottolineare che il mancato ricorso alla violenza non coincide né con l’astensione né con la passività. Non è nemmeno una questione esclusiva di principio, ma una precisa scelta strategica, benché i due aspetti possano viaggiare allineati. Rileggiamo questa pagina di Gandhi: “Non sono un visionario. Sostengo di essere un idealista pratico. La religione della nonviolenza non è concepita soltanto per i rishis e i santi. Essa è concepita anche per la gente comune. La nonviolenza è la legge della nostra specie come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito nel bruto è addormentato ed egli non conosce altra legge che la forza fisica. La dignità dell’uomo richiede l’obbedienza a una legge più elevata, la forza dello spirito”.

 

Chenoweth e Stephan hanno studiato tutte le forme di resistenza civile e movimenti di piazza svoltesi tra il 1900 e il 2006, considerando in primo luogo quelle volte a determinare un cambio di regime politico o di governo, separando quelle violente da quelle nonviolente in base a criteri molto selettivi. Perché una campagna di resistenza venga considerata nonviolenta e di successo hanno ritenuto necessario:

  • Che ottenga il fine proposto nel termine di un anno
  • Che il successo sia effettivamente determinato, e non solo influenzato, dalle manifestazioni. Su questa base, ad esempio, è stata esclusa persino l’India di Gandhi perché il buon esito è stato attribuito prevalentemente alla riduzione del contingente inglese sul territorio.

 

Allo scrutinio finale sono giunte 323 campagne, e il clamoroso riscontro è che le rivolte non violente hanno “performato” meglio di quelle violente nella misura del doppio. Il 53% infatti ha ottenuto il suo scopo, contro il 26% delle azioni violente. Ribadisco che il criterio di “nonviolenza” è applicato con rigore, e quindi sono state escluse dal novero non soltanto quelle che ricorrevano ad armi, bombe e rapimenti ma pure quelle che mettevano nel conto danni alle proprietà.

E l’altro dato, non meno sorprendente in partenza, è che quando quelle nonviolente (usare il sinonimo di pacifiche sarebbe inesatto: si tratta di una nonviolenza aggressiva, rivolta a perturbare il buon funzionamento della società e la paralisi urbana) raggiungono il 3,5% della partecipazione attiva riescono tutte.

 

Prima domanda: perché le ribellioni vengono meglio senza esercizio di violenza?

In primo luogo perché coinvolgono un numero molto maggiore di persone. Attirano quelli a cui ripugnerebbe l’esercizio della violenza (che naturalmente devono avere un coraggio non inferiore a quelli che accetterebbero la violenza) e anche quelli che non avrebbero fisicamente la possibilità di esercitarla: quante foto di persone anziane che vanno a redarguire i soldati schierati abbiamo visto, dalla rivoluzione filippina che sloggiò Marcos nel 1989 alla Rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004? Persino dei disabili possono stendersi per terra e bloccare le strade.

Questa possibilità di allargamento infiacchisce anche la determinazione delle forze dell’ordine. Se è più facile (a torto o ragione) escludere che un familiare operi in una rete terroristica, come essere certi che nella folla che dovrebbero caricare non ci siano dei fratelli o dei figli? Inoltre, la visibilità quotidiana e l ridotta segretezza rendono accessibile l’emulazione e l’intervento.

E perché proprio il 3,5%?

Si tratta di un dato ricostruito a posteriori, che evidenza semplicemente un indicatore di picco. Si può cioè presupporre che quando quel numero di militanti attivi è stato raggiunto, si è diffusa nella società una più robusta massa di sostenitori meno esposti, che possono tuttavia mettere in crisi il sistema attaccato con forme di non collaborazione (un’altra categoria gandhiana) e forme di defezione (come nel caso di militari che annacquano il contenuto degli ordini).

Per quanto piccolo possa apparire, quel numero attesta un cambiamento ideologico di egemonia culturale, che rende difficile (stando ai dati impossibile) per il gruppo dominante preservare il potere ed esercitare con efficacia l’esercizio della violenza.

La regola del 3,5% solletica l’applicazione di altri corollari matematici da parte di militanti: a Londra il movimento ecologista nonviolento Extinction Rebellion ha quasi “promosso” l’arresto di mille suoi dimostranti, considerandolo una cifra abbastanza eclatante da ribaltarsi contro il governo e incrementare il sostegno dell’opinione pubblica e l’aumento della partecipazione verso il fatidico obiettivo del 3,5%.

In realtà, quanto meno in un paese autoritario, gli arresti di massa possono fiaccare la protesta. Molto si gioca nelle prime reazioni che le seguono. Un altro discrimine è nei numeri. In contesti molto piccoli il 3,5 può essere poco significativo in termini assoluti; in stati grandi, come la Cina, può essere un traguardo troppo ambizioso. E però, proprio in realtà come quelle asiatiche o africane sarebbe forse sufficiente raggiungerlo nelle metropoli (che sono poi gli unici luoghi in cui le azioni di disturbo annichiliscono la rete dei servizi).

C’è infine un altro aspetto: quando una resistenza civile può dirsi conclusa? La risposta è facile quando si persegue un cambio di regime; più complicata quando il bersaglio è un’unica figura politica (che può essere surrogata da un suo sodale all’interno di un fenomeno trasformistico), oppure una norma in particolare. È quest’ultimo il caso di Hong Kong. Alla luce della vittoria sulla norma per l’estradizione, il movimento pare intenzionato a proseguire sulla strada delle conquiste democratiche, se non della secessione. In effetti, un’altra legge stabile – pur non supportata da cifre – è che un regime autoritario diventa insopportabile alla popolazione proprio quando manifesta i suoi cedimenti. Ma per la Cina la perdita di Hong Kong, o il totale allentamento della morsa su esso, pare geopoliticamente inaccettabile. Forse la regola del 3,5% sarà presto chiamata alla verifica più impegnativa della storia.

Di |2020-09-11T15:17:29+01:0011 Settembre 2019|Il futuro della democrazia|

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