Per i politici vietato scusarsi o ammettere che hanno cambiato idea

>Per i politici vietato scusarsi o ammettere che hanno cambiato idea

Per quanto si possa disprezzare la classe politica italiana, non si può certo in questo momento accusarla di immobilità. Salvini che manda per aria il governo che aveva giurato di far durare per cinque anni; che spiega di non poter continuare ad accettare i no dei Cinque Stelle e poi però per scongiurare quella stessa crisi da lui già data per avvenuta offre Palazzo Chigi a Di Maio; i Cinque Stelle e il PD che dopo essersi insultati per anni danno vita a un governo e ipotizzano intese su più larga scala, con le benedizioni decisive di Renzi e di Grillo che erano stati i più combattivi nello scavare un fossato tra i due elettorati; Renzi che abbandona il partito del quale era stato segretario e crea una nuova spaccatura subito dopo avere perorato la causa dell’unità nazionale: Forza Italia che oscilla senza soluzione di continuità tra il sostegno occulto al nuovo governo e il rilancio del fronte di centrodestra, e tra la conferma della vocazione maggioritaria e il sogno di un ritorno al proporzionale. Il dato più stupefacente è che tutto questo avviene senza mai che nessun leader espliciti l’evidente ribaltamento. Che si scusi di qualcosa o semplicemente che ammetta di avere cambiato idea, e ne spieghi la ragione. Ogni passaggio sulla sponda opposta viene anzi fieramente rivendicato come la più ovvia manifestazione di un’inossidabile coerenza.

 

Si evidenza da tempo lo scollamento tra la classe politica e la vita comune, ma di rado sotto questo profilo. In effetti, non esiste campo dell’agire sociale e individuale in cui non venga attualmente esaltato il valore delle scuse e del mutamento come segno di onestà e adattamento al reale.

Nel marketing d’impresa l’essenza della reputazione viene fotografata proprio nella capacità di assumersi autocriticamente la responsabilità delle azioni commesse, a costo di esagerare la contrizione- anche opportunisticamente. L’unico modo di conservare la fiducia da parte dei consumatori sembra quello di mettersi costantemente in discussione, e nella multinazionali esistono aree interne deputate a gestire ogni crisi latente mettendo avanti l’umiltà e a volte persino l’umiliazione.

Persino la Chiesa, specialmente sotto questo papato, ha cancellato il dogma dell’infallibilità e si sottopone alla revisione critica del suo operato prima che le tensioni raggiungano un picco di tensione.

Le persone poi, sia nella narrazione liberista della flessibilità che nella dottrine del benessere interiore, vengono esortate a fare tesoro degli errori dichiarandoli apertamente. Si potrebbe quasi dire che le scuse e il pentimento abbiano preso il posto della preghiera come strada verso la salvezza (oltre che verso la cura delle pubbliche relazioni e la difesa dei profitti).

 

C’è dunque qualcosa di patologico in questa fobia dei nostri politici ma ancor di più nell’ingenuità con cui si lasciano guidare dagli incapaci spin doctor nell’inseguimento di consensi sul breve termine che preparano i tracolli sul periodo medio. Il leader si affanna a descrivere mondi paralleli, incompatibili, oltre che con i  compromessi che l’esercizio del governo richiede (e che resi trasparenti prenderebbero una fisionomia meno odiosa), e con la realtà materiale che si abbatte quotidianamente sui cittadini si trovano quotidianamente a contatto. E’ da questa ostinata negazione della propria fallibilità che è nata la parabola discendente di Renzi, da uomo nuovo con il quaranta per cento dei voti a reuccio di un nuovo e risicato partito personale e che ha dimezzato in termini di voto il fresco entusiasmo per i Cinque Stelle. Non sono precedenti troppo incoraggianti per il futuro di Salvini. Il fatto che l’imperativo sia quello di “persuadere” non di “spiegare” ha costruito il malinteso che la persuasione non implichi mai, agli occhi del pubblico, una resa dai conti tra il sé presente e la propria immagine precedente. O anche, che l’immagine in questione sia del tutto insensibile ai contenuti (fossero anche posticci) che contribuiscono a formarla.

Una volta il peccatuccio della classe politica era dichiarare di essere uscita vincitrice dalle elezioni, qualunque fosse stato l’esito del voto. Ora, che la dinamica politica (non solo in Italia) ha assunto la forma di un’unica e ininterrotta tornata elettorale, quella penosa fatica è diventata una maschera quotidiana. Che affatica inutilmente chi la indossa. E purtroppo anche chi deve votare.

Di | 20 Settembre 2019|Articoli recenti 1, Il futuro della democrazia|

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