Cosa possono fare le Sardine per l’Italia

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Nel nostro mondo veloce basta un attimo per diventare una celebrità, e l’attimo successivo per imboccare la china discendente.

Chi tiene al successo deve passare rapidamente all’incasso, anche nella politica. Coloro che hanno indugiato nel tesaurizzare il consenso (il primo fu Mario Segni) vengono accusato di aver buttato il biglietto vincente della lotteria. È per questo che grava sulle Sardine una certa pressione, e chi le guarda con simpatia le esorta a tradurre il movimento di piazza in organizzazione politica strutturata, oppure – come nella recente proposta di Zingaretti – a occupare un posto in un’organizzazione già esistente.

 

Le Sardine hanno fin qui resistito, come se il passaggio a una dimensione più stabile e articolata compromettesse lo spontaneismo e una certa equidistanza dagli schieramenti, condizionata al rispetto di certe regole di interazione pubblica (per questo l’equidistanza non riguarda il personaggio Salvini, che non le rispetta, e anzi questo suo sprezzo ha dato la stura alla nascita delle Sardine). Le Sardine, più che intorno a obiettivi politici, si sono coagulate intorno alla rivendicazione di condizioni pre-politiche, quali dovrebbero intendersi la comunicazione non violenta, la dignità delle istituzioni e la difesa dei diritti essenziali spettanti senza distinzione agli individui. Purtroppo, tali condizioni, che rappresentarono il cuore dell’ideale democratico, sono quotidianamente poste in discussione (in alcuni posti del mondo più che in altri: ma quasi nessun paese è immune dalla crisi) ed è ingenuo illudersi di ripristinarne l’assolutezza senza entrare in scena come contendenti.

 

Le Sardine hanno ottenuto in due mesi alcuni risultati che qualunque persona di buona fede deve riconoscere come straordinarie: le piazze si sono riempite senza ricorrere a slogan violenti e sventolare bandiere divisive, e vi sono tornati i giovani, riconquistati a un embrione di passione collettiva al di fuori della battaglia ecologica. Ci sono riuscite senza risorse finanziarie, senza testimonial di richiamo, con un uso intelligente ma educato dei nuovi media e con la virtù della fantasia, la qualità oggi più assente dalla scena pubblica.

Questo li rende credibili come nuova forza di governo? Certamente no! Non almeno se immaginiamo il processo di formazione di un movimento alla maniera dei 5 Stelle, che nel medio periodo ha mostrato tutti i suoi limiti. Ci sono però differenze non da poco: gli ex grillini erano un movimento carico di rabbia antagonistica che sviliva espressamente il ruolo di chi occupava posizioni di rilievo nel mondo culturale, e produsse una classe dirigente volenterosa ma impreparata. Le Sardine invitano a presentarsi in piazza con un libro – oltre che senza rabbia – e sulla cultura pongono sempre l’accento.

Nessuno è seriamente in grado di dire se Mattia Santori, o chi per lui, sarebbe, non dico un buon ministro, ma nemmeno un buon assessore all’urbanistica. È sempre un errore confondere la capacità di creare consenso con l’attitudine a essere investiti di un incarico politico. E però ci sono forme di credibilità che le Sardine si sono guadagnate: due in particolare, che riguardano rispettivamente il rapporto della politica con il ragionamento etico e con l’azione visionaria.

Questa credibilità dovrebbe essere messa al servizio di un’impresa che sia il naturale prolungamento della loro origine rigenerante e la rottura degli squilibri/equilibri ristagnanti: dopo il nuovo simbolismo delle piazze, la selezione di una nuova classe politica, preparata e incontaminata.

 

Si potrebbe dunque immaginare che le Sardine realizzino la costituente di un partito selezionando cento figure di intellettuali con particolari caratteristiche: non devono avere mai occupato – se non incidentalmente e come esterni – cariche politiche prima d’ora; devono possedere nella loro biografia peculiarità culturali interessanti ed essersi misurati in qualche forma con prassi e organizzazione; devono sottoscrivere ideologicamente i pochi punti programmatici che le Sardine vorranno estendere in scia ai sei attuali; devono comporre nel loro insieme un aggregato multidisciplinare, e composito anagraficamente, geograficamente e per genere. Non sto pensando a un casting. Chiunque si proponesse andrebbe già solo per questo scartato. Deve trattarsi di persone da snidare e da convincere. Alcuni noti, altri sconosciuti ai più, tutti sconosciuti personalmente alle Sardine.

 

Questi cento personaggi, insieme al gruppo promotore, avrebbero il compito di far diventare i generici punti programmatici un’agenda politica totalmente innovativa, pragmatica ma anche coraggiosamente ideologica (per quelle che sono le premesse, direi inevitabilmente di sinistra); di varare criteri di ricerca di candidati elettorali adeguati, che rappresentino la società in modo inclusivo e interclassista; di riequilibrare l’inevitabile verticismo dell’operazione individuando forme di partecipazione e democrazia interna che, nel tempo, tengano in vita una struttura politica solida, coerente e radicata sul territorio. Non si tratterebbe di mettere gli uomini davanti ai programmi: quegli uomini sarebbero progressivamente la stessa incarnazione del programma.

 

Al termine, salvo al limite poche eccezioni, il gruppo costituente tornerebbe alle proprie occupazioni. Si tratterebbe quindi della formazione atipica di un partito politico: un gruppo di persone che si unisce non per conquistare personalmente il potere ma per abbandonarlo non appena siano state gettate le basi perché altri lo esercitino, e si accontenti di avere contribuito a creare le condizioni affinché tale esercizio avvenga nel segno della rinascita etica, culturale e creativa di una comunità democratica.

Questa sì che sarebbe una rivoluzione.

 

 

Nel suo insieme la rigenerazione della democrazia dovrebbe consistere nel passaggio dalla democrazia degli interessi e dei beni alla democrazia delle persone e della giustizia.

Per sapere cosa intendo, Remo Bassetti (Cosa resta della democrazia)

 

 

Meno i cittadini sono coinvolti nella determinazione del fine pubblico, e nell’attuazone del sistema organizzativo che lo realizza, meno sono liberi. La democrazia è quel sistema in cui i destinatari del sistema organizzativo ne sono in qualche modo anche autori e protagonisti. E cosi torniamo al punto di partenza: la libertà privata, nella democrazia, non è disgiungibile dalla libertà pubblica, e cioé dalla partecipazione attiva alla comunità per contribuire a orientarla.

Quale può essere, su queste basi, il fine pubblico della nuova democrazia? La proposta di questo libro è la seguente: il fine della democrazia è quello di regolare collettivamente i rapporti di convivenza in maniera da conciliare la massima espressione possibile della personalità individuale con criteri predeterminati di giustizia sociale. Alla fin fine nulla di impressionante, e nulla che necessiti di una mutazione antropologica. Però il ribaltamento di un principio sin qui associato alla democrazia: quello del relativismo. Se parliamo di giustizia sociale predeterminata, evidentemente, dobbiamo ipotizzare che un principio di giustizia prevalga sugli altri: ciò sembrerebbe in contraddizione con la democrazia moderna nella quale, a parte quelle procedurali, non ci sono regole di giustizia assolute che prevalgono su altre, salvo il potere delle maggioranze politiche che di volta in volta si formano di legiferare secondo i propri orientamenti. Se no, si direbbe, non è democrazia. Ma è davvero cosi?

Il seguito in Remo Bassetti (Cosa resta della democrazia)

Di |2020-09-11T15:17:24+01:0015 Gennaio 2020|11, Cosa resta della democrazia, Il futuro della democrazia|

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