Recensione del film “Martin Eden”

>Recensione del film “Martin Eden”

Chissà se quando se ne è uscito dicendo: “Che idea! Rifaccio Martin Eden di Jack London e lo ambiento a Napoli!”, gli amici lo hanno deriso con una frase tipo: “Che assurdità! Il solito megalomane!”. Sarebbe, in quel caso, il destino del regista Pietro Marcello coinciso con quello del suo eroe. Martin Eden, infatti, era la storia di un marinaio analfabeta che scopriva dentro di sé il fuoco della cultura e si proponeva di diventare uno scrittore, suscitando la derisione di quelli che lo avevano conosciuto quando ancora non sapeva infilare correttamente due parole in sequenza. La svolta della sua vita è molto casuale: salva da una rissa al porto un ragazzo borghese che per ringraziarlo lo porta a pranzo in casa, e lì rimane folgorato dalla bella sorella di costui e se ne congeda con i primi libri della sua vita, datigli in prestito e dai quali scatterà la scintilla (per il sogno di fidanzamento ma soprattutto per le lettere e la scrittura).

 

Al principio, quando il film sembra incamminato su un tono burlesco e manieristicamente intinto nel bozzettismo partenopeo, l’episodio del salvataggio di Arturo si risolve in una carezza ad un unico picchiatore che basta a coricarlo. Pare un’avvertenza: non seguirò alla lettera, tanto meno sotto il profilo del realismo, Jack London. Ma, per quanto l’interesse per il testo non fosse in cima all’intento del regista, per tre quarti la storia procederà con una certa fedeltà, per quanto alterata dalla trasposizione. Che non è soltanto geografica, da San Francisco a Napoli, ma anche storica. Poiché la messa in scena oscillerà tra il primo Novecento, e anche qualcosa dietro, e periodi più avanzati, sino al secondo dopoguerra e anzi con un materiale- scenografico, costumistico, sonoro e documentaristico- eterogeneo e stordente fino a un corto circuito visionario e onirico che lo rende coraggioso e sperimentale, senza nulla sottrarre all’intensità del ritmo.

 

Ben radicata anche in questa versione cinematografica è la figura del mentore Russ Brissenden  (felicemente interpretato dall’attore di teatro Carlo Cecchi), che introduce Martin Eden all’ambiente delle agitazioni socialiste, cui il Martin Eden di London (come London stesso) era più affezionato, dato che il Martin napoletano è un entusiasta lettore di Herbert Spencer ed è tormentato dalla frizione tra le ragioni sociali e l’individualismo nel segno del cammino evoluzionista. Si può dire che è un Martin Eden col senno di poi, e che i conflitti sociali imminenti che London annusava e preconizzava sono qui filtrati, anche visivamente, dalla consapevolezza della storia trascorsa. Sotto il profilo personale, il dramma del protagonista è immutato: dapprima la desolazione per la sfiducia nella sua capacità, anche da parte dell’amata Elena che sotto la pressione della famiglia vorrebbe indurlo a rinunciare alle sue ambizioni letterarie per intraprendere una sicura strada lavorativa, o perlomeno a incanalarle verso una visione meno cupa e più commerciabile; e poi lo sdegno per l’acclamazione, dopo un successo che diventa anche esageratamente economico, da parte di quello stesso mondo che lo rifiutava e che adesso è prono di fronte alle idee e allo stile che un tempo dileggiava. Un rancore che si mescola al disagio interiore per un quadro sociale che non riesce a sintetizzare in uno schema intellettualmente coerente, e che genera un disgusto inarrestabile che travolge anche se stesso, nonostante (e forse a maggior ragione) per la maschera dandy che prende a indossare.

 

Chi molto osa più rischia, ed era inevitabile che le scelte stilistiche di Marcello (che hanno una lodevole continuità con la sua esperienza di documentarista) qualche volta facessero sbandare l’equilibrio complessivo. Nella parte finale, tuttavia, l’eccesso non è tanto di spericolatezza quanto di manierismo e didascalismo, insomma c’è una regressione verso canoni convenzionali caricati però del registro che aveva guidato il film, o più precisamente della sua eco. Persino la recitazione di Luca Marinelli (che gli è valsa il Premio Volpi, quale miglior attore, al Festival di Venezia), straordinaria nei saliscendi e nell’appropriazione fisica dello spazio, diventa nella conclusione irritante e accademica; e le scene smettono di stimolare al completamento lo spettatore, virando verso più scontate e banali sovrapposizioni di soldati americani, camicie nere, miseri bivaccanti di colore sulle spiagge mentre viene annunciata la guerra ecc. Resta insomma una magnifica opera prima di fiction, e tecnicamente uno dei film italiani più interessanti e (a tratti) avvincenti degli ultimi anni, ma dopo averci viziato per un’ora e mezza con la poetica delle dissonanze, avviandosi alla conclusione si imbolsisce in un estetismo rigido, come i colletti inamidati del Martin Eden napoletano nella versione dell’arrivato decadentista.

 

Martin Eden

Pietro Marcello

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 10 Settembre 2019|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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