Cartolina per Steinbeck

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“Cosa ha da dirci sul mondo di oggi?” è una domanda quasi ossessiva che ci affligge quando riprendiamo in mano uno scrittore classico. Una domanda forse inevitabile, perché la prerogativa di un classico dovrebbe essere l’universalità, e dunque l’attitudine delle storie che racconta ad abbandonare il loro lì e prima e trasfigurarsi in un qui e ora

 (e stranamente questo è tanto più vero quanto più il qui e ora è rigorosamente legato a una cronaca abbastanza fedele di avvenimenti storici); e anche perché i contemporanei sono angosciati dai drammi della loro epoca e cercano nelle idee lontane qualche luce per illuminarli.

 

Come sottrarsi a questo gioco nel cinquantesimo anniversario della morte di John Steinbeck, che si compie il 20 dicembre di questo 2018? Steinbeck rimane tuttavia uno scrittore che divide, da molti considerato anacronistico durante la sua stessa vita. Idealista, ingenuo, semplicista: eppure oggi diremmo “buonista”, rendendolo perfettamente al passo (ma anche populista, con certe dichiarazioni sprezzanti verso i vietcong). Colpevole di uno stile scorrevole, quasi cronachistico e quindi giudicato secondario rispetto agli sperimentatori, eppure capace di variare quel suo registro ad ogni nuovo libro. Ed è uno stile che offre un valore incredibilmente diverso nella fasi della vita: per i bambini letture come I pascoli del cielo, La valle dell’Eden o Uomini e topi restano ineguagliabili per educare i buoni sentimenti mentre, una volta cresciuti, potranno cogliere le sfumature contraddittorie e i sottili e torbidi rapporti di potere che dietro quei buoni sentimenti si celavano. Fu un insolito tipo di realista allegorico: le sue trame ben piantate in un ambiente concreto furono tuttavia calchi ingegnosi dapprima dai miti dei cavalieri di Artù e poi di quelli biblici.

 

Furore, scritto nel 1939, potrebbe dunque, con pochi riadattamenti, essere ambientato nelle emigrazioni dei giorni nostri, ma anche nelle rabbie della gente comune che scatenano i moti di piazza o servono la causa dei nuovi reazionari. Non gratificato degli stessi riconoscimenti, il bellissimo romanzo La battaglia, del 1936, che descrive uno sciopero dei braccianti e al pari degli altri contiene una critica asciutta e feroce del capitalismo (agricolo in questo caso), lascia ancora oggi dubbiosi se debba intendersi come un libro radicale. In realtà gli agitatori comunisti vengono dipinti come manipolatori, e a Steinbeck interessa soprattutto il fervore religioso (in senso lato) del protagonista, il puro Jim Nolan; e concede la sua simpatia al dottor Burton che “non crede nella causa degli uomini” e pur aiutandoli vuole soprattutto studiarne la natura: “Voglio conoscere quanto più posso, con i mezzi che ho…”.

 

Senza mai nascondere un difetto dei suoi personaggi, Steinbeck non fu affatto manicheo. Se proprio qualcosa volle teorizzare fu che la complessità del reale è dura da comprendere per il singolo individuo, almeno quanto lo è vivere un’esistenza dignitosa, stretto com’è tra la fragilità dominante dei suoi istinti e l’inquadramento implacabile in un sistema sociale ingiusto. Stabilite voi se significa essere ancora attuale.

Di |2020-09-11T15:09:48+01:0014 Dicembre 2018|Sulla scrittura|

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