Recensione del film “Tre volti”

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Quando si dice di necessità virtù. Vivendo nel suo paese in condizioni di libertà limitata (che teoricamente dovrebbe comprendere il divieto di girare film: ma evidentemente non tanto), il regista iraniano Jafar Panahi cucina con quel che si trova in frigo e incrocia, in totale economia di mezzi, una sceneggiatura minima ma efficace (premiata a Cannes) con un taglio di camera documentaristico.

 

Le immagini verticali diffuse sullo smartphone si guadagnano il loro predellino anche in questo film d’autore e lo aprono con il video girato da una ragazzina che vive nell’interno montuoso e vorrebbe fortemente studiare recitazione. In questo video, che invia sull’indirizzo Telegram della popolare attrice Benhaz Jafari, in pochi minuti la ragazza esterna la sua frustrazione per l’opposizione oppressiva della famiglia al suo progetto, i vani precedenti tentativi di sensibilizzare Benhaz alla questione sperando che venisse a spendere una buona parola con i suoi genitori e la decisione finale di togliersi la vita. Il filmato si conclude sull’impiccagione, dando l’impressione ma non la certezza che sia stata portata a termine. Benhaz coinvolge il regista Panahi (entrambi dunque interpretano se stessi, e probabilmente non sono i soli), con il quale ha un rapporto di amichevole deferenza, e i due intraprendono il viaggio in auto attraverso i tornanti delle montagne per raggiungere il villaggio. Benhaz è giustamente irrequieta e già prima di arrivare si pone ogni tipo di interrogativo. Ad esempio, non le aveva proposto Panahi poco tempo prima di girare un film che aveva a che fare con un suicidio? E allora non è che … (ma non vi offendete signor Panahi? Cosa ho detto di male?).

 

Tre volti ha una molteplicità sorprendente di percorsi. Il mistero smette presto di essere quello più intrigante, e pare quasi un astuto pretesto per accompagnare lo spettatore verso quelli che più premono a Panahi. Ovviamente c’è il tema sociale sull’emancipazione femminile che trascende quello (che però nella società iraniana è seriamente presente) dell’ostacolo alla recitazione. È trattato con esiti alterni: qualche sovrappiù da parabola, qualche eccesso di leggerezza, una felice sottigliezza nei dettagli, una splendida e allegorica inquadratura fissa nell’ultimo minuto. Poi c’è un discorso metacinematografico sulla verità dell’immagine. C’è l’elegante autofiction che chiama in causa la condizione di Panahi, che pure nel film entra ed esce, c’è e non c’è, non risolve e non delibera, esplora, si riposa con mezzi di fortuna e si sobbarca un disumano sforzo di guida, ritorna alle radici (gli eventi si svolgono nelle sua zona natia). E c’è la descrizione dell’ambiente attraverso le voci degli abitanti, dentro colloqui che rasentano occultamente il reportage, e aprono una squarcio su quell’arretratezza contadina e patriarcale che pure ha un risvolto nell’ospitalità e nella condivisione (è impressionante la quantità di inviti che ricevono Panahi e Benhaz: ma non meno impressionante la regolarità con la quale li respingono senza che nessuno si offenda: non so se in questo modo il regista voglia offuscare la sincerità dell’intenzione ma non mi pare). In questa panoramica umana, fintamente digressiva e in realtà cuore del cinema di Panahi, scorre qualche squilibrio di fuso orario nei ritmi ma anche accensioni fantastiche, come quella che ruota intorno al valore liturgico del dono di un prepuzio dopo la circoncisione. C’è infine la non apparizione di un personaggio importante nella storia, un’anziana attrice che si è reclusa nel villaggio dopo che la rivoluzione khomeinista l’aveva giubilata dallo schermo. Anche in questa invisibilità si può leggere una metafora dell’ibrida posizione del regista in patria.

 

Dopo che i primi quattro minuti sono occupati dal video della ragazza, i successivi sei sono fermi sul volto di Benhaz sullo sfondo del paesaggio velocemente solcato dall’auto: beh, sono da manuale. Ciò non toglie che Panahi molli un po’ il suo gusto visivo sapientemente claustrofobico a favore di un respiro da campo lungo. In un’ampia quantità di scelte stilistiche e tematiche è ancora presente l’impronta del suo maestro Kiarostami, rispetto al quale sta forse evolvendo verso una maggiore scioltezza nell’ironia dentro i dialoghi.

Tre volti

Jafar Panahi

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di |2020-09-11T15:09:53+01:0014 Dicembre 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

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