Tre brevi lezioni sul rumore/2. Il rumore nella comunicazione

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In una qualsiasi comunicazione ci sono tre cose che non possono mancare: almeno un mittente, almeno un destinatario e un canale di comunicazione. Si definisce per lo più rumore un’interferenza sul canale: ad esempio un disturbo della linea in una conversazione telefonica o la sirena dell’antifurto che aggredisce la medesima colonna d’aria lungo la quale stiamo conversando con un amico. In realtà non è detto che il rumore debba essere rumoroso, basta che distorca: una mascherina chirurgica sulla bocca è una forma di rumore, perché pregiudica la chiarezza del suono.

L’interferenza che genera rumore, però, può anche non riguardare propriamente il canale ma invece il mittente o il destinatario. Se a chi riceve il messaggio il postino ha appena consegnato una cartella fiscale, la deviazione dei suoi pensieri è una forma di rumore. E se chi parla si sta ingozzando con l’hamburger, e biascica di conseguenza, il rumore più esattamente riguarda lui. Possiamo quindi ritoccare la nozione di rumore: un’interferenza sul fluire di una comunicazione, che nasce sul canale o nel mittente o nel destinatario. Naturalmente, perché si possa parlare di rumore occorrerà che tutti e tre gli elementi, almeno in astratto, siano congrui con l’obiettivo. Se uso un walkie-talkie per chiamare un amico in Florida o mi rivolgo in messinese stretto a un bulgaro che non capisce neppure l’italiano non è un’eccezione l’interferenza ma la stessa comunicazione.

Il concetto di rumore non riguarda solo la comunicazione verbale (o scritta), ma più in generale la semiotica, la disciplina che si occupa dei segni con valore comunicativo. Una tempesta è una letale interferenza per dei segnali di fumo. E una spia che da accesa segnala che il superamento del livello dell’acqua, incontra un’interferenza nell’abbassamento di tensione che la mantiene spenta. Umberto Eco osservava che in un caso del genere, si ricorre spesso a una ridondanza, tipo prevedere un’altra spia di monitoraggio. Ma la ridondanza, che funziona molto bene nel campo della semiotica riguardante la sicurezza, normalmente non è una buona idea, men che mai di questi tempi, nel caso della comunicazione tra esseri umani. Certo, possiamo usare più canali per inviare un messaggio, ad esempio la mail e whatsapp: ma in questo caso non stiamo aggiungendo ridondanze, stiamo duplicando i messaggi. Se invece ci riferiamo al singolo messaggio, tutto ciò che lo estende oltre lo stretto necessario, nell’era delle tecnologie digitali, rischia di affossarlo.

Il paradosso, in effetti, è che proprio quando ha raggiunto l’apice della perfezione tecnica nella riproducibilità, la comunicazione ha moltiplicato le interferenze, tanto da rendere quasi impossibile che il suo svolgimento avvenga senza rumore. Persino senza disturbo del canale: chi è in viaggio ha la possibilità di guadagnare tempo prezioso effettuando tutte le chiamate, senza aspettare di tornare a casa o in ufficio. Ma nella casa e nell’ufficio non ci sono il tunnel, la zona montuosa e il vicino di scompartimento che ti pesta il piede o parla più forte di te allo smartphone. Pur di aumentare il numero e la velocità delle comunicazioni, si considera plausibile che esse vengano squassate dalle interferenze. Se si tratta di dire “butta la pasta” oppure “chiami l’architetto e lo avverta che tardo” non è un grande problema. Se si vuole chiarire un malinteso con la fidanzata o presentarsi bene a un cliente che non si conosce, il rumore rischia di falsare il tono e le impressioni (oltre che il senso delle frasi). A sua volta, il messaggio scritto (per meglio dire scriparlato) trova nell’asincronia di uno scambio, e in tutto quello che accade tra una risposta e l’altra, dei fattori rumorosi di perturbazione della chiarezza e delle intenzioni.

Ma il rumore principale, allo stesso modo che se si passeggia ad agosto sul lungomare di Riccione, deriva puramente e semplicemente dall’affollamento. Contrariamente che in passato, è praticamente impossibile che una persona non sia sottoposta nello stesso momento a più di una comunicazione: questo vuol dire che ogni messaggio (intendo il termine nella sua generalità semiotica, non in quella telefonica) è in primo luogo un rumore per tutti gli altri messaggi che entrano in concorrenza, e solo in via subordinata un messaggio con un suo obiettivo. Dunque, l’efficacia comunicativa di un messaggio è il rapporto tra la sua capacità di interferire come rumore nei messaggi altrui e quel che resta del suo contenuto e della sua forma, purgati della parte che viene resa impercettibile dal rumore degli altri messaggi.

Quando ci si è cominciati ad entusiasmare per il fatto che tutti erano diventati produttori di contenuti, sfuggiva in effetti l’evidenza che sarebbe diminuito, per tutti questi produttori, il tempo per comprendere i contenuti ricevuti, o anche di accorgersi della loro esistenza.

Il difetto di attenzione che ci assilla deriva dal fatto che il rumore comunicativo è lo sfondo indistinto delle nostre vite: che si tratti dei banner pubblicitari che si aprono sullo schermo, della lista di messaggi o mail che ci si trova nella casella dopo poche ore, dell’incremento di richieste che ci invia chiunque possa raggiungerci e abbia anche una piccola possibilità di trarre utilità da questo. Un simile marasma è più accentuato per chi opera in multitasking. Gli esperimenti, tuttavia, dimostrano che uno smartphone, anche spento ma poggiato a fianco di chi parla o ascolta, è a causa della sola sua presenza un rumore, destinato a diminuire l’attenzione anche quando non è operativo.

Come ci comportavamo, noi di generazioni più datate, quando il campo acustico era saturato dal rumore del treno sferragliante e dall’altoparlante che ne annunciava la partenza, e dovevamo comunicare qualcosa a chi si affacciava dal finestrino? Direi secondo tre criteri: semplificando il messaggio (ti chiaamo staaasera), urlando di più, o gesticolando per spiegarci. Se si trattava di richiamare l’attenzione di uno sconosciuto gesticolando in modo più plateale, magari inventandoci qualche stranezza perché si accorgesse di noi.

Ecco, tutto questo non è cambiato per nulla: quello che era un arrabattarsi in condizioni di emergenza (c’è troppo rumore, come faccio a comunicare?) ora è strategia sistemica. Quando diciamo che i messaggi debbono essere semplificati, non stiamo per forza tessendo l’elogio dell’economia espressiva: il più delle volte stiamo siglando la resa alla cattiva qualità della comunicazione, epurando il messaggio di quelle parti che più possono essere sopraffatte dal rumore, e che però non per forza sono quelle meno significative. E quando ci sentiamo costretti a manipolare i messaggi, rendendoli “urlati” o assimilabili a una segnaletica gesticolante, li stiamo condannando a dissolvere la loro capacità di attrazione appena cessato l’effetto-sorpresa.

Raggiungere con la comunicazione altre persone (per un contatto, una proposta, una relazione commerciale, un contenuto informativo, una manifestazione di intimità) sempre più richiede delle tecniche (prossimamente ne scriverò) che si distinguono tra quelle che non hanno nessuna possibilità di successo e quelle che hanno possibilità di successo qualche volta (non abbiamo mai il controllo del rumore che incontreranno, specie se includiamo nel rumore il turbine dei pensieri del destinatario: così la performance qualche volta è la migliore realizzabile). Spesso fanno leva sull’evidenza che vada colpita l’attenzione del destinatario: ma siccome l’immersione di costui nel rumore comunicativo ne genera spesso un atteggiamento nevrotico e difensivo, non è raro che il successo di un messaggio discenda dall’applicazione del più mite obiettivo di non rompergli esageratamente i coglioni.

Chiaramente anche questa è una spiacevole contraddizione della Grande Era della Comunicazione.

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Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2022-07-01T10:51:27+01:001 Aprile 2022|12, Limite di velocità|

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