Non ci sarà mai il robot di Voghera

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Perché l’intelligenza artificiale non riesce a venire a capo delle faccende domestiche

 

Ha battuto l’uomo a scacchi e a Go, entro il 2030 potrebbe determinare la scomparsa di 800 milioni di posti di lavoro e, con lo scioccante salto compiuto da ChatGPT, potrebbe rivaleggiare con le reti neurali linguistiche umane, anche scrivendo poesie in forma di sonetto o basi musicali mixate dai canti gregoriani. Eppure c’è un campo nel quale l’IA non riuscirà forse ad avere mai seriamente accesso: il governo della casa.
Sì, ci sono degli apparecchi che sollevano da alcune incombenze. Il più noto è l’aspirapolvere Roomba, noto in realtà anche perché eccede nella sua mansione di togliere la polvere da sotto i tappeti: cioè non si limita a farlo materialmente ma procede pure in senso metaforico e quindi manda e custodisce in cloud la planimetria della casa, ricavata dalla sua mappatura; e questa è la ragione per cui l’azienda che lo produce, Irobot, è stata appena acquistata da Amazon (ma non fotografa solo la piantina: a dicembre è circolata in rete la foto di una donna seduta sul water di casa sua che Roomba aveva rubato dalla sua comoda prospettiva visuale). Se però pensiamo a un androide che sia in grado di assumere le redini domestiche dell’abitazione, o almeno ci eviti la scocciatura di rassettare una stanza, i tentativi sono stati sin qui un mezzo fallimento (il più clamoroso fu Jibo, un robot di plastica da scrivania, che bruciò 70 milioni di dollari provocando il fallimento del produttore) e l’obiettivo pare assai lontano e forse non raggiungibile.

Nell’ottimo Il dominio dei robot, pubblicato in Italia da Il Saggiatore, l’imprenditore e studioso di automazione Martin Ford spiega come il passaggio dallo speaker (come Echo che può climatizzare l’ambiente o spegnere l’antifurto) alla macchina mobile con un braccio in grado di manipolare l’ambiente che la circonda è reso arduo dalla difficoltà di farle afferrare oggetti in un ambiente domestico. Ce ne vorrebbe una di 45 chili per aprire lo sportello del frigo. E se anche ci riuscisse, prendere una birra sarebbe un’impresa titanica se la lattina facesse parte di una confezione da sei o peggio fosse scivolata dietro le uova (si, farebbe una frittata). Non potrebbe contare sulla stessa libertà di azione dei suoi omologhi nei grandi depositi industriali, e mancherebbe dell’attitudine tanto essenziale in cucina di usare un oggetto per uno scopo diverso da quello originale (intelligenza di tipo astratto che in piccola misura possiedono i corvi della Nuova Caledonia con i rametti).

Per quanto possa apparire sorprendente, insomma, il lavoro della colf in prospettiva è molto più solido di quello dell’avvocato o del giornalista. Ma l’inettitudine dell’IA applicata allo spazio domestico è una rivincita della casalinga, anche della casalinga di Voghera, che fu una figura retorico-sociologica di un certo rilievo. Tutto nacque nel 1966, quando la Rai, preoccupata della povertà linguistica degli spettatori, effettuò un sondaggio per campioni statistici al fine di misurarne il livello di comprensione, specialmente riguardo alle trasmissioni politiche. Il gruppo peggiore risultò quello composto dalle casalinghe del paese lombardo, che capirono solo il 26% delle parole e delle espressioni (del genere scrutinio o crisi di governo). Negli anni ’70 la formula “casalinga di Voghera” venne usata dagli intellettuali (Arbasino ci scrisse persino una poesia) per definire un tipo di pubblico medio, o più tendenzialmente mediocre, che si abbandona passivamente al flusso televisivo, solo qualche volta gratificato del riconoscimento di un comune buon senso. Oggi sarebbe impensabilmente sessista coniare un simile stereotipo (al massimo si potrebbe usare qualcosa come “l’imbianchino di Costeggio”) e in effetti, in anticipo sui tempi, la statua della casalinga che Voghera ricevette in dono dalla Rai venne rimossa dallo spazio pubblico nel 2015. Le donne negarono che nella locuzione aleggiasse una benevolenza comparabile con quella della “casalinga sveva”, analogamente evocata nei paesi nordici come simbolo genuino di saggezza popolare. E comunque per non urtare suscettibilità (anch’essa in anticipo sui tempi) l’apprezzabile commedia scandinava “Kitchen stories”, del regista Bent Hamer, nel 2003, immaginando che l’Istituto di Ricerca Domestica avesse inviato un ricercatore che da un seggiolone come quello degli arbitri di tennis seguiva i movimenti in cucina di una cavia per ottimizzarli, scelse come soggetto da istruire un burbero maschio.

Se poi la tecnologia facesse un balzo in avanti, il robot di Voghera guidato dall’IA avrebbe con la sua antenata umana un elemento di affinità, e tuttavia una performance intellettuale peggiore: mai arriverebbe a capire neppure il 26% delle parole perché, questo è il limite della IA, anche quando esegue a menadito i suoi compiti, ignora il senso di quel che viene detto. Per intanto, la migliore espressione di intelligenza in cucina è il frigo di Amazon che forza la mano all’acquisto quando gli alimenti stanno terminando. Qualcosa di analogo alla colf (o al colf) che cerca di fare la cresta sulla spesa.

Di |2023-06-16T10:51:29+01:003 Febbraio 2023|12, Limite di velocità|

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