Come mai ci lamentiamo sempre di non avere tempo per fare questa o quell’altra cosa? In fondo la tecnologia ha ridotto il tempo degli spostamenti o li ha resi inutili, consente di sbrigare nella frazione di secondo che basta per premere un pulsante faccende che richiedevano intere giornate, rende immediate le ricerche, ottimizza la durata delle prestazioni lavorative. Che cosa facciamo di questo tempo guadagnato?

Esiste un primo problema di fondo: uno degli elementi che contraddistingue l’esistenza di una società è un certo grado di sincronizzazione fra i suoi membri. E tanto più essa eleva il suo livello di organizzazione e l’estensione, tanto più l’interdipendenza diventa stringente e costrittiva: anche chi svolge un lavoro del quale può stabilire l’orario in autonomia dovrà adeguarsi alle aspettative di consegna del bene o del servizio. Il tempo risparmiato per produrre non produce tempo libero bensì nuovo tempo per produrre, e organizza anche nuove forme di sincronizzazione nel tempo del consumo.

Si potrebbe allora pensare che tempo “mancante” vada inteso come quello che non ci appartiene, il tempo prestato alla sincronizzazione. Questa lettura però non va intesa in modo individualistico, come se l’unico tempo buono per l’uomo fosse quello in cui può porsi come una monade. Il problema del tempo sincronizzato non è necessariamente di costringerci a fare qualcosa che non ci piace (ci sono anche tante persone soddisfatte del proprio lavoro) ma di trattare la questione del tempo secondo un modello matematico – e dunque oggettivamente misurabile: molti lavori, del resto, vengono pagati in funzione di questo parametro, sia pure ciascuno secondo il valore che ha assunto sul mercato. Il tempo di durata è lo stesso per tutti; il tempo che scorre è una percezione soggettiva della singola coscienza, che lega insieme e sovrappone il passato, il presente e il futuro. L’uomo è l’unico animale capace di comprendere che non potrà più fare qualcosa nel futuro (gli altri animali smettono semplicemente di farla ad un certo punto di un presente). Arrivato a tredici anni, un giorno, scopre che non ha più il tempo per diventare un campione di calcio come aveva sognato. Qualche giorno prima dell’esame scopre che non ha più il tempo per sostenerlo con una preparazione adeguata. La malattia di una persona cara lo mette di fronte all’evidenza che non avrà il tempo per fare insieme quel viaggio di cui avevano tanto parlato. Anche se la sincronizzazione con gli altri è lo sfondo che gli consente di coltivare i progetti della sua esistenza (e quindi di proiettarsi concretamente verso il futuro), l’essere umano è naturalmente sfalsato nella temporalità: i suoi minuti pesano in modo diverso un giorno dall’altro, e in alcuni avverte che se non ne dispone totalmente – non ci si identifica cioè al punto da legarli con il pieno compimento di sé – quel tempo è mancante.

Qualunque cosa possa dirne la fisica quantistica, nella realtà psichica a cui accediamo il tempo rimane, come aveva intuito Kant, la forma del sentire interno. E aveva ragione Bergson a considerare quasi vasi non comunicanti il tempo della realtà fisica e il tempo conteggiato dalla nostra coscienza.

In un bel libro, che s’intitola appunto “Avoir le temps”, il filosofo francese Pascal Chabot traccia un percorso di “cronosofia”, individuando quattro dimensioni storiche fondamentali del tempo, ovvero quattro modi in cui le civiltà lo hanno percepito: Destino, Progresso, Ipertempo e Scadenza.

Il Destino, la grande concezione dell’antichità e delle religioni, è legato al tempo ciclico; il Progresso, che scandisce il tempo della civiltà moderna, è una rappresentazione del tempo lineare. Chabot osserva tuttavia che la storia procede per fasi alterne, o più propriamente per cicli dentro la linearità. Questa dualità è evocata nella figura della spirale che ritorna, non a caso, nelle forme naturali delle chiocciole o delle conchiglie, che ritraggono il meccanismo del tempo lasciando riconoscere la direzione reversibile del cerchio e quella irreversibile dalla linea retta.

L’Ipertempo e la Scadenza sono concezioni contemporanee: il primo coincide la perpetua presentificazione dettata dall’istante e dall’attualità, contrariamente al Destino che radicava l’esperienza nel passato delle origini e al Progresso che si nutriva dello slancio verso il futuro desiderato. L’Ipertempo ordina di accelerare la cadenza, di valutare il grado di urgenza, di individuare il numero dei ritardi. In queste circostanze disporre del tempo non è mai stato così problematico, e il tempo è soprattutto un conto alla rovescia. L’orologio interno dei computer è programmato per calcolare innanzi tutto la lunghezza di un’azione al fine di ottimizzarla. Il tempo, in questa concezione, è un’ingiunzione. Più che pervenire a una definizione del tempo personale è facile focalizzarsi sul suo contrario: il contrattempo. Tutti conoscono quelle giornate che sembrano propizie per qualche occupazione che si è scelta, ma che una telefonata, un ingorgo o un’altra contrarietà vengono a perturbare. Il contrattempo si mette sulla strada del nostro tempo per impedirlo o ritardarlo. Venuto da un tempo altrui, sbarra la strada al nostro tempo e ci costringe a pazientare. La nostra giornata non è più in nostro potere, il contrattempo è il presente che si sarebbe voluto evitare. Si oppone alla nostra energia e alla nostra scelta facendo del presente “l’energia moltiplicata per la scelta e divisa per il contrattempo”.

Quando questa pressione si stabilizza nell’esistenza subentra l’ordine della Scadenza: il tempo che ci interessa e ci angoscia è quello che resta.

Se è vero che queste concezioni del tempo marcano la vita collettiva (e l’ansia per la sorte del pianeta e l’urgenza di salvarlo sono emblemi della Scadenza), esse sono anche criteri di interpretazione del tempo individuale. Così alla calma (non immune dalla rassegnata attesa del compimento del ciclo) del tempo segnato dal Destino si perviene alla frenetica volatilità ed evanescenza del tempo sopraffatto dalla Scadenza (portata assai oltre l’ansia degli uomini che nel fulgore del tempo del Progresso durante l’Ottocento furono assaliti da un problema che sin lì neppure li aveva sfiorati: sapere che ora fosse).

La scansione del tempo, dentro il capitalismo avanzato, ha un connotato di estrema accelerazione, coincidente con la consumazione (l’appagamento rapido del desiderio e la sua migrazione verso un nuovo desiderio, l’obsolescenza programmata del godimento) e un connotato di inesorabile rallentamento, la manutenzione (che non riguarda più il bene ma la personale capacità di essere al passo con l’aggiornamento dei servizi che permettono di fruire delle esperienze: un’auto-manutenzione). Sul punto credo che Chabot pecchi di ottimismo nel lasciar intendere che il contrattempo sia un granello che blocca l’ingranaggio: si tratta di una caratteristica strutturale del suo funzionamento.

Guadagnare il tempo che non si ha è una battaglia che può essere condotta in modo difensivo: opponendo l’avarizia del proprio tempo alle sollecitazioni esterne che non siano strettamente funzionali, sfuggendo all’angoscia accucciati tra i guanciali del “passare il tempo” in modo innocuo (che è una forma velata di crono-depressione), nascondersi dietro lo schermo (virtuale e non) della costrizione sociale – che in effetti spinge per l’abolizione degli “intervalli” trasformando il nostro tempo in un informe continuum.

Chabot, dal canto suo, oltre a suggerire di pensare in 4D (cioè tenere pronto lo schema più adeguato alla circostanza fra il Destino, il Progresso, l’Ipertempo e la Scadenza, e agirlo con senso critico e autonomia) ricorda come esista una quinta forma di schema temporale: l’Occasione. Si tratta di quello che i Greci chiamavano kairos, il momento opportuno. Esso non riguarda tanto la cronologia, non è comparabile né al passato, né al presente, né al futuro. Consiste nel capire che quello è il momento per gire, afferrato per istinto e non all’interno della costruzione di una sequenza. Chabot dice: è un’uscita dal tempo. Io direi: è la conquista del tempo mediante l’abolizione del tempo. Perché, nella declinazione degli altri schemi temporali, ci si incatena sempre a qualcosa, scegliendo tra il passato, il presente e il futuro. Cogliere l’Occasione, oltre a essere un modo efficace per recuperare quanto si rischia di perdere perché non si ha tempo, è la palese manifestazione che il tempo interiore è vivo finché può ancora rivolgersi proprio a noi in quel momento. E ancora sorprenderci.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2021-09-17T14:11:05+01:0030 Luglio 2021|6, Limite di velocità|

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