Il partito degli astenuti, alle ultime elezioni, è salito al trentasei per cento. Certo, niente di simile alle elezioni suppletive in Sardegna per un seggio al Senato nel 2019, nelle quali rimase a casa l’84%, che era a sua volta meglio dell’87% in Slovacchia per le elezioni europee del 2014. E dovrebbe consolarci il fatto che, ad esempio, negli Stati Uniti o nel Regno Unito – che non raggiunge la metà nemmeno per eleggere il sindaco di Londra – una cifra di questo tipo verrebbe celebrata come un trionfo di partecipazione: ma questo dimostra solo che da tempo, e in qualche luogo quasi da sempre, l’astensione sta sfigurando la democrazia, diventando una spia e al tempo stesso un acceleratore del suo disagio. Non illudano i tassi di partecipazione in America latina, e non solo perché sostengono sovente delle autocrazie ma anche perché i dati sono falsati dal fatto che nella maggior parte di quei paesi non si è iscritti nelle liste elettorali per il compimento della maggiore età ma per manifestazione di volontà. I numeri di quelli che non si sono iscritti non vengono riportati nel conteggio degli astenuti. Pure in paesi storicamente di grande vocazione partecipativa come il Giappone, l’astensione schizza fino quasi alla metà degli aventi diritto.

L’astensione è molto insidiosa per almeno due ragioni. La prima è che il fenomeno simbolico della rappresentatività perde di efficacia. Proprio nel momento in cui la retorica della politica tanto insiste sulla volontà dei cittadini, costituisce nulla più che una finzione dire che il vincitore parla e parlerà per loro conto. Soffermandoci sul caso più recente, se da un lato è chiara e indiscutibile l’affermazione di Giorgia Meloni e del suo partito, dall’altro è pur vero che, considerando gli astenuti, 86 persone su 100 non l’hanno votata. La seconda è il rischio che la disaffezione all’urna conduca all’indifferenza per la stessa esistenza del voto. È difficile pensare che persone cronicamente auto-escludentisi dalla democrazia avrebbero un giorno la voglia di difenderla se dovesse trasformarsi in una dittatura. Che tutti i dati, in qualunque paese, evidenzino una crescita dell’astensione giovanile conferma questa preoccupazione. Uno scioccante, recente sondaggio fra elettori europei sotto i 30 anni aveva concluso che il sessanta per cento degli interpellati non avrebbe preso male l’ipotesi di vivere sotto un regime autoritario invece che una democrazia.

Naturalmente, anche il non voto si può considerare un comportamento che rientra a pieno titolo nella democrazia. Sappiamo bene che l’opposto della democrazia, quasi sempre, è una partecipazione plebiscitaria in cui tutto votano per la stessa fazione. E che un’eccessiva affluenza può dipendere persino dal fatto che gli elettori vengono stanati nelle case per andare al seggio, come nelle repubbliche del Donbass per allestire la farsa del referendum. Quando però questo tipo di turbative non esistono, e con una certa regolarità il picco dei votanti si riduce, non c’è proprio nulla di cui rallegrarsi.

Una parte dei commentatori pretende di ascrivere la colpa del non voto alla pochezza della classe politica, che non sarebbe in grado di motivare gli elettori, i quali ricavano l’impressione che nulla cambierà nel loro destino qualunque sia l’esito di un voto. Nessun dubbio che un alto tasso di astensione sia anche un fallimento dei ceti dirigenti ma bisogna smetterla con la beatificazione del povero cittadino disgustato. Se prendiamo di nuovo l’esempio delle nostre ultime elezioni, di certo i programmi politici sono stati vaghi, generici e non troppo distinti su dei punti chiave, ma esistono chiari confini di differenze che dovrebbero indurre chiunque a prendere una posizione. Poco è stato sottolineato, invece, come (forse per l’onda lunga di un governo di quasi-unità nazionale) la campagna politica sia stata molto civile, senza violenze, senza un eccesso di accuse sguaiate, senza minacce, senza aggressivi confronti diretti. Non è da escludere che il deficit scenico e drammaturgico abbia pesato nell’astensione più di quello programmatico. Che insomma a non mobilitarsi sia stato lo spettatore, prima che il cittadino.

Ci sarebbe da domandarsi se gli astenuti debbano considerarsi davvero un elemento funzionalmente irrilevante, limitandosi a conteggiare gli altri per i risultati, o se (prendendo atto istituzionalmente della loro esistenza) non si debbano invece introdurre nelle democrazie modifiche strutturali per tenerli in conto e trarne le conseguenze. Mancano al riguardo proposte radicali, che almeno avvierebbero il dibattito. Come è noto, il referendum richiede che si rechino ai seggi almeno la metà degli aventi diritto, pena l’inefficacia del risultato. Perché non potrebbero discendere effetti anche su un’elezione politica, alla mancanza di quello stesso quorum o anche di un quorum più elevato? Così come nel referendum l’astensione lascia inalterato lo status quo, così in un’elezione si potrebbe immaginare un procrastinarsi, per un tempo ridotto, del governo precedente, oppure l’insediamento di un governo istituzionale predeterminato. Sarebbe almeno un modo per sensibilizzare l’astenuto e dirgli: guarda che stai votando lo stesso, anche se non voti. Oppure, prevedere un secondo turno a sette giorni di distanza dal primo, nel quale dare una seconda chance di voto a coloro che si sono astenuti nel primo: la conoscenza dei risultati potrebbe motivarli in modo diverso e farli sentire protagonisti. Non dico che sarebbero di certo buone soluzioni, ma da qualche parte si dovrà pur cominciare la discussione. Anche l’adozione di un sistema elettorale piuttosto che un altro ha un suo peso. Non poter esprimere le preferenze per i candidati coinvolge di meno, e però il più delle volte sviluppa il clientelismo invece della militanza. Il sistema elettorale australiano, del quale ho già scritto, presenta l’interesse di un risultato meno scontato e di una maggiore gradazione di scelta, dato che si vota non solo il partito che si preferisce ma di fatto anche quello che mai si vorrebbe al governo, e il conteggio tiene conto di questi criteri.

L’altra possibilità di incidere sull’astensione sono le regole che riguardano il voto stesso. La più estrema, evidentemente, è l’obbligo di votare, previsto più che altro come astratto principio (dovere civico) anche nella nostra costituzione e in altri paesi più nettamente come obbligo, quasi amministrativo direi, ma quasi sempre senza sanzione. Ciononostante, una pressione la produce, tant’è vero che i paesi più “virtuosi” (o “votosi”) sono quelli che ce l’hanno (in Europa: Liechtenstein, Malta, Grecia; fuori Europa, spaziano dal Congo alla Thailandia, all’Australia, che lo introdusse nel 1924 per rimediare alla scarsissima affluenza elettorale, e al Brasile, dove non votare per tre volte di fila determinerebbe in teoria privazione del passaporto e interdizione dai pubblici uffici. Il più efficace obbligo di voto è quello della Corea del Nord, ed è anche un sostanziale obbligo di votare l’unico candidato, visto che o lo si vota o lo si abiura barrando la sua faccia con un tratto di penna, e si può fare solo entrando in cabina e quindi palesando il proprio dissenso. Insomma, non proprio un modello da seguire).  Dove c’è l’obbligo, rimane la possibilità di depositare la scheda bianca nell’urna (in Brasile a ciò ricorrono il sedici per cento), pur sempre un comportamento meno passivo che restare a casa.

Altre proposte si focalizzano sulla delega del voto. Fra gli altri, la contemplano Francia e Belgio, ma in cause di forza più o meno maggiore e con un limite di deleghe che si possono ricevere, di solito non più di una. Secondo me (salvo il limite del numero) è un diritto che dovrebbe essere pensato in modo più largo, perché, rispetto al tipico cittadino disinformato, fa leva sulla sua capacità di decidere con buon senso almeno chi, tra coloro che conosce e di cui si fida (quindi in un ambito di prossimità), abbia abbastanza cultura e attitudine di decidere al posto suo il rappresentante politico di entrambi. Una cosa diversa è lo sviluppo del voto elettronico, attualmente praticato in Estonia: quando sarà sufficientemente sicuro potrà migliorare l’efficienza degli scrutini; da subito può essere impiegato (qualche paese lo prevede) per tutelare chi è in una condizione di impedimento fisico. Ma se si tratta di sgravare l’elettore dal fastidio di attraversare la strada o di rinunciare a una gita al mare è una strada sbagliata. Qui andiamo al punto: un astenuto per menefreghismo è meglio che non voti. Ma dovremmo poi davvero gioire per il fatto che altri cittadini del tutto disinformati siano andati a votare (specie poi se il discrimine tra i primi e i secondi è che i primi sono più poveri, come mostrano i riscontri statistici)?

Molte delle recenti votazioni – in Italia poi tantissime – hanno fatto appello a turarsi il naso, andando a scegliere il meno peggio. Ci sta che a furia di premersi le narici venga la sinusite, o che si desideri prendere una boccata d’aria da qualche altra parte. Le astensioni non sono tutte uguali, esistono quelle consapevoli e di protesta, e tuttavia se eccedono la singola occasione non gettano il seme per alcun progetto politico, evidenziano una concezione individualistica del sociale e contribuiscono a dissolvere la democrazia. Poi c’è una maggioranza apatica degli astenuti, e purtroppo anche degli elettori, che in tutti gli altri giorni non si occupa di politica e non se ne informa, o lo fa in maniera impropria e grossolana. Il vero problema, se quindi si va a fondo, non è neppure l’astensione ma il misero fallimento che, a un bilancio storico, rappresenta ad oggi la partecipazione democratica. Se manca quella, e se non è informata ed effettiva (sviluppata anche a colpi di giornate deliberative dedicate alla politica, di coinvolgimento dei cittadini in alcune corvée comunitarie, e persino di test di verifica in una sorta di crediti formativi), il suffragio universale diventa soltanto una foglia di fico. O una paradossale e grossolana distorsione dell’ideale democratico.

Dalla democrazia di Atene a quella del web, un atto di accusa verso un regime politico che non riesce più a risollevarsi e mantenere le sue promesse. Una revisione radicale dei concetti di libertà, eguaglianza e giustizia, contro ogni ipocrisia, per salvare l’ideale della democrazia mediante una serie di soluzioni rivoluzionarie senza passare per la rivoluzione. Un tentativo di riconciliare i cittadini e gli stati (entrambi oggi assai lacunosi) nel segno di una nuova democrazia partecipativa responsabile.

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Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

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Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

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Di |2022-10-28T16:25:19+01:007 Ottobre 2022|7, Limite di velocità|

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