Recensione del film “Foto di famiglia”

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Tutti sono buoni (sia pure con esiti e attitudini differenti) a fotografare una persona mentre sta facendo qualcosa. Perché invece non fotografarla mentre finge di fare quello che avrebbero voluto fare nella vita? Questa è l’idea originale che uno sfaccendato giovanotto trova per scuotersi dall’apatia esistenziale, che di tanto in tanto solo la passione per la fotografia riesce a scuotere. E la applica sulla sua famiglia, che comprende un padre affettuoso e stravagante, un fratello piuttosto giudizioso e una madre sobria ma con certe uscite non convenzionali. Masashi, che a casa di solito si fa i fatti suoi, non vuole tuttavia finire estromesso dal ciclo “Gli Asada”, nome della famiglia, e vi si include grazie all’autoscatto. Il sogno suo a quel punto diventa di far partire da quella trovata un mestiere di fotografo, trasferendosi a Tokyo dalla spronante, intraprendente e platonica fidanzata e battendo tutte le case editrici nella speranza, a lungo vana, che qualcuna di loro si innamori di quella sua stramba opera.

Lentamente Masashi si crea il suo giro di aspirante clientela, fatto di famiglie che vogliono essere colte nella loro essenza e unicità, e del resto il metodo di Masashi è proprio quello di far precedere lo scatto da ore, giornate di colloqui per conoscere i suoi soggetti. Nel 2011 il terrificante tsunami del Tokohu sommerge la città della prima famiglia che lo aveva ingaggiato. Masashi accorre sul posto per trovarne qualche traccia e si trova coinvolto nell’iniziativa grandiosa e umanitaria di recuperare dalle rovine, pulire ed esporre le foto degli abitanti, in modo che i superstiti possano attaccarsi almeno a un’immagine degli scomparsi, che si tratti di sistemarla sul comodino oppure sulla lapide. E sarà quest’esperienza finalmente a regalargli la maturità.

La storia è vera, sia per quanto riguarda la biografia di Masashi Asada, sia quanto alla raccolta di foto: dal mio punto di vista non è che questo sia per forza un merito rispetto alla fiction assoluta, ma bisogna riconoscere che sono vicende interessanti, ed è bello apprendere che siano accadute. Il film di Ryota Nakano ha vinto diversi premi, per lo più in patria, ed arriva in Italia a tre anni dall’uscita: il suo pregio maggiore è la fluida naturalezza con cui passa dal tema dell’iniziazione artistica di un ragazzo di talento a quello dello tsunami e del dramma vissuto dai parenti degli insepolti. Più di ogni cosa è un omaggio alla fotografia pre-digitale come perno della memoria personale, una riflessione su cosa lega coloro che si collocano dalle due parti opposte della fotocamera, della rarità e della precarietà (e per questo speciale preziosità) delle immagini che non possono susseguirsi a migliaia e che non hanno un cloud dentro il quale ripararsi della onde.

Il primo quarto d’ora, veramente da incubo in termini cinematografici, mette in chiaro che anche noi spettatori dovremo premurarci di tenere la visione immune da certe perturbazioni: il doppiaggio deturpa i personaggi e quando è il fuori campo dell’io narrante sembra provenire da una di quelle trasmissioni educative che negli anni sessanta erano impegnate ad alfabetizzare gli italiani, e di questo non si può dare certo la colpa all’originale. Ma l’imbarazzante serie di musichette che accompagnano le gag della famiglia Asada predispongono a uno stadio emotivo inappropriato, e paiono scritte per una scadente serie pomeridiana rivolta agli adolescenti. Abbastanza presto ce ne verrà fatta emenda ma la colonna sonora rimarrà sempre una palla al piede, sia che manchi sia che ci venga propinata. La regia presenta qualche (qualche) eco del classicismo giapponese alla Ozu e però la sceneggiatura nei momenti cruciali (altro che i sobri dialoghi di Ozu) tira verso la prolissità didascalica del giapponesismo da bancarella in stile Finchè il caffè è caldo, e parzialmente prende la mano pure al montaggio. Il risultato è che di fotografia, lutto e famiglia si parla in modo tutt’altro che stupido e si mostra grande sensibilità, ma sempre con parole e inquadrature di troppo che finiscono per smorzare l’effetto. Di una simile impostazione risente la prova degli attori, benché a cominciare da Ryuto Iwata, che interpreta Masashi, a nessuno di loro possa singolarmente rimproverarsi qualcosa. Per fortuna, secondo il principio olistico delle proprietà emergenti, l’insieme recitativo risulta essere più che la somma delle sue parti. Ciò che vale, in effetti, per il film tutto.

Foto di famiglia

Ryota Nakano

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Volevo fare un piccolo regalo ai lettori del wrog, in questa Pasqua tanto strana. Così ho pensato di raccogliere in un eBook tutte le recensioni cinematografiche scritte in oltre tre anni.

 

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2023-10-27T15:58:50+01:0027 Ottobre 2023|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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