Recensione del film “C’è ancora domani”

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Paola-Cortellesi

Paola Cortellesi è una di quelle persone che, grazie all’amabilità, riesce a farsi perdonare la propria bravura (per tanti personaggi fonte non solo di ammirazione, ma pure di invidia e antagonismo) e che pare a me senza sovrastruttura, cioè- salvo le ovvie esigenze della recitazione- non ha una faccia privata diversa da quella pubblica. Presumo non abbia nemici, e chi non ha visto il film potrebbe pensare che l’accoglienza entusiastica che sta ricevendo il suo esordio alla regia C’è ancora domani possa, almeno in parte, essere attribuito all’indulgenza che merita la sua profonda gentilezza. Niente di più sbagliato. Dico di più: la prima informazione da far passare è che il suo è un signor film, prima di tutto in stretta chiave cinematografica. Non è comune, non a questi livelli, per una che ha già alle spalle 25 anni di carriera spesi in un ruolo diverso: e non intendo solo la sceneggiatura ( scritta insieme a Furio Andreotti e Giulio Calenda), la scelta della musica e un generico gusto per la grammatica visiva-tutte cose che nell’ambiente puoi avere masticato e metabolizzato in mezzo  agli altri- ma proprio il felicissimo uso della camera, ad esempio in certe decisiva inquadrature oblique o dall’alto o dal basso, oltre al fatto che la scelta del bianco e nero in stile neorealista non si regge a lunga senza una mano fatata.

C’è un’altra cosa che voglio mettere subito in capo alla recensione, senza ombra di spoiler, ed è il finale, di straordinaria intelligenza e imprevedibilità (sfido chiunque a immaginare dove vira il film nella conclusione), e non credo sia il finale con cui un autore, dopo lungo meditare, termina la storia in corso, preferendolo ad altri che aveva ipotizzato e poi scartato. Penso che Paola Cortellesi lo abbia pensato prima di ogni cosa, e abbia costruito la sua storia per arrivare a quel finale che a lei premeva enunciare, e che messo in quel modo viene trasfigurato da discorsivo in poetico (non credo di violare la promessa di non spoilerare se aggiungo che rievoca, in un canone diverso, la vecchia massima femminista che il personale è politico).

La trama penso sia nota ormai anche ai giapponesi che attendono ancora la fine della guerra nella giungla. Ci troviamo nella Roma dell’immediato dopoguerra, ancora presidiata da benevoli soldati americani, in fermento per le imminenti elezioni amministrative e il referendum per scegliere tra repubblica e monarchia, che battezzeranno il primo esercizio di voto delle donne (e su ciò, se si tenesse un referendum solo tra maschi, delle classi popolari, l’estensione del suffragio sarebbe bocciata). Delia è una brava massaia, che suo marito Ivano (Valerio Mastandrea, cui secondo me un tipo truce quanto Ivano non calza così tanto) ingiuria anche come massaia e mena di brutto: con lui accudisce i tre figli, due mocciosi burinazzi e una signorina in età da marito, e quello schietto e sgradevole usuraio fascista del suocero allettato. E poi corre a destra e sinistra per rimediare qualche soldo tra iniezioni e rammendi.

Il tema, la violenza sulle donne, è quello del momento, ma la regista non ha nessuna intenzione di vivere da parassita dietro il merito dell’impegno, né di oscurare il ritratto d’epoca. E così evita di mettere in scena la violenza con il soprendente artificio di convertirla in passi di danza; e non ci lascia intendere che tutto per forza funziona così, ad esempio la sua spronante ed emancipata amica Marisa (la bravissima Emanuela Fanelli) è il vero capo del suo banco di frutta al mercato ed è tutto un gioioso ciu-ciu col marito (con il cruccio però dei mancati figli). Delia incassa (botte), incassa (denaro poco), incassa anche le scenate della figlia Marcella che la accusa di non avere dignità per come si rassegna alle botte del capofamiglia. Poi si approssima una lieta novella che per un po’ ricongiunge i cuori (per un po’, non per tanto, meno di quanto dura il pranzo celebrativo), Marcella si fidanza con il rampollo di una gretta famiglia di paese arricchitasi con una pasticceria, suscitando l’invidia sociale e anche quella di Ivano che però, di fronte alla prospettiva di un’unione interessata, è propenso ad abbozzare. Che gioia, portate la figlia all’altare! La tua esistenza non è stata vana, Delia! Sì, ne sei fiera, però, pero…accetteresti che Marcella facesse la tua stessa fine se ti rendessi conto che quell’amabile, sorridente giovincello abbia le dita che prudono e il maschilismo patriarcale che si affaccia sotto le unghie? E se pure non lo accettassi, come diavolo potresti mai impedirla l’unione? Intanto, qualcosa intorno a lei si muove: ii fidanzato di gioventù, meccanico in disgrazia economica pronto a emigrare, che con garbo la pressa affinché lo segua. E un giorno Marisa riceve una lettera…

Paola Cortellesi non poteva sfruttare meglio il suo background di comica: come ho detto, la distanzia dalla retorica, e quindi lei non ostenta ma disegna nei dettagli minuti le solidarietà femminili; e non ha paura di condurre le parti potenzialmente più aspre sino al grottesco: Ivano è così, non è esagerato, è grottesco, e il suo realismo lo leggi attraverso quel filtro. Allo stesso modo, Cortellesi risolve una situazione che si delinea all’inizio del film. Raccoglie e consegna a un marine di colore la foto di famiglia che quello si era perso per strada. L’uomo le è riconoscente, devoto ormai, quando la vede passare si accorge dei lividi, che succede? Come può aiutarla? E lei lo scansa per evitare guai peggiori. Immaginiamo che a un certo punto il debito sarà saldato, ma temiamo che avvenga con una banalità narrativa. Invece, il film di nuovo attingendo all’eccesso, non ci delude neppure stavolta.

C’è ancora domani

Paola Cortellesi

Votazione finale

I giudizi

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Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

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Si salvi chi può

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Cercate di trarre di buono tutto quel che potete da queste giornate pasquali, e auguri.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2023-11-24T17:55:02+01:0024 Novembre 2023|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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