Critica non pregiudiziale della piattaforma Rousseau

>Critica non pregiudiziale della piattaforma Rousseau

Mettiamo che nella votazione pro o contro il governo Conte bis abbia votato 70.000 volte Casaleggio. E che abbia votato in modo divergente (e soprattutto in prevalenza a favore del governo) solo per non farsi scoprire. Questo significa che la piattaforma funziona male, come funzionano male i seggi elettorali nello Zimbabwe. Non che siano un errore di principio, né la piattaforma Rousseau né le elezioni nello Zimbabwe. Ma mentre per le seconde il problema è pubblico, e mette in pericolo l’espressione democratica del voto, per le prime si tratta solo di un malfunzionamento all’interno di un partito riguardo a una questione che nessun partito ha l’obbligo di sottoporre al voto.

 

Sulla democrazia interna dei Cinque Stelle ci sarebbe molto da dire, a cominciare dalla fondazione e dal ruolo di Grillo (che però stavolta è piaciuto a chi di solito ne ha sottolineato l’incongruità) e di Casaleggio. E qualcosa di non consenziente c’è da dire anche sulla piattaforma Rousseau: ma tendenzialmente nulla di quello che tanti autorevoli commentatori hanno autorevolmente – ma anche surrealmente – sostenuto in questi giorni.

La critica più incredibile è che il voto sulla piattaforma violi la Costituzione e interferisca con il buon andamento delle istituzioni.

Immaginiamo che dopo il colloquio con Mattarella, Zingaretti avesse detto: penso che non sia male questa idea del governo Conte, ma devo prima sentire che ne dice Pasquale. E chi è questo Pasquale? Pasquale è il mio barbiere, e ormai pure quello di Renzi, Gentiloni e Orlando (nota bene: a Torino c’era davvero un barbiere, Mimmo Polzella, purtroppo da poco prematuramente scomparso, che tagliava i capelli a tutto il PD). Pasquale ci consiglia sempre per il meglio, che si tratti di dove andare alle terme o delle alleanze politiche. Certo Mattarella si sarebbe irritato: avrebbe pensato, ma guarda a chi mi hanno mandato, questo c’ha bisogno di sentire come la vede Pasquale! Ma avremmo potuto dire che Pasquale mette in pericolo le prerogative costituzionali?

D’accordo, Zingaretti poteva consultarsi con Pasquale prima di andare da Mattarella, o di dire a Conte che ci stava. È una questione di etichetta, anzi di educazione, e lo stesso con la piattaforma Rousseau. Ma la sostanza è la stessa. L’immagine di Matterella e Conte che stanno lì, sospesi nel nulla, ad attendere la delibera di Rousseau è metaforica. Ne avranno approfittato per fare due telefonate, qualche commissione. Casaleggio ci si è crogiolato perché sembrava che l’ultima parola spettasse alla piattaforma Rousseau. Ma ha sbagliato Zingaretti a non raccogliere la sfida e dire che, una volta finita la consultazione su Rousseau, lui comunque doveva chiedere a Pasquale, un po’ perché quello stava ancora in vacanza e non si riusciva a rintracciarlo prima e un po’ perché quello se non tiene lui l’ultima parola si offende.

Insomma, se togliamo l’apparecchiatura e il teatrino si trattava solo della modalità decisionale di un partito. Che comunque, sulla carta, sempre più dignitosa era che se decideva da solo Pasquale, o Casaleggio, oppure Berlusconi (come accadeva in Forza Italia). E a dire il vero, con un suo astratto fascino.

 

L’altra eccezione sollevata verso Rousseau era sulla rappresentatività: solo l’1 per cento degli elettori dei Cinque Stelle stanno decidendo! Il consulto però non era con tutti gli elettori, ma con quelli che teoricamente sono meno volatili e più partecipativi, perché sono iscritti a una piattaforma apposita. Mi viene da dire, semmai, che se il 40% degli iscritti alla piattaforma manco in una decisione di questo tipo è voluto intervenire, forse Rousseau è un po’ come Facebook, che a volte la gente ci lascia il profilo ma non lo apre da tre anni. Però non è male che 70.000 persone, invece che sette o settanta, siano coinvolte in un processo decisionale. Non è il record del mondo come dice Casaleggio, e non solo perché nessuno aveva ancora deciso che ci fosse una competizione con un primato da battere. È che in Estonia o nel referendum di Podemos erano di più, e se tu già hai difficoltà ad attribuire credito alla tua piattaforma non è tanto furbo che racconti palle sul record del mondo. Però questo è un problema di Casaleggio, e dei Cinque Stelle. Se nello statuto scrivevano che per certe decisioni si tirava a dadi, era un problema peggio. Uguale la questione che la piattaforma è gestita da una società privata. E chi la deve gestire, la Corte dei Conti? E se la gestiscono in casa non è carente lo stesso sul piano dell’indipendenza?

Per essere chiari, uno statuto di partito dovrebbe assicurare la democrazia interna (dovrebbe, ma stanno tutti messi uno peggio dell’altro) e il controllo sull’esercizio della democrazia. Questo però è fondamentale per quanto deve per forza essere regolato democraticamente, come l’elezione degli organi direttivi (e infatti per questo la piattaforma Rousseau non è affatto buona). Quando la parola agli iscritti è un di più – e certamente la consultazione su un’alleanza elettorale lo è – le regole sono liberamente flessibili. E la correttezza del loro funzionamento è rimessa al giudizio degli iscritti che, se non ne sono soddisfatti si attivano per cambiarla, abbandonano il partito, lo denigrano ecc.

 

La piattaforma Rousseau, se la si scorre, è un giocattolino molto grazioso che consente diverse cose, persino attivare proposte di legge dal basso. Ma è appunto un giocattolino, perché di proposte di legge provenienti da Rousseau neppure una è arrivata in Parlamento dopo le elezioni del 2018. Per ora è utilizzata come strumento di propaganda interna. Sarà un caso, ma certo suona sospetto che il risultato sia sempre semi-plebiscitario, e si attesti regolarmente con feroce esattezza intorno a quell’ottanta per cento che fotografa l’incontro fra la compattezza e quella quota di dissenso irrilevante politicamente ma certificatrice della democrazia interna. Per il momento ha diverse falle anche di sicurezza, ma non è detto che non possa migliorare. La domanda a questo punto è: ma se fosse usata correttamente, però secondo la medesima filosofia operativa che oggi la ispira, coinciderebbe con un elevamento della democrazia?

Per quanto ci si sforzi di provare il contrario, votare su Rousseau è davvero molto facile. Lo puoi fare mentre metti su la macchinetta del caffè e cerchi un programma in streaming, in perfetto multitasking. Lo puoi fare senza avere preso nessuna informazione, e magari senza averle neppure ricevuta (come sarebbe stato se non fosse in questo caso aggiunto all’ultimo momento l’accordo in 26 punti). Lo fai sulla scorta di un quesito che ti viene formulato in modo da orientare la tua risposta (con ottime chance di successo se sei in multitasking). Non devi neppure prenderti il disturbo di cercare una scheda e attraversare la strada. Questa è la concezione di Rousseau, dalla quale discende il corollario che fare politica attiva come rappresentante è appena più difficile. È questo è il suo difetto filosofico: un sostanziale e denignante odio per la democrazia, ove la si intenda come l’esercizio – difficile, Dio quanto difficile – critico della ragione.

Di | 6 Settembre 2019|8, Il futuro della democrazia|

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