Tecnologie digitali. Quando la soluzione viene prima del problema

>Tecnologie digitali. Quando la soluzione viene prima del problema

Soluzionismo e soluzionite

 

Le tecnologie, ovviamente e da sempre, servono all’uomo per risolvere problemi. Sino all’avvento della tecnologia digitale non si era pensato,

tuttavia, che ogni problema potesse essere risolto con una tecnologia. Ad esempio, per trovare la fidanzata o realizzare la democrazia bisognava cavarsela con altre risorse. Le tecnologie digitali, invece, fanno di ogni cosa un problema da risolvere tecnicamente. È questa l’utopia malata che Evgeny Morozov ha chiamato soluzionismo.

 

Sotto il profilo politico il soluzionismo è molto insidioso, svilisce le idee e si traduce in una dittatura dell’algoritmo. C’è però una forma di soluzionismo ancora più nociva sul piano sociale. Siccome non possiamo chiamarla soluzionismo pure lei, dobbiamo trovare un termine diverso: opterei per soluzionite. Ite è il suffisso perfetto per segnalare che è in corso un processo infiammatorio, tipo la polmonite. Per estensione parodistica viene impiegato quando non si riesce a fare a meno di qualcuno o qualcosa: la mammite, la poltronite… Esprime insomma un eccesso, una sovrabbondanza ridondante e/o deviante. La soluzionite è quando ci sono in giro troppe soluzioni. Molte più di quanti siano i problemi. Situazione che, però da un certo punto in poi e come spiegherò tra poco, aumenta i problemi in modo esponenziale.

 

Pero come la vedo io, la tecnologia digitale – che pure ha risolto e risolve un’infinità di problemi seri – propone spesso soluzioni per problemi che ignoravamo di avere: cioè, non è che li avevamo ma non ce ne eravamo accorti. È proprio che non sarebbero diventati problemi se non avessimo pensato – visto che una soluzione a portata di mano ce l’avevamo – che era un peccato non usarla. Piuttosto che sprecarla abbiamo creato i problemi che lei avrebbe risolto.

 

Quanti lavori che necessitavano di ore per l’esecuzione possono adesso essere svolti in pochi minuti? Ovviamente questo ci ha facilitato la vita come individui, ha elevato la produttività e favorito la clientela. Non è neanche il singolo artefatto tecnologico che produce l’accelerazione ma l’intero sistema, dall’assemblaggio dei materiali alla consegna che la rende possibile. Il fatto è che in una gran parte di casi alla clientela non cambia assolutamente ricevere il servizio o il prodotto in sei giorni invece che in uno. La clientela lo desidera più velocemente non perché ha bisogno di averlo prima ma perché è possibile averlo prima.

 

È questa una costante della tecnologia digitale: noi non facciamo qualcosa perché serve ma perché si può fare, come il bambino che scopre di poter sbattere le mani per terra e produrre un rumore, per la pura sperimentazione di risorse che in quello stadio non sono finalistiche.

Dal canto suo, il produttore – e soprattutto il salariato del produttore – viene sollecitato a elevare il ritmo e la quantità dei lavori. In teoria questo genera più ricchezza. In pratica abbassa il valore del singolo servizio e prodotto, lo condanna a una rapida obsolescenza, innesca un meccanismo di inutile e dannosa accumulazione che più facilmente prende una china contraria alla sostenibilità, genera un perpetuo stato di stress per chi ha “risolto” il problema di aumentare la velocità di un compito, e deve assolutamente utilizzare il tempo risparmiato per produrre altro. Un problema che per una discreta fetta di mercato, in realtà, non esisteva prima che fosse disponibile la sua soluzione.

In alcuni casi un problema esiste, ma quando la tecnologia ce ne offre la soluzione ne cambia la natura, cioè allarga la categoria che ricomprende quel problema. Prendiamo il problema di come riempire un’attesa. Lo smartphone ci offre una molteplicità di soluzioni, app ludiche, portarsi avanti con quel che si voleva fare nella giornata, cercare un’informazione. Rapidamente però abbiamo preso a considerare come attese quei tempi che non erano tali. Se ci trova nella sala d’attesa di un medico tutto sommato è più ragionevole scrivere un messaggio a un amico che sfogliare una rivista di moda risalente a un paio d’anni prima. Ma essere seduti a tavola con i parenti, ad esempio, era un momento importante di relazione non un’attesa, anche se si stava attendendo che fosse cotta la carne. Non c’era bisogno di compulsare il telefono. Si pensa che a volte si ricorra al telefono per vincere la noia, e quando si tratta di bambini o adolescenti i pedagoghi ammoniscono: attenzione, è necessario annoiarsi di tanto in tanto! Fa bene alla creatività! Ma non è mica lì la questione. È che nel settanta per cento dei casi non si stavano affatto annoiando. È che a un certo punto avendo a disposizione un accessorio che poteva risolvere il problema della noia hanno preso ad annoiarsi se non avevano in mano quello strumento.

(So bene che lo smartphone non ha la specifica funzione di risolvere il problema di annoiarsi, ma ovviamente le innovazioni tecnologiche sono innanzi tutto innovazioni culturali. È l’uso e non la grammatica che costituisce la lingua, è l’uso e non il libretto d’istruzioni che costituisce la tecnologia).

 

(Per tacere poi in questa sede di quelle tecnologie che effettivamente risolvono un problema a pochi creandolo immediatamente per molti. È il caso di tutte le procedure automatiche che per risparmiare forza lavoro esternalizzano sull’utenza il compito di renderle attive).

 

Si potrà eccepire che – secondo la formula appena indicata sull’uso – ogni tecnologia, non solo quella digitale, abbia debordato sino a margini di relativa inutilità. Anche l’elettricità, in fondo, ha offerto non di rado soluzioni a problemi che non esistevano. Ci sono però due differenze di fondo: la prima è che le tecnologie digitali, con la loro portabilità, forzano più agevolmente il vincolo spaziale (non debbo essere in un posto invece che in un altro per usarle). La seconda, ancora, più importante, è la gratuità. Molte di queste soluzioni risolvono il problema, apparentemente, senza costo, il che diventa una ragione di più per usarle a ogni costo (e infatti dei costi sostanziosi ci sono, anche se occulti).

 

Possiamo così ridefinire la soluzionite come il fenomeno per cui, grazie alla tecnologia, vengono offerte costantemente soluzioni a falsi problemi contribuendo a: 1) farli diventare veri problemi; 2) distogliere l’attenzione dai veri problemi e dalle loro soluzioni possibili; 3) generare l’impulso regressivo a utilizzare irriflessivamente strumenti per il semplice fatto che esistono.

Mica un problema da poco, no?

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Di | 22 Marzo 2019|12, Web philosophy|

Un commento

  1. Lucio Degani 23/08/2019 at 00:48 - Reply

    Mi ha fatto pensare ad un sacco di cose a proposito delle quali mi arrabbio da tempo. Io sono geologo ma di mestiere faccio il falegname. Ho imparato ad rivalutare l’uso di diversi utensili come scalpelli, pialle, seghe a mano. Non li usa più nessuno ed in pochissimi sanno usarli: la mentalità comune è usare un attrezzo elettrico. Sono al paradosso di portarsi dietro, per es. in cantiere, pesanti attrezzature per fare 4 taglietti su qualche legnetto. Costruirsi complicate guide per fare uno “scasso” con la fresatrice elettrica, quando lo stesso lavoro si può fare con uno scalpello da 20 euro ben affilato. E via dicendo, lo stesso per altre attività artigianali come potare le piante, tagliare l’erba, spaccare la legna: il primo pensiero che comunemente entra nella testa dell’uomo è:”che macchinario devo comprare”? Ci stiamo (stanno io mi ribello) rimbecillendo, come se senza macchinari non si potesse fare più nulla.
    Poco prima di morire mio padre mi disse “mi sono rotto le scatole di dover continuamente imparare ad usare aggeggi tecnologici nuovi”.
    Perché oltre tutto, ogni nuovo macchinario genera appunto problemi prima inesistenti: imparare ad usarlo, trovare il rivenditore dei ricambi, rifornirsi delle parti di consumo e non ultimo generare una giustificazione economica per il suo acquisto.
    Una rottura.
    Son diventato appassionato di scalpelli.
    Che non servono a granché dico io.

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

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