Degas, sempre meno impressionista

>Degas, sempre meno impressionista

Ufficio visti

Se ancora vent’anni fa avessero chiesto a visitatori di mostre di compilare un questionario contenente la domanda: “Quanto è impressionista Degas da 1 a 10?”, tutti avrebbero con diligente entusiasmo vergato “10!”. Erano i tempi in cui i musei avevano scoperto che bastava infilare l’etichetta impressionismo per sbancare, e non avevano alcun interesse a sottilizzare gli scostamenti dal canone.

Da qualche anno, esauritosi parzialmente il filone, è cominciata un’operazione filologica più interessante e disomogeneizzante, della quale più di tutti beneficia proprio Edgar Degas: che è un impressionista all’ingrosso, nel senso che ne fu parente stretto e respirò l’aria del tempo, ma era più legato ai maestri della tradizione, più precocemente interessato all’esplorazione multipla dei materiali, più propenso alla specializzazione che alla dispersione nella scelta dei soggetti. E con un atteggiamento diverso rispetto alla luce, che rappresentò per lui una qualità strumentale (e non il diretto oggetto dell’indagine) per studiare il movimento dei corpi. D’altronde la vita urbana che gli premeva osservare non era en plen air ma nel chiuso delle palestre da ballo o delle sale da concerto, dove il realismo retinico tipicamente impressionista cede il passo alla deformazione evaporante che il colore scheggia sui volti e sui corpi.

 

La mostra a Parigi dedicata al rapporto fra Degas e il teatro dell’Opera è il passo più radicale in questa direzione, ed è certamente una delle più belle mai dedicate al grande artista parigino. In un certo senso ricontestualizza l’interesse per le ballerine dentro il profondo amore per la musica che in Degas vibrava sin da ragazzo, e il suo rapimento per lo scintillio di quell’ambiente, che lo spingeva ad esclamare: “Si veda come si vuol vedere: è falso; questa falsità costituisce l’arte”. Ma per la sua arte dedicata all’illusionismo teatrale Degas cercò di raggiungere risultati psicologicamente realistici in due modi: dipingendo quadri quasi in “soggettiva”, che cioè riproducevano angolazioni e punti diversi dei protagonisti (si veda ad esempio la fantastica tela dedicata agli orchestrali calati nella “fossa”, ovviamente quella teatrale…) e, soprattutto, la ricognizione di quel che accade dietro le quinte: è lì che fiorisce la produzione più nota di Degas, quella che tallona le danzatrici nei loro esercizi di torsione, o negli allineamenti/disallineamenti dal collettivo.

Se in questi studi Degas perseguiva essenzialmente la riproduzione di una meccanica del vivente (il rapporto tra l’anatomia e la destabilizzazione prodottavi dal movimento) come mai quelle opere sono tanto intime e sensuali? In una lettera del 1886 a Henri Rouart, scrisse: “E’ il movimento delle cose e delle persone che distrae e persino consola, se si può essere consolati quando si è così infelici! Se le foglie non si agitassero come sarebbero tristi gli alberi, e noi pure!”. Movimento e sentimento erano inseparabili nel lavoro di Degas. La scelta abituale per favorire l’intimismo fu quella di affidarsi a piccoli formati; ma quanto a strumenti formali l’artista meno spontaneo della storia, come lui stesso si era definito, pellegrinò dall’uno all’altro con produttiva insoddisfazione. Persino del pastello, che tanto efficacemente aveva intensificato l’aspetto della superficie ( e in certi casi quasi abbatteva la distinzione tra la rappresentazione e l’oggetto: si pensi al rapporto stretto che intrattiene con il fard delle danzatrici), lamentò che reggesse troppo brevemente, quanto a effetto realistico, lo sguardo dell’osservatore. In età avanzata sarebbe arrivato al carboncino, e in mezzo vi furono i capolavori – tra i fiori all’occhiello di questa mostra – realizzati con il monotipo: è il disegno con inchiostro nero sopra una lastra di metallo (eseguibile con il pennello ma anche con l’unghia), impresso sulla carta e che crea un unico esemplare – a differenza della xilografia – colmo di densità materica. La ricerca infinita si appuntò anche sulla scultura (che meriterebbe un articolo a parte, proprio poi quella delle ballerine) e sull’invenzione di sorprendenti terreni d’approdo, come i ventagli che costituirono opere a sé, e persino una ardita soluzione per le cornici (ah, dove poteva arrivare quella fissazione per il movimento…). Insomma, quanto era impressionista Degas da 1 a 10? Forse nemmeno 6.

 

 

Degas à l’Opera

Grand Palais- Parigi

Fino al 17 gennaio

Di | 9 Dicembre 2019|9, Ufficio visti|

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