La violenza fiscale delle multinazionali

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Sei un imprenditore medio e consegni circa la metà dei tuoi profitti allo stato. Sei un dipendente dal misero e bloccato salario che ne paga oltre un terzo di tasse. Ora dovresti entusiasmarti perché questi escono dalla riunione del G7 con una decisione storica: le multinazionali pagheranno il quindici per cento di imposte. Le più soddisfatte di questa rivoluzionaria decisione sono, chiaramente, le multinazionali stesse.

Nel 2019 Netflix ha pagato in Italia 6000 euro di imposte, meno di quelle che alleggeriscono le tasche di un pensionato. I tre colossi del delivery- Uber Eat, Glove e Deliveroo, hanno incassato 100 milioni in Italia e dovuto sottrarre nulla più che 300.000 euro di tasse. Nel 2020, con l’economia in ginocchio, i giganti dell’hi tech hanno visto i propri utili gonfiarsi. Facebook li ha accresciuti del 58 per cento. Amazon di oltre il 300 per cento. Ma agli stati vanno le briciole.

Amazon, accusata di non avere versato in Europa imposte su 44 miliardi risponde precisando che, ad esempio, in Italia ha pagato, nel 2019, 234 milioni di contributi fiscali. L’ambigua espressione, tradotta, significa che Amazon ha versato 150 milioni di Iva, quella che le hanno versato i suoi consumatori, e circa 70

di contributi per conto dei dipendenti (cioè ha versato come ogni datore di lavoro le imposte per conto di questi ultimi) Quel che ha versato di suo sono 10 milioni, a fronte di 1 milione e cento di ricavi.

Bezos, al pari di Cook, risponde che paga le tasse secondo legge. Il problema è che si tratta della legge che scelgono loro. Immaginiamo che qualcuno, dopo avere effettuato una rapina in Italia, abbia la possibilità di scegliere la legge che lo giudica, e approfitti quindi della sostanziale immunità penale che gli offrono alcuni paesi per cavarsela con un buffetto invece che col carcere. Non è tanto diverso.

Come è noto, le imprese hi-tech ottimizzano i vantaggi di cui godono le altre multinazionali, cioè la difficoltà di stabilire dove vengono prodotti gli utili. Il criterio sarebbe quello di tassarli dove si trova la stabile organizzazione d’impresa, ma siccome queste aziende (specie Google e Facebook) non hanno fabbriche né sedi in senso tradizionale- e insomma non sono buone neppure a far girare l’economia distribuendo milioni di stipendi- basta a loro scegliersi una sede più o meno fittizia in un paese disposto, pur di attrarre capitali, a contentarsi di una fiscalità ridicola. Un baluardo nel settore è l’Irlanda, con la sua aliquota del 12,5%, in barba all’armonizzazione che dovrebbe vigere dentro l’unione europea.

Ma non basta: alla scelta della localizzazione fiscale, le multinazionali aggiungono sofisticate architetture societarie che consentono di trasferire gli utili tra le società interne al gruppo e farli maturare appunto nel paese più conveniente. Google- ora Alphabet- ha creato una società totalmente controllata regolata dal diritto irlandese e residente alle Bermuda alla quale ha trasferito i diritti di sfruttamento della tecnologia (eretta a quasi unico fattore produttivo dentro il concetto di intangible) per poi cederli in sub-licenza ad un’altra società e fare in modo che le royalties siano regolate dal diritto tributario olandese, che le lascia quasi esenti (sì, i severi olandesi che volevano centellinare gli aiuti allo scialacquone stato italiano durante le prime crepe procurate dalla pandemia). Dunque, non solo il quindici per cento è una miseria ma sarà difficile accertare una base imponibile reale.

La rivoluzione fiscale avrebbe tre leve teoriche: la tassazione minima (che vale per tutte le multinazionali) e la compensazione per le multinazionali europee. Quest’ultimo meccanismo vuol dire che su una multinazionale tedesca (Allianz, ad esempio) paga le tasse in un paese che la gratifica di un 12,5%  di aliquota dovrà versare un obolo del 2,5% alla Germania per arrivare al 15%. Si era parlato, sulla scia dell’aumento di imposte deciso da Biden, del 21%. Il 15% è chiaramente una vittoria dei paradisi fiscali ostruzionisti. L’altro perno sarà il principio che gli utili superiori al dieci per cento vadano tassati (nella misura del venti per cento) nel paese dove sono effettuate le vendite. Di nuovo, è facile prevedere che un accorto spostamento dei costi e delle simil-commissioni fra le società interne ai gruppi sia in grado di ammortizzare l’emergere dei profitti.

Se parliamo poi delle persone fisiche titolari delle imprese, Bezos e Musk- fra tutti e due un patrimonio di circa 300 miliardi- risiedono in stati che non tassano i redditi da capitale, e quindi non pagano nulla. Bill Gates propone di tassare i robot, ma non sarebbe già male cominciare a prendere qualcosa da lui, che invece è nella stessa condizione di Bezos e Musk. Warren Buffet pronuncia solenni filippiche sulla necessità che gente come lui debba pagare più tasse, ma intanto ne versa (si intende, a termini di legge) lo 0.05%.

E’ inutile farsi belli con la sostenibilità o il filantropismo. La condotta fiscale delle multinazionali, ispirata al più assoluto sprezzo della giustizia sociale, è una sottrazione di risorse, un cattivo modello sociale, una violenza simbolicamente feroce, un crimine contro l’umanità.

Non ci sarebbe bisogno di piegarsi ai veti di altri paesi, e ogni nazione potrebbe procedere da sola sanzionando le elusioni fiscali con l’esclusione dai mercati, se la gran parte di queste aziende non avesse nel frattempo acquisito una posizione di monopolista che la rende indispensabile e più forte degli stati.

Se unione fra stati deve essere, però, la lotta deve essere condotta fino in fondo e totalmente nel segno della giustizia sociale: da una parte smantellando i monopoli (sia supportando la creazione di alternative sul mercato sia applicando le leggi antitrust di cui furono primi cantori i grandi economisti liberali), e dall’altra cancellando- quanto meno fiscalmente- la validità dello spezzettamento interno delle multinazionali e del relativo tranfser pricing. Insomma, applicazione di un’unica e sostanziosa aliquota mondiale sugli utili del gruppo e una successiva redistribuzione diffusa di queste entrate. Del resto, anche il principio che conta il luogo in cui si svolge la transazione può essere un criterio di individuazione insufficiente se consideriamo che l’accumulo di valore delle multinazionali, specialmente digitali, consiste nell’estrazione di dati in ogni angolo del globo, anche in quelli più disgraziati.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

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Di |2021-06-10T13:53:39+01:0010 Giugno 2021|3, Limite di velocità|

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