Sette dischi da portare nel 2021

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Da un certo punto del 2020, è apparso evidente, specialmente ma non solo per la musica mainstream, che le uscite erano differite in attesa di tempi migliori, ed è diventato più complicato trovare dischi significativi. Quasi impossibile, ad esempio, per il rock, nel secondo semestre. Quanto al rap, uno degli ultimi fuochi d’artificio (rimasto poi il miglior disco dell’anno nel genere) risale a maggio, ed è l’unica eccezione temporale che faccio dentro questa lista di consigli musicali emersi nell’ultimo terzo di anno: Alfredo di Freddie Gibbs, che è più precisamente un disco suo e di The Alchimist, come producer. Lui è un gansta rapper dai testi crudi ma un tono insolitamente gentile, un flow sciolto e tappezzante, collocabile a metà tra mainstream e underground. Ha diverse particolarità: quasi solo sampled invece che loop con una certa predilezione per il suono fine anni ’70 e la chitarra acustica che qualche volta viene preferita alla tastiera (un’eresia), bassi fievoli (altra eresia!), un’atmosfera quasi cameristica, insomma una personalità marcata e musicalmente originale. In un brano compare Tyler, il cui “The creator” fu incoronato indiscusso vertice rap del 2019.

Sempre a proposito di gente che non canta arrabbiata come farebbero presuppore le intenzioni, ecco un capolavoro di world music: “Miss Colombia” di Lido Pimienta, donna queer con un figlio, indigena waayu trasferitasi in Canada che descrive in termini dolorosi e addolorati la sua nativa Colombia, corrotta e razzista. Compie un prodigio incredibile: mette insieme il reggaeton, la cumbia, un altro sottogenere che si chiama porro e li trasfigura sotto il pulsare di un delicato pop elettronico e la sua ammaliante vocalità, quest’ultima all’altezza della miglior Bjork. Non ci si lasci ingannare dall’appartenenza di genere (musicale), il risultato finale non c’entra veramente nulla. La fusione dei balli tradizionali innesta un poliritmo senza frenesia (con le sue eccezioni: ad esempio Quiero que me salves) attraversato con profonda espressività ma spesso in punta di piedi. Non c’è una canzone che non sia incantevole, ma se volete fare un test optate per Eso que tu haces. Due curiosità: la registrazione, oltre che in studio, è stata effettuata all’aperto nello storico paese colombiano San Basilio di Palenque; il titolo evoca la gaffe occorsa durante l’elezione di Miss Universo nel 2015, quando per un attimo e per errore venne indicata come vincitrice la concorrente colombiana invece di quella filippina (suscitando beceri commenti nazional-razzisti che hanno propiziato il distacco interiore di Pimienta dal paese natio).

Chi dalla sua terra non ha nessuna intenzione di muoversi sono i maliani Songhoy Blues: però di città si sono dovuti spostare, da Timbuktu a Bamako, per poter suonare al riparo dalla sharia. Con “Optimism” raggiungono i Tinariwen e i Tamikrest sulla sommità del tuareg rock-blues. Undici tracce multilingue, un pizzico di ripetitività melodica, più che una spruzzata di prog occidentale (al flauto potrebbe esserci Ian Anderson)- ma chiusura da canone afro-blues con Kouma– e una bruciante partenza hard-rock ma sul tutto una solare ballabilità africana. Il titolo non è ironico, la loro resistenza musical-politica hanno scelta di praticarla in quella chiave (di spirito).

Antichi suoni africani e lontani suoni spaziali riportano in auge, dopo 27 anni senza registrazioni in studio, il jazz dela Sun Ra Arkestra, ed è una festa per le orecchie. Morto il fondatore largo ai giovani: è il 96enne sassofonista Marshall Allen a menare le danze nella raffinata baldoria di Swirling. Molto più swing che free. Non si può immaginare che continuino a fare ricerca, ma erano così avanti prima che adesso viaggiano comunque al passo con i tempi, molto più del loro misticismo spirituale.

Ma non si può parlare solo di nomi noti. Ecco dunque Charlie Ballantine, chitarrista jazz di Indianapolis che proclama il suo amore per lo scrittore Kurt Vonnegut dedicandogli l’omonimo disco “Vonnegut”, confessando che trae ispirazione da quel temperamento che sente affine e mettendo dunque in musica i visionari Kilgour o Eloise Metzer. A essere franchi con Vonnegut non c’entra niente, e però come rimanere indifferenti a un sano tocco snob? Ballantine merita più riflettori, ricorda Bill Frisell nelle versioni meno barocche e lo splendido sassofonista Rob Dixon lo asseconda assumendo il ruolo di John Zorn da giovane.

Lui non c’entra con Vonnegut, ma la miscellanea suonata dal virtuoso e ispirato tastierista russo Anthony Romaniuk ha poi qualcosa a che vedere (sentire) con le campane, come pretenderebbe il titolo amalgamante “Bells”? Poco e nulla. Che importa, tuttavia, dinanzi al suo timbro meraviglioso? E’ raro trovare una raccolta così varia e al tempo stesso ben assortita, dentro la quale Romaniuk dimostra di padroneggiare Bach quanto Mompou, Chick Corea quanto Purcell, Rameau quanto Liszt, scivolando dal piano al Fender Rhodes e transitando per il cembalo e il fortepiano. Un fenomeno dell’improvvisazione e un pozzo di cultura interpretativa. Non so se sia la migliore prova pianistica dell’anno ma certo è la più sorprendente (anche molto confortevole all’ascolto, e non è sempre un difetto).

Infine, una nota di merito per la Tactus che non si è limitata a riproporre un compositore non ricordato quanto merita, il bolognese Giovanni Battista Vitali attivo nella seconda parte del Seicento, ma ha addirittura inondato il mercato con le sue sonate, affidate all’Italico Splendore. La sua memoria venne pasticciata già pochi anni dopo la sua morte ricordandolo come violinista invece che signore del violoncello quale fu, fraintendendo la funzione di “violone da brazzo” che esercitava a San Petronio. Portò a conciliazione lo stile francese e quello italiano e fu abilissimo nella scrittura contrappuntistica. Tra le tante scelte regalate dalla Tactus, posso garantire personalmente sulla soavità celestiale delle Sonate op. 5.

Di |2021-02-05T17:56:16+01:0015 Gennaio 2021|9, Limite di velocità|

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