Morire in diretta Facebook

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Ci sono notizie sopra le quali si passeggia distrattamente, trovandole normali. Come quella del 57enne francese Alain Cocq, giunto allo stadio terminale di una lunghissima malattia, il quale, dopo essersi vista negata la sedazione profonda, ha deciso di sospendere la sua alimentazione e ha cominciato a trasmettere in streaming la sua agonia come forma di denuncia sociale. Ma Facebook l’ha interrotta. Se si scorre la pagina del nostro grande quotidiano che riporta la notizia si trova, appena più giù, l’abituale finestra dedicata ai social: “Smettono di fargli le coccole. La reazione del cane è irresistibile!”. E viene almeno voglia di fermarsi a riflettere se la nostra percezione della normalità di quel che passa – e deve passare – per i social non sia alterata dall’assuefazione.

Per ottenere il suo angolino in streaming, a quanto pare, sarebbe bastato a Cocq possedere un cucciolo di cane, e offrire in scena l’irritazione dell’animale perché il gatto gli ha pisciato nella ciotola, perché il campanello di casa è stato pigiato con troppa insistenza, perché il moribondo padrone non è ha la mano abbastanza mobile per fargli le coccole. Padrone moribondo che si rintanerebbe nel cantuccio dell’obiettivo, a morire dolcemente abbastanza per non disturbare l’entertainment. Sì, vale davvero la pena di ragionarci un attimo.

 

È opportuno partire da quel che la situazione di Cocq non è, e dunque scioglierla dal primo legame che affiora, quello con la morte in diretta programmata in televisione, cui fecero ricorso ad esempio la giornalista di Channel 40 Christine Chubbuck e il senatore della Pennysilvania Budd Dwyer, entrambi suicidi con una pistolettata rispettivamente alla testa e in bocca. Esiste anche un film distopico del 1980, La morte in diretta di Bertrand Tavernier, in cui non è il singolo a volersi servire del medium ma il contrario. Lì era il canale televisivo che ingaggiava una malata di cancro per seguirne in diretta gli ultimi giorni di vita, e quando la donna si tirava indietro si intrufolava lo stesso e clandestinamente nel suo dramma privato.

 

Per fini meno torbidi, o almeno non dichiaratamente tali, ci ha provato anche l’arte contemporanea. Gregor Schneider, nel 2008, pubblicò un’inserzione chiedendo la disponibilità di un malato terminale a performare in video la fine della sua esistenza. Venne aspramente criticato perché in questi casi non si sa mai dove finisce la denuncia della società che spettacolarizza gli aspetti più intimi e dove comincia la suggestione a effetto mediatico per far parlare di sé. Un altro videoartista, del quale purtroppo in questo momento mi sfugge il nome, descrisse in una quarantina di video proiettati contemporaneamente gli stadi della malattia che se lo stava prendendo nel suo ultimo anno di vita; ma in modo pudico, lasciandola emergere dal dettaglio quotidiano, più dalla stanchezza che dal disfacimento.

 

In qualche modo ciò che voleva fare Cocq somiglia di più a quest’ultima opera: non stava vendendo a nessuno la sua intimità né alcuno gliela stava carpendo. I social ci rendono media di noi stessi, e nei limiti del lecito ci rendono liberi di scegliere cosa mostrare. Ci orientano, per loro convenienza, verso una sfera piuttosto che un’altra; e spesso manipolano la dignità e il rispetto di se stessi, inducendo con le loro architetture a degradare nella finzione rappresentativa e nello scolorimento interiore gli aspetti più intimi delle persone.

Può dunque sembrare che mandare in streaming la propria morte sia lo stadio estremo di tale direzione perversa. Ogni volta che si cita il modo di morire è d’obbligo rammentare Philippe Aries, la cui Breve storia della morte in Occidente, racconta come la morte sia diventata da cerimonia pubblica e familiare un dato scabroso da nascondere: via i cimiteri dai centri abitati, via la parola dal linguaggio comune (si scompare, non si muore), via i cadaveri dai letti di casa, e progressivamente anche via gli anziani in odore di trapasso, calcificati dalla demenza senile. È una direzione che ha scalfito la pietas, compromesso un approccio sano alla coscienza della finitezza e intaccato alcune reti di solidarietà. Ma può mai il recupero dell’innocenza passare per un video su Facebook? Peraltro, come Davide Sisto spiegava nel suo libro La morte si fa social, proprio Facebook e la tecnologia in generale hanno imboccato un percorso contrario a quello degli ultimi secoli, mettendo in circolo spettri digitali: morti che in qualche modo, attraverso postumi profili dedicati o prolungamenti ologrammatici, continuano una (spesso patologica) forma di interazione con i viventi.

 

Facebook sta affievolendo il tabù della morte, e d’altronde si presta quale eccezionale opportunità per ogni individuo di renderla epica o propagandistica, come presto hanno imparato i criminali seriali o i terroristi. È giusto quindi che il social ponga un argine a forme di rappresentazione ad alto rischio emulativo. Questo può valere anche per i suicidi. In passato è capitato che il social lasciasse in linea lo streaming di un suicida per dare il tempo di intervenire ai parenti o a una squadra di salvataggio. Solo in quel caso, e con quell’obiettivo, e con l’accortezza di rimuoverne le tracce.

 

E però il caso di Alain Cocq non ha proprio niente a che vedere con tutto questo. Come con mirabile concisione ha detto lui stesso: “Non ci saranno immagini spazzatura. Solo si vedrà come mi spengo”. Niente di accostabile a uno spettacolo. Il classico film d’essai che induce a spostarsi con lo zapping per la sua eccessiva lentezza.

E il fatto principale è che, contrariamente a quanto i media hanno lasciato intendere nella titolazione, Cocq non si stava suicidando. Stava camminando su quel confine che le società faticano a definire quando devono qualificare le cure palliative, il suicidio assistito, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia; un intreccio che ogni paese regola in un modo diverso, e che a maggior ragione rende la resistenza individuale simile a quella di Antigone contrapposta alle leggi della città: la richiesta di una sepoltura degna. Il messaggio di Cocq, dunque, alieno da qualsiasi narcisismo, era puramente politico; volto a suscitare scandalo, ma del genere che Facebook non è adatto, né disposto, ad ospitare. Sui social trova spazio ciò che è pruriginoso, esteticamente veloce e rinforza le convinzioni e le tendenze esistenti. Lo shock tollerato coincide con il sussulto del bigottismo. L’irruzione dei mali nascosti e le proposte di cambiamento sociale, attualmente, non sono inclusi nel software.

Di |2020-10-16T13:19:15+01:0011 Settembre 2020|10, Limite di velocità|

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