Il minimalismo? Lo ha inventato Sancho Panza

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“Io ti garantisco che tu hai raccontato il più originale racconto, novella o storia che dir si voglia, che mai sia stato pensato al mondo”. Cosa ha fatto Sancho Panza per meritarsi quest’elogio dal suo padrone Don Chisciotte? Ha anticipato di qualche secolo il minimalismo, e scusate se è poco.

Ma come, il minimalismo in un romanzo tanto esagerato, generoso, ridondante e barocco (anzi, non un romanzo ma il romanzo tanto esagerato, generoso ecc.)?

Partiamo dalla prova dei fatti, e vediamo quale sia questo racconto che accende l’entusiasmo di Don Chisciotte. Durante uno dei loro transiti, Sancho cerca di scacciare la paura che gli suscita un misterioso rumore alla cui sorgente si stanno approssimando, decidendo di raccontare una storia che preannuncia come la più bella che conosca. Dopo un omaggio alla tradizione narrativa orale (una sorta di prologo sull’incipit “c’era una volta”) comincia a descrivere la storia di un capraio dell’Estremadura che si chiamava Lope Ruiz. “Lope Ruiz era innamorato di una pastora che si chiamava Torralva, e questa pastora che si chiamava Torralva era figliuola di un ricco allevatore di bestiame, e questo allevatore di bestiame…”.

“Se tu racconti la novella a questo modo” lo interrompe Don Chisciotte “ripetendo due volte tutte le parole che dici non la finirai in due giorni”.

Ma Sancho insiste che le novelle al suo paese si raccontano tutte in quella maniera e rimbrotta il padrone, “non è giusto che lei ne pretenda degli usi nuovi”. E prosegue allo stesso modo. Prosegue, ma certo il racconto un po’ ristagna. Comunque, va a capire perché (non lo sa nemmeno il narratore) a un certo punto il pastore prende in odio la fanciulla, che invece comincia a propendere sentimentalmente per lui. E così lei lo seguiva da lontano “a piedi e scalza, con un bordone in mano e una borsetta al collo, dove stando almeno a quel che si dice, ci aveva un pezzetto di specchio, mezzo pettine e una scatola di rossetto per le gote”.  Arrivano al guado di un fiume, e il pastore sta lì a lambiccarsi il cervello su come raggiungere l’altra sponda, finché avvista un pescatore con una barchetta, nella quale però c’è posto solo per lui e una capra, e di capre sul groppone ne ha ben trecento. Si accorda col pescatore per un po’ di avanti e ‘ndrè. Stia bene attento a tenere il conto delle capre, dice – non il pescatore al pastore – ma Sancho a Don Chisciotte, “perché se ne lascia scappare una, addio racconto!”. E così, diligentemente, Sancho narra: “Tuttavia tornò a prendere una capra, e poi un’altra, e poi un’altra…”. “Eh Dio, fa conto che siano passate tutte – disse Don Chisciotte – e non andare a venire in questo modo altrimenti ci metterai un anno!”. E a quel punto il suo scudiero lamenta che per via dell’interruzione gli sia scappato di mente tutto quel che rimaneva da dire, “e le garantisco che era molto importante, e molto divertente”. Qui il padrone pronuncia l’elogio del racconto che abbiamo visto all’inizio, e dopo l’assicurazione che si trattasse del più originale della storia, aggiunge: “e quel modo di raccontarlo, e poi di lasciarlo a mezzo, era cosa che non si era mai vista, né mai si potrà veder più”. E soltanto su un simile pronostico il cavaliere della Mancia aveva torto. Di troncamenti improvvisi ne avremmo trovati in Tristam Shandy o in certe opere di E.T. Hoffman: ma si trattava di interruzioni strategiche o di raccordi invisibili. Non della realtà pescata nel pieno della sua banalità, per un attimo sedotta e poi abbandonata.

Tale metodo fu invece proprio del minimalismo artistico, sia in letteratura che nella musica. Il racconto o il brano si spengono per consunzione, indifferenza, distacco casuale, volontaria assenza di sviluppo, che poi fotografa la povertà di sviluppo del reale, che appunto rende accettabile la scelta entropica del narratore/compositore di infilarsi in un anfratto qualsiasi e metterselo alle spalle bruscamente, come l’archiviazione di un fascicolo che sarà però eternamente pendente.

Del minimalismo, in questo brano, non troviamo solo l’interruzione nel mezzo e la mancanza di sviluppo: la ripetizione, che si affaccia nell’attraversamento delle capre, non risponde al medesimo dogma estetico-ideologico che ispira in arte le sequenze seriali di Sol LeWitt o in musica i moduli ritmico-melodici, quasi monocellulari, di Steve Reich? Non scaturisce in una forma di ossessione, che è l’unica forma di passione (triste) che movimenta il piatto tragitto esistenziale degli “eroi” di Raymond Carver? E poi, naturalmente, la povertà espressiva (cui nelle arti pastiche corrispondeva la povertà dei materiali), la ritenzione emotiva e l’indagine superficiale dell’emozione (non un minimo accenno alle dinamiche di inversione dei sentimenti: squadernati dai fatti rozzi, come nel minimalismo), la sostanziale povertà del tema risucchiato nell’ingrato quotidiano, l’assenza del giudizio morale, una misurata e controllata disperazione in luogo dello struggimento nostalgico.

Come ha scritto Eric Auerbach, per molte delle invenzioni stilistiche che i posteri attribuiscono a Cervantes sarebbe scorretto dire che egli le tragga consapevolmente dalla sua fantasia, poiché sono per lo più venute fuori senza che egli se ne avvedesse. Dunque non è poi così sorprendente che l’esplorazione del suo romanzo continui e rimanere tanto fertile di suggestioni. Ma che vi potesse persino essere una traccia (pur tanto sottile) dei principi minimalisti è ancor meno strano se si considera che, mai come prima di Cervantes, la realtà prosaica del quotidiano aveva trovato tanto spazio nella narrativa. E benché egli si focalizzasse, attraverso il personaggio principale, sul disagio che può creare la sua idealizzazione visionaria, è plausibile che la sua sensibilità fosse in grado di intendere che affondarci dentro, nella realtà, può essere non meno destabilizzante (e che trovasse istintivamente i canoni formali appropriati per descriverlo). Perché, secondo la logica degli estremi che si toccano, sbattere contro i mulini a vento per conquistare i favori di una donzella che ignora chi tu sia complica la vita quanto il peso psicologico di trecento pecore da condurre sull’altra riva, (e qualche passo dietro una con il rossetto nella borsa che t’incalza ma proprio non ti interessa).

Di |2021-04-16T14:38:26+01:005 Febbraio 2021|10, Limite di velocità|

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