Finire sotto un trauma

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La vulnerabilità, fra trigger warning e resilienza

 

Quando qualcosa sta prendendo piede in America, di solito bisogna domandarsi non tanto se ma quando funzionerà allo stesso modo in Europa. E nel frattempo, interrogarsi a fondo sulla sua opportunità (o inopportunità) per evitare di farsi trovare impreparati. È questo il caso del trigger warning, da molti liquidato come uno degli approcci più estremi e spigolosi del politicamente corretto. Impostosi nei più prestigiosi campus americani, consiste nell’obbligo di avvertire quando un testo, un’opera d’arte o la sua illustrazione, l’argomento di una lezione presentano contenuti potenzialmente disturbanti. Molti web magazine si sono adattati ad applicare quest’etichetta preventiva per ciò che richiama un fatto traumatico, come una violenza sessuale o coloniale. Curiosamente, in questi stessi anni, la psicologia americana ha diffuso un concetto che ha attecchito nella pubblicistica del self-help e nel marketing aziendale, ovvero la resilienza, che si pone all’esatto opposto, consistendo nella capacità di affrontare le più terribili esperienze negative uscendone, se non indenni, comunque in grado di ripartire solidamente. E quale legame di opposizione c’è fra il trigger warning e la resilienza? vi domanderete. Cosa c’entrano fra loro? La risposta è che entrambi hanno a che fare con la vulnerabilità, e però mentre il primo presuppone pessimisticamente la fragilità, la seconda attribuisce agli individui una forte capacità di reazione. Bella forza, si obietterà. Il trigger warning riguarda le persone che hanno un trauma alle spalle. Ma quest’affermazione, oltre a non essere esatta (come vedremo), deve scontrarsi con un dato messo in evidenza da numerose e autorevoli ricerche, perché molti bambini passati per i traumi mostrano di non mancare affatto di resilienza, compresi certi cui la sorte ha assegnato l’incubo di Auschwitz. Ecco dunque che parlare di trigger warning e resilienza significa ragionare sul modo migliore di temprarsi rispetto agli eventi negativi.

La pedagogia tradizionale, di stampo maschilista, riteneva che per sviluppare una reazione alle avversità fosse necessario sperimentarle prima in modo simulato: questa era la formula dell’esercito, ma fino a prima del ’68 anche della scuola. Quest’impostazione, non del tutto eclissatasi, ha sempre rischiato di diventare una licenza di sadismo. Progressivamente ritoccata, anche nella psicologia dell’infanzia (dove però si fatica ancora a trovare un equilibrio con l’eccesso di protettività), trova la più radicale opposizione nell’idea dello spazio sicuro. Gli studenti delle università americane, pretendono cioè di trovare negli istituti di formazione non solo una didattica proficua ma anche un ambiente concepito per farli sentire a casa e porli al riparo delle offese. È un’idea assurda? Niente affatto finché si tratta di ingentilire una struttura gerarchica e sensibilizzare al reciproco rispetto fra tutti, diciamo finché si tratta di un’iniezione di etica della cura. Il guaio è quando si cade negli estremi. A Yale nel 2015 montò un subbuglio per una ragione apparentemente balorda, e cioè se competesse all’università stabilire quali costumi potessero indossare gli studenti a carnevale. Che autoritarismo, penserete: cosa siamo, al totalitarismo? L’università vuole mettere becco pure in questo! Soltanto che era l’opposto. La richiesta, proclamata con scandalo e furia (e soprattutto con un tono di stizza tipico del cliente di un prestigioso fornitore di servizi), era degli studenti.

Il trigger warning nasce dentro questo contesto dello spazio sicuro, e anche qui i casi di cronaca (per la verità amplificati scorrettamente come se costituissero la regola, cosa che non è) ci hanno resi noti gli avvertimenti apposti alle opere di Omero o Shakespeare, a causa delle scene di violenza o sopraffazione sessuale (che autorizzano chi non se la sente a uscire dall’aula quando vengono lette), ed è anche già accaduto che il passaggio successivo fosse quello di toglierli dal programma. Ci sono diverse evidenze, anche senza attingere alla difesa dell’arte e della letteratura mediante la loro contestualizzazione, che denotano la falla di un simile approccio. Se una donna ha subito uno stupro o è appena rientrata da Gaza il trigger warning fa ridere, nel senso che le serve un sostegno più serio. Se ci atteniamo però a una definizione più generale di trauma, compresi i pronipoti di quello che subirono lo schiavismo, non possiamo correre dietro a tutti, e stiamo dilatando insensatamente il concetto di trauma. È vero, il Manuale Diagnostico sembra non qualificare disturbo post-traumatico da stress solo quello subito direttamente, includendo tra i soggetti che possono essere colpiti dalla patologia anche coloro che hanno percepito il trauma dei familiari o sono stati esposti a ripetute e crude esposizioni dell’evento: ma in realtà sono tutti traumi diretti, tant’è vero che riguardo alle esposizioni crude dell’evento vengono escluse quelle riportate dai media. Ecco dunque che il trauma di cui si fa carico il trigger warning è essenzialmente preventivo. Forse non tutti saranno d’accordo con la celebre massima di La Rochefoucauld, che alcune persone non si sarebbero mai innamorate se non avessero sentito parlare dell’amore; ma di sicuro tanti non si sarebbero mai traumatizzati se non li avessero avvertiti che quel contenuto era traumatico. Uno studio nel 2018 del dipartimento di psicologia di Harvard ha evidenziato livelli di ansia, rispetto a un evento, maggiori negli studenti che avevano ricevuto il trigger warning rispetto a quelli che ne erano stati lasciati ignari. Data l’elevata capacità di inconsapevole simbolizzazione dell’essere umano, direi inoltre che è presuntuosa l’ambizione di compilare una lista di proscrizione specifica; e velleitaria quella di stabilire una relazione tanto pedantemente conseguenziale, per la quale la violenza sessuale viene richiamata solo dalla descrizione di una violenza sessuale. Le vie dell’evocazione interiore sono infinite, e il trigger warning bisognerebbe esibirlo, riguardo all’esistenza tutta, all’infante che ha appena abbandonato il grembo materno.

Si potrebbe aggiungere che quand’anche un docente si premurasse di avvertire che sta per introdurre un argomento che per qualcuno potesse essere tossico, sarà raro che faccia altrettanto il compagno fuori dall’aula. Rimane l’utopia di tappezzare il mondo tutto di avvertimenti (ciò che finirebbe poi per neutralizzarli in blocco, come insegna la parabola di “al lupo, al lupo!”): i magazine femministi americani hanno deciso di adottare questa linea ogni volta che l’argomento fosse “profondamente problematico”. La scrittrice, opinionista e militante Jill Filipovic ha recentemente fatto autocritica su The Atlantic: ha ammesso l’irritazione che gli montava quando i commentatori le richiedevano di alzare l’asticella, lamentando che in un articolo in cui scriveva che un certo provvedimento legislativo “fa vomitare” non avesse preposto l’avvertimento che poteva innescare disturbi alimentari; oppure stigmatizzavano che davanti a certe immagini di cani che per gioco attaccavano gatti non avesse premesso che potevano ricondurre alla violenza domestica. Ma quel che ha ribaltato il suo pensiero sono stati i dati: in pochi anni, l’aumento del 15% di studenti che chiedono aiuto presso un centro di salute mentale presso l’università o la triplicazione del tasso di suicidi fra gli adolescenti. O che il 57% delle studentesse delle scuole superiori confessi sentimenti di tristezza e disperazione a fronte del 36% che erano nel 2011.

Sarebbe ovviamente assurdo darne la colpa al trigger warning o allo spazio sicuro, ma tutt’altro che peregrino concludere che siano quanto meno inadatti (e probabilmente controproducenti) rispetto alla fragilità indotta nei ragazzi dal mutamento nelle interazioni sociali. Torniamo più direttamente alla questione di come rinforzare le resistenze rispetto all’esercito. Lo psicologo Martin Seligman, uno dei guru in tema di resilienza, ha scoperto che alcuni soldati coinvolti in terribili combattimenti bellici hanno mostrato una crescita post-traumatica, cioè dopo un anno da schifo sono diventati psicologicamente più solidi di prima. Si ritorna all’idea che la sofferenza tempri, e che il confronto con le situazioni “profondamente problematiche” sia in grado di rendere più forti quando saranno effettivamente problematiche. Il paragone più immediato e frequente è con l’allenamento. Il direttore del programma di salute mentale dell’Università Cornell, ad esempio, osserva che “le persone non esitano ad andare in palestra e soffrire, accettano dolori muscolari al fine di essere più forti e apparire nel modo in cui vogliono apparire. Il giorno dopo si svegliano e dicono: sono così dolorante! Non è traumatico. Eppure quando lo porti al mondo emotivo diventa improvvisamente molto avverso”.

Messa in questi termini è semplicistica: ci sono persone esposte quotidianamente alla stigmatizzazione sociale o a forme di violenza, e di solito ne finiscono logorate. Tuttavia, se si imparasse a calibrare le avversità mediante la comparazione con altri, il sentimento di nevrosi o frustrazione si ridurrebbe: quando mi capita di ascoltare ragazzi che con una certa facilità si diagnosticano una crisi di panico, mi viene da chiedermi cosa avrebbero dovuto percepire i coetanei che imbracciarono le armi, o i bambini che aiutavano a seppellire i partigiani e che crebbero sotto i bombardamenti (e che in altri luoghi del mondo ci crescono adesso). Con il trigger warning, quella che sarebbe di partenza una forma di sensibilità verso soggetti con un tratto di identità collettiva fragile, finisce per diventare un modo limitato di isolare un tratto della loro personalità (schiacciandola in quella nel loro gruppo, con i potenziali traumi collettivi di quello) e le offre, quale unica alternativa, un percorso di vittimizzazione, che in questi tempi mediatici è una perversa tentazione. Per inciso, dai convincenti studi sperimentali del neuroscienziato Joseph Le Doux si evince che il riparo dall’esposizione non sia un buon metodo per superare un trauma.

Gli albori della teorizzazione sulla resilienza (non così lontani, i tardi anni settanta) attingevano al linguaggio del mito e del dramma (consiglio, come lettura di base il testo in materia di Cristiano Inguglia e Alida Lo Coco), riconducendo quest’attitudine a un’eccezionalità innata oppure al duro lavoro su di sé, e insomma al solito allenamento. Certamente esiste una forte componente individuale, che specie in negativo discende anche da altre forme di malattia: un depresso tendenzialmente non è resiliente. E sull’allenarsi, senza ricorrere di nuovo ad esempi sportivi o militari, si è constatato che la pratica della mindfulness eleva la resilienza, e lo fa attraverso modifiche sinaptiche nel sistema limbico. Ad oggi, tuttavia, la frase più corretta per comprendere la resilienza mi sembra si debba alla ricercatrice Bonnie Benard: la resilienza è una competenza di comunità.

In altre parole, la resilienza è un processo evolutivo-dinamico che nasce dall’interazione reciproca fra le risorse personali dell’individuo e l’attitudine dell’ambiente a socializzarlo positivamente, prima con la cura delle figure di riferimento e poi con l’integrazione nella comunità (che è cosa diversa da quell’approccio iper-protettivo ma pure di fatto segregazionista che è proprio del trigger warning). Non credo che la resilienza passi per l’appiattimento della memoria spiacevole, per l’ignoranza della storia, né per la negazione dei conflitti. Il concetto chiave – agli antipodi di quel che affermavano i primi teorici della resilienza – è la vulnerabilità: e siccome tutti siamo in potenza resilienti, dovremmo ammettere che tutti siamo in potenza vulnerabili, e considerare un elemento di valore e di consapevolezza il fatto di dichiararlo. Il riconoscimento della vulnerabilità, in altre parole, non dovrebbe essere (se ciò non è immediatamente richiesto in termini clinici) un mezzo per sottrarsi al confronto con ciò che disturba bensì il principio dello sforzo di superare un determinato stadio critico e la parallela promessa di sostegno e integrazione da parte della comunità. Ultima avvertenza: la promozione della resilienza sarà tuttavia da considerare una forma di violenza tutte le volte in cui gli eventi negativi rispetto ai quali i soggetti devono diventare resilienti saranno intenzionalmente provocati da coloro che li hanno “allenati” o dalle stesse istituzioni. Anello per anello, come nella maggior parte di questi discorsi, la questione di fondo rimane sempre la giustizia sociale.

Fra i caratteri distintivi dell’umanità vi è la tendenza a evitare la ripetizione, privilegiando l’innovazione creativa e ciò che è differente. A uno sguardo più attento, però, fenomeni e comportamenti ricorsivi risultano prepotentemente insediati nei fondamenti delle nostre vite, e non solo perché rimaniamo incatenati ai vincoli della natura. Come le stagioni e le strutture organiche nell’evoluzione, si ripetono anche i cicli storici e quelli economici, i miti e i riti, le rime in poesia, i meme su Internet e le calunnie in politica. Su concetti e comportamenti reiterati si basano l’apprendimento e la persuasione, ma anche la coazione a ripetere e altre manifestazioni disfunzionali. Con brillante sagacia, Remo Bassetti affronta un concetto finora trascurato, scandagliandolo nei vari campi del sapere, fra antropologia, letteratura e cinema, per dipingere un affresco curioso di grande ispirazione. Da Kierkegaard almachine learning, dai barattoli di Warhol ai serial killer, dai déjà vu fino alla routine, questo libro offre un’analisi profonda della variegata fenomenologia della ripetizione nel mondo moderno, sia nelle forme minacciose e patologiche sia in quelle che invece assicurano conforto, godimento e, persino, libertà.

Quanto siamo ripetitivi

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

  2. Hai violato un confine

  3. Non ti sei accorto di me come, e quanto, avresti dovuto

Di |2024-06-28T16:30:14+01:0016 Febbraio 2024|10, Limite di velocità|

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