L’amuchina, le mascherine e i prezzi d’occasione. Ma non è dalle emergenze che nasce la speculazione.

>L’amuchina, le mascherine e i prezzi d’occasione. Ma non è dalle emergenze che nasce la speculazione.

Siamo onesti. Quanti prima d’ora possedevano una boccetta d’amuchina nella borsa? Ma nel miracoloso mondo delle merci prima o poi arriva per tutte il momento di gloria. Così è accaduto per questo gel igienizzante e per le mascherine a protezione delle vie respiratorie una volta che si è scatenata l’epidemia (da intendersi per ora come psicosi del contagio). E all’impennarsi del prezzo d’occasione (da intendersi qui come opportunità di speculazione), giunto fino a 200 euro per mascherina, si sono levate voci indignate contro lo sciacallaggio dei venditori.

 

Nel 2004, Charley – uno di quegli uragani che si presentano in America con una veemenza tale che si cerca di rabbonirli affibbiandogli un nomignolo da scuole superiori – si abbatté sul Golfo del Messico, e alcuni generi di necessità cominciarono a scarseggiare. Ad esempio, mancando le fonti di energia per alimentare frigoriferi e condizionatori d’aria, tutti a Orlando erano in cerca di ghiaccio in sacchetti, e scoprirono che il suo costo era schizzato da due a dieci dollari. Gli sfortunati cui era capitato di vedere un paio di alberi schiantarsi sulla loro casa si sentirono sparare una richiesta di 23.000 dollari dalle ditte interpellate per eseguire il lavoro. A una coppia quasi ottantenne con una figlia disabile che cercava riparo dall’imminente uragano il gestore di uno di quei pidocchiosi motel che già era esoso con i suoi 40 dollari per notte presentò un conto di 160 dollari.

 

Il truce episodio apre il libro Giustizia di Michael J. Sandel, il filosofo vivente che in modo più convincente indaga i limiti morali del mercato. In Florida esiste una legge anti-speculazione alla quale si appellarono alcune delle vittime, e nelle prime pagine Sandel riporta il dibattito che ne seguì (in Italia c’è una norma del codice penale, l’articolo 501 bis, che riguarda “manovre speculative” su “materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità”). Molti sostenitori del libero mercato rivendicarono, come da copione, la saggezza della legge di domanda e offerta e ne negarono la ferocia anche in situazioni estreme. Quale incentivo avrebbero ricevuto i fornitori a produrre i beni necessari in quantità maggiore se i prezzi fossero rimasti immutati, o addirittura ribassati in omaggio all’emergenza? I prezzi, dicevano, non sono mai giusti o ingiusti. Si limitano a riflettere il valore che i compratori attribuiscono al bene.

 

Sul versante opposto tre erano gli argomenti principali contro la speculazione: 1) il benessere generale deve tener conto delle sofferenze e dei disagi di coloro che non possono accedere ai beni primari; 2) in condizioni estreme, nelle quali al compratore servono assolutamente certi beni, l’aumento esponenziale del prezzo somiglia più a un’estorsione che a una vendita; 3) una buona società deve scoraggiare l’avidità e affermare il valore di una virtù civile, il sacrificio condiviso in nome del bene comune.

 

Ma quando i beni sono veramente primari? Prendiamo proprio il caso italiano (in cui l’esame, oltre tutto, è rilevante per valutare se sia applicabile la norma penale). Passi per l’amuchina (che peraltro sarebbe norma igienica tenere a portata a prescindere dal coronavirus, e se così accadesse non si sarebbe scatenata la corsa fino a esaurimento delle scorte), ma che dire delle mascherine? Il Ministero della Sanità ha da subito avvertito che servono solo per chi pensa di avere il coronavirus o ha una malattia respiratoria che maggiormente lo espone ai virus, non solo quelli provenienti dalla Cina. Dunque, coloro che se ne sono messi a caccia – aumentando in Italia la richiesta del 10.000% – hanno agito in modo irrazionale. Bisogna tutelare le persone dalla loro stupidità? Forse entro certi limiti, e comunque non quando la domanda sul mercato è frutto della loro iniziativa e non è stata forzata da un atto persuasivo del produttore. Anzi, il produttore alzando il prezzo addirittura disincentiva una parte della domanda e (benché questa non sia certo la sua intenzione) contrasta con il sovrapprezzo fenomeni di accaparramento.

 

Prendiamo al riguardo il caso dei supermercati, che hanno visto nel giro di qualche ora svuotati gli scaffali dei generi più vari. Può darsi che qualche prezzo abbia subito un ritocchino, ma non c’è stata la possibilità di un forte aumento perché gli acquisti erano indiscriminati: qualsiasi prodotto non rappresentava più se stesso bensì il bene da accaparrare per l’eventualità che non si possa più uscire di casa; chi non resiste al vizio di sgranocchiare la patatine davanti alla tv avrà riempito il carrello di patatine. Non c’è dubbio che questo comportamento, oltre a essere stupido allo stato attuale, fosse fortemente antisociale, dato che riduceva la possibilità di rifornirsi del minimo essenziale a chi fosse arrivato dopo. Ecco dunque che l’aumento dei prezzi in funzione dell’aumento della domanda avrebbe tutelato chi arrivava successivamente: probabilmente se il prezzo dell’acqua minerale fosse cambiato da ottanta centesimi a trenta euro i clienti più solerti avrebbero rinunciato a prosciugare le scorte. E i clienti più ritardatari (o semplicemente quelli che erano entrati per la loro spesa quotidiana) avrebbero potuto acquistare i beni che loro servivano, per quanto maggiorati del prezzo. Parrebbe che se un difetto il mercato ha in questi casi non è tanto quello di reagire alla domanda ma di non reagirvi tempestivamente, sulla base dei semplici indizi di un aumento della domanda (tant’è che nella realtà i primi a muoversi comprano le mascherine a prezzi normali e sono quelli che le richiedono dopo che vedono lievitato il costo).

Ovviamente questo non significa che il mercato si corregga secondo un criterio di moralità. Nell’esempio del supermercato l’equilibrio sarà il frutto della parziale compensazione di due comportamenti antisociali, quello dei produttori/distributori e quello degli accaparratori. Ma il ragionamento ci avverte che la speculazione di rado è un fenomeno isolabile dal contesto, come meglio vedremo fra un attimo.

 

Torniamo a confrontarci con i primi due argomenti anti-speculatori. Come la mettiamo con le persone che non hanno risorse per sopportare l’aumento del bene? In verità non si tratta affatto di un problema che si pone solo nelle emergenze collettive. Esistono milioni di persone che non dispongono delle risorse per i beni essenziali, e che ogni giorno si trovano in una condizione di emergenza. In questi casi non si chiede alle aziende di ridurre il prezzo (nemmeno di ridurlo solo per i meno abbienti): è lo stato che se ne accolla il costo, direttamente attraverso sussidi o esenzioni fiscali (si pensi alla prestazione sanitaria). Le aziende potrebbero domandare perché la situazione debba cambiare quando la difficoltà di accedere ai beni non riguarda sempre gli stessi che si confrontano con il problema tutti i giorni ma altri, che di solito non si trovano in questo disagio.

Al gioco della domanda e dell’offerta, che costituisce il nucleo dei mercati, le piattaforme digitali regalano un’accelerazione poiché i loro algoritmi ottimizzano la velocità di adattamento dei prezzi e cercano di condurla alle estreme conseguenze. È per questo che Amazon cerca di allontanare da sé il sospetto che la speculazione sia una sorta di dotazione automatica della piattaforma e si accinge a cancellarne i venditori che hanno abusato dell’aumento di prezzo. Però è piuttosto ridicolo assistere allo spettacolo di Jeff Bezos, che col suo patrimonio equivalente al Pil di mezza Africa e la sua biografia di monopolista che elimina la concorrenza dai mercati cui partecipa, si pone come moralizzatore verso gente che si è concessa qualche ora di speculazione. E a riprova del fatto che la maggiorazione del prezzo, all’interno di una piattaforma, colga sempre come opportunità il disagio degli utenti per un evento negativo, basti pensare ai costi esorbitanti che gli utenti di Uber si sentono richiedere quando in una città rimane l’unico mezzo possibile di locomozione per chi non dispone di un’auto e si trova a far fronte a uno sciopero dei mezzi pubblici e dei tassisti (è accaduto recentemente, e per svariate settimane, a Parigi).

 

Le piattaforme, però, possono vantarsi di avere democraticizzato la speculazione. Infatti, al di fuori di queste strette emergenze, la narrazione paradigmatica del debole consumatore esposto alle angherie del produttore è ampiamente obsoleta. Le occasioni di sconto offerte al consumatore solo in alcuni casi sono la creazione di un evento (ad esempio il Black Friday) per fornire una spinta ai consumi: quasi sempre celano un’aggressione concorrenziale (offerte sotto costo per spingere fuori dal mercato i concorrenti), lo sfruttamento della forza lavoro consentito dalle delocalizzazioni o la mossa disperata di produttori che cercano di smaltire l’invenduto. Grazie alle piattaforme il consumatore ottimizza la sua conoscenza di questi stati di emergenza nel campo della produzione per il proprio tornaconto, e spesso cerca di recuperare il deficit di informazione strettamente attinente al prodotto speculando sopra i venditori negli spazi fisici. I commercianti sanno bene che i quattro quinti di quelli che vengono a esaminare gratuitamente dei prodotti non li acquisteranno, né remunereranno in alcun modo il tempo loro dedicato, ma si precipiteranno su Internet per scovare il prezzo conveniente e farsi recapitare il bene a domicilio. Lo stesso accade al professionista, cui il consumatore medio cerca di estorcere gratuitamente la soluzione di un problema per poi ricercare sul mercato (con l’aiuto del mezzo digitale) il collega che applica quella soluzione a un prezzo più conveniente. Queste forme di speculazioni da parte dei consumatori creano le condizioni per l’insorgenza di stati di crisi aziendale, che ricadranno sui lavoratori, spesso coincidenti con gli stessi imbecilli che l’hanno favorita mentre indossavano la veste di consumatori, ed erano focalizzati solo sull’interesse a breve termine del risparmio speculativo (perché questo è il punto: non esiste solo un guadagno speculativo ma anche un risparmio speculativo). E nel frattempo sia aziende che consumatori diventano subalterni verso i pochi monopolisti del capitalismo digitale.

 

Ecco dunque che l’unico argomento plausibile per respingere le speculazioni diventa quello che a una prima occhiata pareva più naif: una buona società deve scoraggiare l’avidità e affermare il valore di una virtù civile, il sacrificio condiviso in nome del bene comune. Nella società capitalista il primato della virtù ha ceduto il passo al primato assoluto della libertà, specialmente quella economica. Solo che, contrariamente a quel che è stato raccontato lungo secoli di indottrinamento, la libertà di alcune persone rende continuamente meno libere altre persone, e dissolve ogni afflato comunitario. Per poter veramente sostenere dunque che la speculazione è cosa schifosa dovremmo smettere di trovare normale che essa infetti, con la nostra complicità e a volte il nostro immediato vantaggio, ogni angolo del quotidiano, creando stabilmente conflitti, disuguaglianze e meschinità. E accettare norme che ne restringano gli spazi d’azione, anche quando non ci fa immediatamente comodo.

Di | 28 Febbraio 2020|7, Limite di velocità|

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