Negli stessi giorni in cui la Corte Suprema pronunciava il verdetto che rende possibile agli stati americani pro-life di introdurre stringenti limiti all’aborto, una donna statunitense in vacanza a Malta si è trovata a vivere un’esperienza allucinante. Ricoverata a seguito dell’emorragia provocata da un aborto spontaneo, si vedeva rifiutare la richiesta di completarlo, nonostante il pericolo di vita per lei e l’ineluttabile morte del feto: tecnicamente, il battito cardiaco non si era ancora interrotto, e il medico che fosse intervenuto avrebbe rischiato i quattro anni di carcere prescritti dalla legge maltese, che non ammette l’aborto in nessun caso e prevede il carcere anche per la partoriente. C’è una curiosa corrispondenza fra l’orientamento rigidamente antiabortista e la vocazione a fungere da paradiso fiscale in alcune microscopiche nazioni europee: Malta, Andorra, Liechtenstein, Gibilterra, San Marino. Come se, in qualche modo difficile da comprendere con esattezza, le due posizioni affondassero le radici nel medesimo terreno etico di coltura.

L’attenzione pubblica era troppo focalizzata sulla macrorealtà americana per soffermarsi su questo caso. Se ci si ferma a un dato oggettivo- il fatto che sino a venerdì 20 molti paesi in cui il tema dell’aborto si considera stabilizzato, Italia e nazioni scandinave comprese, avevano una legislazione più restrittiva degli Stati Uniti- potrebbe apparire eccessivo il clamore suscitato dalla sentenza. Ma la Corte non si è limitata a entrare nel merito dell’estensione di questo diritto- che per effetto dell’ormai noto precedente giurisprudenziale Roe vs. Wade era stato considerato insindacabile sino a 23 settimane della gravidanza, cioè sino a quando il feto può sopravvivere fuori dall’utero – ma ne ha negato il valore costituzionale e ha quindi lasciato campo libero agli stati per regolarlo a piacimento.

Se parliamo di cattivo funzionamento della democrazia, è certo una grave anomalia che Trump abbia abusato del suo potere di nomina dei giudici costituzionali, scegliendo espressamente quelli che avevano posizioni antiabortiste per ribaltare la maggioranza in capo alla Corte sul tema; e si può anche discutere se la Corte sia davvero libera di discostarsi dai suoi stessi precedenti, in assenza di fatti storicamente nuovi. Ma è completamente fuori bersaglio porre al centro della crisi il carattere non elettivo della Corte. La Corte non ha abolito l’aborto, come con una certa approssimazione titolano i media: l’aborto è in corso di abolizione da parte dei governi statali, ovvero da organi elettivi. In termini democratici, è questo il profilo più impressionante.

Non è tuttavia questo il gioco maggioritario della democrazia? Perché dovremmo considerare intangibile un comportamento che senza forzature interpretative non si può includere nel pensiero dei fondatori americani?

Un simile modo di ragionare, tuttavia, riduce la democrazia a una formula procedurale o a un regime astratto. Invece la democrazia è anche un concetto storico che, nonostante la subalternità sempre più marcata alla ragione economica capitalistica, si è costruito un proprio armamentario ideologico-antropologico che identifica i propri cittadini in maniera singolare. Come ho scritto nel libro Cosa resta della democrazia, “la democrazia ormai non può che essere faziosa: essa, per non snaturarsi è costretta a difendere certi suoi caratteri sostanziali e se non lo facesse potrebbe considerarsi concluso il suo ciclo storico. E difendere vuol dire qualificare come giusti e non negoziabili quei caratteri, sottrarli alle mutevolezze delle maggioranze governative. In fondo è quello che è accaduto con la violenza. Al di là di quella perpetrata nell’ombra, e in sprezzo della legge, tutti diamo per scontato che nessuna maggioranza democratica potrebbe introdurre il libero uso della violenza, senza perdere essa stessa la legittimazione democratica (…) Possiamo dire che non esiste altro di negoziabile nella democrazia? Non lo sono forse la dignità e l’autonomia delle persone e la parità dei generi sessuali?”. Mi spiace che, in quell’occasione, non mi sia venuto in mente come esempio l’autodeterminazione della donna sul proprio corpo, e rimedio adesso. Se dunque la domanda è: si tratta di un diritto irrevocabile? la risposta è: sì. In una democrazia, sì.

E in effetti sono pochi stati quelli che sin qui l’avevano revocato. Quattro in tutto: il più recente e scioccante, la Polonia, che sta ormai uscendo, in modo anche piuttosto autorivendicativo, dal novero delle democrazie. Gli stati in cui è ancora vietato l’aborto non si contraddistinguono per l’evoluzione nella tutela dei diritti civili, per il retroterra democratico, per la cultura politica. Qualche nome alla rinfusa: Repubblica Dominicana, Congo, Laos, Madagascar, Honduras, Iraq, Sierra Leone, Tonga, Suriname. Ora, negli Stati Uniti, qualche stato potrebbe adottare una legislazione ancora più retriva di questi paesi. E a una donna ucraina, che riparasse come rifugiata in Oklahoma o Arkansas, una di quelle femmine di cui anche in America si racconta l’orrore dello stupro da parte dei soldati russi, cosa verrà detto? è una cosa terribile quella che ti hanno fatto! Manderemo delle armi per punirli! Però no, qui non sei nel tuo paese, dove avresti potuto abortire. Qui devi tenertelo, e non hai voce in capitolo al riguardo. Potresti chiamarlo Joe. Aveva dei begli occhi il tuo stupratore? Azzurri? L’ereditarietà è un fattore importante.

Non penso che le sanzioni alla Russia siano sbagliate, e considero l’ipocrisia migliore della strafottenza e dell’idealismo sulla pelle degli altri (cioè, di nuovo, dell’ipocrisia). Però questo esempio di un’ucraina immigrata riporta in primo piano il concetto di sanzioni. Giuste quelle, giuste altre: difficile in questo caso aspettarsele dagli stati, doveroso perorarle dai privati cittadini, nella forma di quel che viene di solito definito boicottaggio. Questo termine, nel campo dell’aborto, è attualmente da applicare all’inverso: milioni di donne, in tutto il mondo, subiscono il boicottaggio della legge sull’aborto per via dell’obiezione di coscienza dei medici, un vero assurdo giuridico che mette concretamente in pericolo il funzionamento degli ospedali. Se l’obiezione di coscienza potrebbe ancora avere un senso per il medico che già esercitava prima della normativa abortista, mi pare incredibile tollerarla per un medico che quando ha assunto le sue funzioni sapeva già che la professione richiede anche questo, e che se non hai voglia ti tocca esercitare un altro mestiere. In questi giorni sono riemerse fuori cifre inverosimili, anche per l’Italia: 31 strutture contano il 100% di obiettori di coscienza e 50 il 90%.

Qui, io parlo del boicottaggio nel senso più corretto, non la violazione di una legge da parte delle persone fisiologicamente chiamate ad attuarla, ma il danno economico da arrecarsi a paesi che hanno abiurato al loro statuto democratico, cancellando un diritto fondamentale. E, per inciso, che considerano probabilmente il divieto di aborto il primo passo per cancellare altri diritti civili (o persino il ricorso alla contraccezione). Fermo restando che dovrebbero perseguirlo tutti coloro che credono nei diritti civili, il boicottaggio, una sua connotazione essenzialmente femminile lo renderebbe mediaticamente ancora più potente, in termini di gruppo più coinvolgente e quindi economicamente più efficace.

Il rimedio della “sanzione collettiva privata nello spazio pubblico” (definizione mia) è molto in auge di questi tempi in seno al Movimento MeToo e nell’ambito della cancel culture, e solleva fondate critiche, anche per il carattere sommario dei “processi”: in questo caso, però, stiamo parlando di una questione molto lineare e priva di incertezze. Allo stesso modo, non è in gioco (e non deve esserlo) la libertà di pensiero espressa artisticamente, come inopportunamente è accaduto con il film pro-life Unplanned. Si potrebbe tacciare di ipocrisia la tutela di un’opera d’arte che sostiene argomenti che invece si vogliono inibire alla decisione pubblica. Ma il film era propenso a indicare nell’aborto una strada individualmente sbagliata (e su tale opinione, come sul suo proselitismo, nessuno può sindacare) e ad accusare di cinismo e secondi fini alcune associazioni di sostegno all’aborto (critica liberamente esercitabile, e sul cui merito presumo che il 99% di noi non avrebbe esperienza personale e informazioni sufficienti per pronunciarsi). Nel nostro caso ci muoviamo nel campo della ribellione a una decisione pubblica antidemocratica. La ribellione può manifestarsi con atti di sabotaggio; quando la legge del Texas e quella dell’Alabama hanno promesso una “taglia” per la segnalazione di persone che favorivano gli aborti, i siti preposti a raccogliere le denunce sono stati sommersi di messaggi platealmente fasulli: una tiktoker ha addebitato 742 aborti al governatore texano, uno sviluppatore ha creato un’app che faceva partire una segnalazione ogni quindici secondi. La ribellione di cui parlo, tuttavia, non è la reazione attiva della comunità (che meriterebbe una trattazione a parte), ma la ribellione della comunità femminile cosmopolita contro una decisione antidemocratica che minaccia di espandere la sua influenza. Sappiamo che anche l’aborto può essere promosso per fini ripugnanti e maschilisti: basti pensare all’aborto selettivo femminile praticato in India o in Cina. Ogni situazione va contestualizzata. Quella americana lo è molto chiaramente (come peraltro è chiara la spaccatura del paese, che sta mostrando anche la consueta capacità combattiva di mobilitazione).

Ogni sanzione-boicottaggio, a sua volta, presenta sempre le proprie complicazioni.

Si discute se essa non finisca per colpire indistintamente persone che non c’entrano (ad esempio, fu il rimprovero mosso a Netflix quando nel 2019 sospese le produzioni in Georgia a seguito di una legge antiabortista): e tuttavia questa considerazione non ci ha impedito (soppesando i pro e i contro) di sanzionare la Russia e, rispetto ai cittadini russi che subiscono le conseguenze delle sanzioni, gli elettori americani hanno un potere ben maggiore potere di influenzare le decisioni pubbliche.

Quando si sanziona, c’è sempre da scegliere cosa, e magari quel che sarebbe più di danno ai boicottati non viene vantaggioso da boicottare: ironia della sorte, il maggior bene d’importazione del Texas è il petrolio, quello con cui dovremmo sostituire il greggio russo. Rimane il fatto che gli stati americani con una legislazione anti-abortista (escludendo quelli che, secondo la logica democratica, regoleranno in un modo diverso il suo concreto esercizio) potrebbero arrivare a quasi la metà, e comunque non meno di quindici. Per molti il crollo delle entrate turistiche sarebbe uno sfacelo. Ma il Texas, specialmente, può essere colpito sui beni prodotti: non dimentichiamo che si tratta della dodicesima economia mondiale, e che delle prime 500 società statunitensi 46 sono texane. Ci sono in abbondanza materie prime e beni intermedi, ed è facile esercitare decisiva pressione sulle imprese che le utilizzano nella propria filiera. Non voglio andare oltre nella declinazione della proposta, perché in prima fila nel costruirla e nel disegnarla è giusto che siano le donne. Anzi, alla fin fine il boicottaggio più efficace consisterebbe nell’impedire a priori sia la gravidanza che l’aborto, praticando l’astinenza nei confronti dei maschi negli stati abortisti.

Quel che spero sia evidente a tutti è che si tratta di un attacco neo-patriarcale a confronto del quale l’imposizione del velo è un modello di civiltà e di equilibrio tra i sessi.

Anche se prevale un tono leggero e una gradevole vena di humor, la documentazione è solida, gli esempi fitti e illuminanti

Corrado Augias, Il Venerdì

Un trattato, mica bruscolini. Il trattato, infatti, tipo quelli di Spinoza o di Wittgenstein, è un’opera di carattere filosofico, scientifico, letterario (...) E così è. Nel suo trattato Bassetti espone il come e perché dell’offesa.

Francesca Rigotti, Il Sole 24 ore

 

C’è un passo in cui di Bassetti dice che questo è un tema sorprendentemente poco esplorato...Non lo è più da quando c’è questo libro

La conclusione del conduttore di Fahrenheit – Tommaso Giartosio

 

Queste sono le tre ragioni per cui ci si offende:

  1. Hai detto male di me

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Dalla democrazia di Atene a quella del web, un atto di accusa verso un regime politico che non riesce più a risollevarsi e mantenere le sue promesse. Una revisione radicale dei concetti di libertà, eguaglianza e giustizia, contro ogni ipocrisia, per salvare l’ideale della democrazia mediante una serie di soluzioni rivoluzionarie senza passare per la rivoluzione. Un tentativo di riconciliare i cittadini e gli stati (entrambi oggi assai lacunosi) nel segno di una nuova democrazia partecipativa responsabile.

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Di |2022-07-15T13:51:18+01:001 Luglio 2022|6, Limite di velocità|

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