Cosa hanno in comune (e cosa no) l’11 settembre e il coronavirus

>Cosa hanno in comune (e cosa no) l’11 settembre e il coronavirus

Il XXI secolo comincia, in qualche modo, l’11 settembre del 2001. L’attentato delle torri gemelle è talmente scioccante e inedito, anche guardato sullo schermo col centesimo replay, da offuscare al confronto quel che era accaduto nei mesi precedenti (e non solo quelli).

Giusto al compimento del primo ventennio, il coronavirus segna a sua volta una cesura con quel che lo ha preceduto e rappresenta per vaste generazioni il primo trauma collettivo.
Benché certo non siano mancate le tragedie e le accelerazioni della storia in questi anni, tra questi due poli cronologici – almeno per gli europei – si fissano l’inizio e l’attualità del secolo, e pure la sua polarità emotiva.

Rispetto all’11 settembre il coronavirus, oltre ad essere un’emergenza sanitaria dilatata, porta con sé una crisi economica della quale non siamo ancora in grado di misurare la vastità, ma che è certo nemmeno accostabile con quelle più recenti e potrebbe scuotere persino le fondamenta del sistema economico capitalista.

Ma di comune hanno che entrambi si sono annunciati come fenomeni che avrebbero cambiato e ristretto le nostre abitudini di vita. Dopo l’11 settembre si vaticinava che sarebbe stato impensabile concedersi con la stessa leggerezza agli spazi pubblici per la minaccia di continui attentati. In effetti ve ne furono, negli anni seguenti, di tremendi, come quello a una stazione di Madrid e quello della metropolitana di Londra, sino alla mattanza del Bataclan, per rammentarne solo alcuni in Europa. Ma nella sostanza questi eventi hanno continuato a rappresentare un’eccezione e la vita sociale è proseguita allo stesso modo, e anzi ha ampliato i suoi contorni normali rendendo la movida un fenomeno comune dei centri gentrificati delle città di mezzo mondo.

 

Se però si esce dall’osservazione dei consumi e ci si concentra sui diritti personali, l’11 settembre ha invece inaugurato effetti di lungo periodo. Eccoci a un punto di assoluta convergenza fra le torri gemelle e il Covid19: in entrambi i casi le norme democratiche non sono più state considerate un tabù inviolabile (neppure in linea di principio), e si è dato immediatamente per pacifico, dalla maggior parte dei governi, che la sicurezza personale, quando è minacciata collettivamente, ne implichi un’attenuazione o una riduzione tutte le volte che ciò torni utile per salvaguardarla. Ho scritto “utile” e non necessario, perché – salvo situazioni eclatanti – la valutazione della necessità in concreto ha sempre uno sfondo discrezionale, non essendo mai possibile la certezza che non vi fossero altri modi per contrastare il pericolo. Persino in un quadro con alcune evidenze scientifiche, come il Covid19, a fronte di paesi che hanno chiuso i confini, la Svezia tiene ancora aperti i negozi e i ristoranti; e non uniforme è la propensione a seguire il modello “coreano” che si fonda sul tracciamento digitale della popolazione.

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha fatto notare che così come, con il terrorismo, si prevede di difendere la libertà sopprimendola, così con il Covid19 si asserisce di tutelare la vita annullandone le manifestazioni sociali, e ha teorizzato l’esistenza di una linea di continuità che mira alla dissoluzione della democrazia. Ha riconosciuto che, benché non si possa imputare ai governi di avere programmato il virus, essi ne hanno comunque immediatamente approfittato.

Fra le misure restrittive o di vigilanza legate al terrorismo e quelle del Covid19 vi è una notevole differenza: le prime, all’atto pratico, prendono forma nei confronti di alcuni, tendenzialmente pochi e sostanzialmente altrida chi prende le misure (in senso etnico, nazionale, classista,di opposizione politica); le seconde riguardano la popolazione nel suo insieme e non hanno una connotazione discriminante (anche se questa era stata la prima reazione; si pensi ai primi giorni di caccia all’untore nelle comunità dei cinesi residenti in Italia).

Questa distinzione rende le prime moralmente più odiose, e al tempo stesso lascia piuttosto indifferente la maggioranza che non vi è sottoposta. Sono tuttavia un brodo di coltura nel quale le seconde rischiano di prendere un’accelerazione imprevedibile, e trasformarsi da gestione di un’emergenza sanitaria a modello pragmatico e autoritario di organizzazione dello stato: del resto se invece di un lockdown cominciamo a immaginare cicli di apertura/chiusura in funzione della ricettività ospedaliera, l’emergenza è destinata a spalmarsi dentro la normalità. Orban potrebbe presto rivelarsi meno lontano di quel che sembra. Sullo sfondo di una generale disaffezione verso la partecipazione democratica, non è avventato temere che l’esercizio delle libertà resti buono quando ce le si può permettere. È da seguire con attenzione il dibattito sempre più disinibito sull’idoneità della democrazia, a confronto dell’autoritarismo, nel dirigere le operazioni durante un’emergenza, visto che il naturale passo successivo è quello dell’idoneità a prevenire l’emergenza stessa. Dimenticando che il virus è nato e si è sviluppato proprio in un paese totalitario, radicandosi nei suoi difetti di trasparenza.

La seconda similitudine tra l’11 settembre e le torri gemelle è meno evidente, e riguarda alcune forme di distanziamento critico dall’evento, in nome di altri drammi quotidiani che siamo soliti ignorare.

Nel 2001 alcune persone rifiutarono il tributo della commozione verso i morti, ricordando come i bombardamenti americani sui civili in Irak avessero mietuto più vittime senza ottenere la stessa attenzione ed emozione. Quanto al coronavirus, anche se nessuno biasima lo zelo verso il contenimento dell’epidemia (mancando del resto un nemico in chiave di contrapposizione ideologica, quali nell’altro caso gli Stati Uniti), qualcuno comincia a rimarcare come l’emergenza ecologica sia in potenza molto più distruttiva, eppure snobbata dai governi; e hanno impressionato statistiche come quella piemontese o delle regioni meridionali che mettono a confronto i primi mesi del 2019 e del 2020 e dimostrano che il numero di morti in incidenti d’auto e nei cantieri del 2019 è ampiamente superiore ai caduti per l’epidemia.

 

Nel caso dell’11 settembre, pur riconoscendo la razionalità dell’argomentazione, obiettavo che c’è pur sempre una differenza percettiva fra la morte collettiva istantanea che viene osservata quasi nel momento in cui accade e la morte collettiva diluita della quale si ha notizia. Se ignori i morti invisibili, è vero, sei sulla buona strada per diventare un complice, ma se rimani freddo davanti ai morti visibili sei sulla buona strada per diventare un assassino. Anche se, riguardo chi le commette, eticamente le azioni hanno il medesimo grado di ripugnanza, per l’uomo comune la percezione empatica della tragedia cui assiste è uno stadio necessario per arrivare alla percezione empatica della tragedia di cui è solo a conoscenza (per poi, auspicabilmente, raggiungere lo stadio ulteriore dell’impegno nel venire a conoscenza delle tragedie e offrire un piccolo contributo per impedirle).

 

La pandemia si pone a metà tra il vedere e l’essere a conoscenza: ci viaggiamo a fianco, oppure dentro, ma siano sommersi di informazioni disordinate e incoerenti, idealmente legate a parametri scientifici, dentro i quali la maggior parte di noi nemmeno è in grado seriamente di navigare. Soprattutto, la pandemia, offusca la distinzione tra la vittima e lo spettatore, perché la sua vicinanza rischia perpetuamente di far precipitare il secondo nella posizione della prima.

Come ha ricordato Jeremy Rifkin, molti grandi cambiamenti storici sono stati introdotti da consimili eventi calamitosi: possiamo sperare che l’esperienza ci renda più sensibili verso quelle altre morti, annunciate e tollerate, legate alla distruzione delle risorse o giornalmente contabilizzate nel traffico stradale o nelle condizioni di lavoro. Ma temo che rimarrà un divario tra la debole determinazione a combatterle e la radicalità dei provvedimenti che stanno accompagnando l’emergenza sanitaria, non giustificabile razionalmente. Un’epidemia o una strage terroristica non sono tanto eventi peggiori degli altri che si cumulano più o meno silenziosamente quanto eventi mediaticamente e (perciò) emotivamente insostenibili.

 

Questa loro insostenibilità, se da una parte induce ad accettare forme di disciplinamento, dall’altra porta a respingerli per come appaiono. Così, molti si attaccarono a improbabili dimostrazioni di una mano americana negli attentati dell’11 settembre; e ancora non tutti si sono rassegnati ad abbandonare la tesi che il virus Covid19 sia stato prodotto in laboratorio. Una costante distorsione delle responsabilità, che non aiuta a individuare le falle ambientali (in un caso degli ambienti urbani, nell’altro degli habitat deforestati) che hanno prodotto e preparato gli eventi traumatici.

 

Tra il Grande Attentato e la pandemia ci sono tuttavia delle differenze chiare: non è del tutto esatto ricondurvi l’invisibilità del nemico perché, in un’altra forma, i terroristi lo sono quanto i virus. L’allargamento dell’insicurezza però è molto più grande oggi: chi viveva in provincia o in qualche isolotto sperduto poteva ragionevolmente sentirsi al riparo del pericolo, come non potrebbe illudersi oggi. Non a caso, l’esortazione pubblica di fronte al terrorismo è stata, e tuttora è: non cambiamo le nostre abitudini di vita; l’esatto opposto della costrizione domestica che si accompagna al Covid e delle misure di distanziamento sociale che sembra debbano attenderci nei tempi a venire. Infine, in quindici anni sono progredite le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale, e se in una crisi, come quella terroristica, si utilizzano essenzialmente come strumenti di combattimento, nella crisi del virus, al contrario, stanno aiutando a preservare gli spazi relazionali e fisici dell’umano. Va da sé che, nel medio periodo, con un’umanità sottomessa a un potere centralizzato, disaggregata dal distanziamento e imprigionate nelle paure, capovolgerebbero questa loro funzione.

Di | 2 Aprile 2020|Limite di velocità|

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